Dario Villa

Poeti contemporanei: Dario Villa

Uno dei modi possibili per seguire il percorso di un poeta è quello di affidarsi ai suoi versi maggiormente emblematici e che egli stesso pone, per così dire, come indicazioni strategiche per orientare il lettore. Il criterio, valido in generale, lo è ancor più al cospetto della poesia contemporanea, che fa della riflessione metapoetica un tema determinante (se non il tema centrale in assoluto): dal Romanticismo e in particolare dal Simbolismo in poi, «l’atto poetico si pone al centro della riflessione poetica sull’essenza della poesia», come ricorda Marco Guzzi: infatti, «nel nostro secolo sono infiniti i testi poetici sull’atto poetico come tale, proprio perché i poeti avvertono che esso rappresenta il novum assoluto da sondare»[1].

Anche la produzione di Dario Villa, che purtroppo può già fregiarsi del titolo di completa, abbonda di indizi, di dichiarazioni, di indicatori d’uso, codificati naturalmente secondo la propria natura: vorremmo utilizzarli apertamente per perimetrare le evoluzioni stilistiche e le acquisizioni esistenziali calcificate nello sviluppo della sua opera.

Il primo testo è estrapolato dalla sezione Altra da dentro e vale a coprire tutta la prima gettata poetica, quella che cronologicamente si distende lungo gli anni Settanta, senza lambire il decennio successivo. Si tratta, in effetti, della produzione che andrebbe siglata con il titolo Lapsus in fabula, utilizzato per il primo libro autonomo. Ecco il testo:

noi si passava
tra prolessi e scatti
verbali fino a smarrirci
in un puro delirio di parole;
atemporali nel tempo;
in un mondo d’oggetti, immateriali;
ogni giorno all’oscuro
del sole, in un tramonto
perenne
di logomachie e calembours, ancoràti
alla realtà della lingua, eccitati
dall’insipienza del resto, disposti
a lasciarci morire, a sputtanarci
per il piacere di un nonsense…
e talvolta proclivi all’ellissi
ci abolivamo nei nessi,
ci annettevamo stati
d’animo, connessioni uraniche
nella sapienza dei mesi,
paturnie e chiari di luna, lampi al magnesio,
mercurio e umori saturnini…
e il fosforo e l’einstenio,
e la venere urania,
il tungsteno e la venere pandemia…
calpestare e abolire…
e ci siamo lasciati calpestare
e ci siamo lasciati abolire
per qualche fiotto di discorsi rotti,
per amore del dire,
noi che valutavamo
una frase mirabile, un bel verso,
un chiasma casuale
alti sopra l’intero
universo, preclari
contro l’ordine cosmico,
sublimi nel diverso – tese, terse
lettere intese a una catena
di paronomasie,
di deviazioni del
significante, sottese
alle pallide luci mattutine,
o sottintesi
allineati in righe, in file
in filari in filiere oggi domani
in funi ieri su cui ambula,
squilibrato funambolo, sospeso
ora su lucidi specchi sconvolti,
il nostro alto esercizio di vuoto,
lo sconfinato preambolo, la prolusione
a vita…

Qui trova espressione, persino in un afflato che si vorrebbe dire generazionale in virtù del «noi» iniziale e, soprattutto, del tono, oscillante tra l’ironia e la confessione, il senso del paradosso e del ludus, della ricerca di piacere in «stati d’animo» alternativi che portano al «delirio di parole» e alla sospensione (e quindi alla critica) dei valori attribuiti all’esistenza, per cui tutto diventa un «alto esercizio di vuoto», uno «sconfinato preambolo», una «prolusione a vita». Il testo non necessita di analisi, per porre in risalto gli intrecci fonici, i giochi paronomastici, gli slittamenti fonici, insomma il repertorio più vasto possibile di combinazioni sonore che accompagnano lo sviluppo apparentemente inconcludente, e invece ineccepibile, del discorso. Vale la pena, piuttosto, giustificare la rappresentatività del testo campionando una serie di reperti estrapolati dagli altri componimenti che trovano in esso il punto di affioramento di una poetica consapevole.

Ecco, allora, in un rapido regesto, la sequenza di catene lessicali che sul filo del bisticcio giungono alla fantasia etimologica, dal sapore a tratti palazzeschiano: «grattato le grate», «baratto barattoli / rotti», «incassi casse», «tace l’obice / all’apice, sviscera vortici il / forcipe; nasce morto», «sghimbescia gamba d’angoscia sghemba», «cancellerò i cancelli», «Le lame e i limi, i limiti, e poi i lumi, / della ragione», «lassù l’assurda», «Astratti. Strati di cromorno, strisce / di giallo cromo, cormorani lividi»; «Odore d’ore e d’ore, da per tutto. / Odore odioso d’aperto. / Odore d’oro, / di chiuso». Ma si ricordi che tutti questi prelievi vengono da poesie il cui tessuto fonico è completamente soggetto alle stesse dinamiche: ecco un paio di esempi a livello strofico: «Ma rospi d’ospiti, spiritati, aspidi, / avidi d’ostriche, roastbeef, toast, arrosti, / stitici ispidi spiriti d’osti impestano / ‘sto stipo d’ovest ostico ai cespiti»; «ego eretico scriptor mago argotico / strego che strega frugole di fragola / castrato in fregola nero albigese / che erige il rogo a regola dell’ego». Se poi il lettore volesse soffermarsi interamente su un altro testo, consigliamo la stralunata visione metropolitana che, da un attacco del tutto analogo alle campionature precedenti («La città, la trafila / di truci trabiccoli, i trespoli, i tremuli / tronchi dei trivii, i trasparenti intralci, / tronfi su proni, gazzelle su zebre»), apre la trama allitterrativa ancor più decisamente al lapsus: «paesaggi pedonali», all’osservazione sarcastica: «i sottopassi veloci, i soprusi / il sottoproletariato medio», ai giochi di pronuncia: «e curry, / i carri», alla citazione dissacrante: «[la città, o la tana] io nel pensiero me la fingo», il tutto trapuntato da rime o quasi rime mai banali (puella : nulla; traumana : tana; fingo : fiammingo, passando per gongolo), in una colata verbale che copre l’intero componimento.

Certo una simile poesia non sarebbe concepibile senza l’esperienza dell’Avanguardia e di Zanzotto. Nel caleidoscopio linguistico (e l’immagine dei vetri in frantumi è correlativo dedotto dal poeta stesso) mentre sullo sfondo campeggia una città invasiva, s’indovina un personaggio domestico, che deve fare i conti con i propri bisogni fisici (la fame, l’abuso di alcool), che rende paradigmatici i gesti quotidiani, nel quale si annuncia una libidine prepotente, tra minzioni e calvizie incipiente; un personaggio che diventa sempre più ossessivo nei suoi tic e paranoico, assediato dalle cose, che pure è imparentato con le figure elaborate da un Giudici o da un Cucchi: una sorta di nevrotico dandy metropolitano, spesso colto nell’attimo del risveglio o cervelloticamente cogitante sulla propria percezione del reale. E parlando di personaggio ci apprestiamo a intuire gli sviluppi successivi.

Il secondo periodo abbraccia le sezioni Tra le ciglia (1977-1980), Sotto zero (1981-1983 e 1992), La bambola gonfiabile e altre signore (1977-1980) e Venere strapazzata dai lunatici (composta da cinque poesie scritte nei primi anni Ottanta e rimaneggiate nel 1994). Nonostante si tratti di testi ascrivibili a un periodo abbastanza preciso, a cavallo del 1980, le sezioni risultano alquanto eterogenee, anche al di là del solito eclettismo dell’autore. In particolare, Tra le ciglia potrebbe davvero essere estrapolata quale capitolo a sé, ma visto anche l’esiguità dei testi di tale silloge, andrà preso come un interessante intermezzo. Da qui prelevo l’altro brano guida:

così monti spezzoni
dove ti si vede poco
o ti si vede male
o ti si vede di spalle
o sotto mentite spoglie
o ti si vede anche bene
ma non fa differenza
o finalmente
non ti si vede per niente

Accanto all’indicazione di metodo, che esibisce la volontà di costruire una sequenza filmica (per quanto confusa), ricorrendo a varie rappresentazioni del soggetto e delle sue maschere, va annotato anche un macroscopico mutamento formale: i versi ora tendono a spezzarsi e sparpagliarsi sulla pagina alla maniera (per rendere l’idea) del Luzi di Per il battesimo dei nostri frammenti. In genere si tratta di testi brevi, appunto «spezzoni» sospesi di una trama in parte suggestivamente occultata (sarà già attivo l’esempio di Cucchi con Il disperso?). Ma il dato forse più rilevante giunge per via di sottrazione: il groviglio fonico autoriproducentesi, così tipico della maniera precedente, quasi scompare, per lasciare il posto a poesie più mentali e rarefatte, che studiano da una nuova prospettiva la percezione e il posto da assegnare, nella “fabula” della realtà, al soggetto (qui il raffronto possibile è con Magrelli). Non a caso la metafora dominante e magari continuata di testo in testo (la sezione è uno svolgimento abbastanza coerente) è quella dell’inquadratura («la vita non è il cinema o la vita / è cinema che tanto fa lo stesso»): il modello più efficace è probabilmente il Caproni che nel tema della caccia ha scoperto una rappresentazione globale dei propri motivi. Del resto, il tono della poesia di Villa, di fronte a certi frammenti epifanici subito ritrattati (specialmente con l’uso delle parentetiche che aprono falle di perplessità), è lo stesso del livornese: «a un certo punto / appari fuori quadro // (forse eri sulle tracce / del ladro che rubò \ l’inquadratura)». Con le variazioni del caso, naturalmente: «(comunque la regia ti è stata tolta / altri stanno girando / qualcuno ti riprende a tua insaputa […])».

L’intera sezione, dunque, è «un parlare di scorcio / così tanto per dire per enigmi / un figurare di sfuggita», un procedere per abbagli. Il soggetto è alle prese con la geometria degli spazi (fisici e psichici) in cui si occulta, appare, scompare nuovamente. Si veda la topografia-planimetria domestica composta da finestre, pertugi, falle, specchi, spigoli, porte. Dicevamo del possibile confronto con Magrelli: «sarò anche dotato / dei miei allegri meccanismi psichici / (ho rare facoltà di rimozione) // ma prova tu a abitare questa testa / qui ci sono le chiavi / divertitici un po’ se mai sorgessero / complicazioni chiama qualcun altro».

Sotto zero e La bambola gonfiabile e altre signore, pur nella diversità di soluzioni (la prima è composta di brani compattati in strofe o formati da un’unica lassa; la seconda è più eclettica e abbraccia anche frammenti e versi scalati sulla pagina come nella sezione appena analizzata), costituiscono un momento abbastanza omogeneo, in cui a dominare è ancora il divertissement linguistico, con una ripresa quindi della maniera precedente (sebbene non con il medesimo oltranzismo) e senza particolari nuclei tematici forti e agglutinanti. Qui spiccano, per particolare vivezza rappresentativa, certe descrizione del corpo che va degradandosi o scorci onirico-familiari che puntano al grottesco:

scusami, mamma, ma ti pare il caso
di visitarmi in sogno, interferendo
tra l’altro con un incubo squisito,
solo per dirmi che la vita è bella
perché è varia ma a volte è un vero schifo
e che la carie scava
trafori nella notte? non concordo:
la mia vita è una nave in avaria
sballottata da un mare che spalanca
fauci affatto sdentate; quanto al resto,
la mia bocca è un ammasso di macerie,
un covo di tristezze:
c’è rimasto ben poco da cariare
(e adesso, smamma, e sappi che odio e amore
sono quelli di sempre; grazie a te,
ombra vagante, d’ora in poi potrò
sognare acque serene e spaventosi
spazzolini da denti)

L’immagine materna scopre un soggetto che finisce ovviamene e psicanaliticamente, più in generale, a coinvolgere il rapporto con l’altro sesso. Ecco il testo di apertura della Bambola gonfiabile e altre signore:

Vengono tante vergini in veranda
svelando venerande
pelvi le veneri del belvedere,
invischio belle favole che frullano
inviluppate vive nelle gonne
– si parla del mistero della bambola
gonfiabile… e le donne vere? belve

mi fanno bere restano socchiuse
quando vacillo attaccano a ruotare
scoprono fenditure mi spalancano
sotto voragini vertiginose

Il tema in verità troverà una rappresentazione più efficace nei racconti erotici (bukovskiani verrebbe da dire, comunque con influssi americani) dei versi della sezione successiva, altro capitolo compatto in funzione di intermezzo piuttosto riuscito.

Ci sono anche indizi di intense e brevi relazioni, oppure di più rapaci contatti con una prostituta (fra le lusinghe di varie contendenti francesi, che riciclano formule teatrali e topoi letterari: «tutte mi cercano, tutte mi vogliono / così fan tutte, e intanto / io meditando vo di donna in donna»), quasi sempre sullo sfondo di città e di paesaggi comunque particolari (Venezia e il carnevale, il giro per l’Italia in cerca di necropoli), adatti alla rappresentazione delle stravaganze e delle perversioni vissute con la frivola profondità e la raffinatezza del viveur, dell’esteta.

La rimanente parte del volume coincide, pur senza riprendere il titolo, con la raccolta Abiti insolubili e si struttura in modo decisamente autonomo, chiusa com’è fra un in limine e un envoi.

Ecco il testo guida:

redattore dell’aria, ho molte volte
volato tra volumi d’etere, tremanti nevi,
ho stampato refusi folgoranti
nel cielo plumbeo delle tipografie,
volutamente confondendo le
valutazioni della mente, visto
si stampi, fatalmente
ho curato volumi di pagine senza una riga,
secondo le volute del mio enciclopedismo:
non è bastato: la censura ha espunto
certi spazi bianchi, certe
trasparenti allusioni (un tal candore,
tanta clarté fin nei margini
infastidiva le mosche); i miei colleghi
sono tutti morti, escono
dall’aldilà del tempo, levano la testa
da palinsesti penosi e non hanno più mani
per emendare l’opera della storia,
vivono d’eco e d’interpretazioni;
ho chiesto asilo poetico in regioni astrali,
perseguitato da cavalli a dondolo,
minacciato d’archivio e di lavori
forzati su carta traslucida a vita
per editare a dispense in cento secoli
il bianconero del reale, ho riempito di errori
le mie memorie, d’aporie i sistemi
che mi frullavano per il cappello,
ho sottratto mattoni ai cantieri del metodo,
non c’è casa al cui senso mi senta tranquillo;
forse mi è capitato di descrivere
l’assordante violenza del vuoto,
il lavorio da topo dell’alienazione,
il punto in cui le parole non tengono,
la nitida imprecisione dei sogni…
ma il fine non l’ho capito, non ho trovato la frase,
non ho risolto teoremi minimi,
non dispongo di chiose per certi capitoli,
non so glossare la morte

Anche in questo caso, la lettura diretta sopperisce pienamente all’opera di interpretazione. Il poeta è ancora il primo chiosatore di sé stesso, fin dal calembour delle sezioni: Periplo delle perplessità, Gravi danze interrotte, Soggetti smarriti. La sua scrittura riesce ormai a portare a frutto tutte le opzioni precedentemente sperimentate in una sintesi espressiva originale.

Gli slittamenti imposti da questi moduli variamente combinati producono accelerazioni o rallentamenti nello sviluppo, divagazioni, superfetazioni creative ecc., ma spicca complessivamente la capacità dell’autore di dominare l’eclettismo e di piegarlo alle necessità espressive più profonde, senza insomma lasciarsi catturare del tutto dal divertissement. Si tratta, in fondo, di quella grazia riconosciuta da Raboni nelle pagine che accompagnano la raccolta: «intendo per grazia, qui, la capacità intrinsecamente tecnica e tuttavia parzialmente inspiegabile di combinare i modi dell’artificio e quelli della naturalezza sino a rendere l’artificio pressoché inavvertibile e la naturalezza esteticamente rilevante». Ed è per questa ragione, annotiamo per inciso, che si è ritenuto di dover inserire in tale ambito Dario Villa: se l’elaborazione metrica non è il dato principale della sua produzione (pur restando innegabile il suo partire e presupporre quasi sempre strutture canoniche, con il gusto di una trasgressione raffinata, di una posa moderna esibita con svagata iperconsapevolezza), sui suoi versi si deposita sempre una patina rétro, persino quando adotta le strategie più ardite, còlte come opzioni sempre letterarie, fittizie, anacronistiche tanto quanto le altre. Ha dunque ragione il prefatore a rischiare per Villa il termine assai ambiguo e sempre inaccettabile, per sua stessa natura, di postmoderno: perché è con un’ottica postuma che avvicina qualsiasi soluzione.

Paradigmatici sono in questo senso altri versi: «Scatta. Non perdere un solo minuto […]. Devi sbrigarti. Comincio a trasfigurarmi […] Scatta, non fare morire il mio esserci / in quest’inutile combinazione / di spazio e tempo, tra gli angoli, lungo / il filo delle fessure di un attimo. […] Mi scriva la tua luce. // Tu prestati a certe esigenze. Anche se / tutto va chiaramente perduto. / Naturalmente ho bisogno / della mia immagine». Villa abita una letteratura di secondo grado, condannata a incistarsi nella contemporaneità come un anacronismo: appena si aderisce all’immagine che essa può restituirci, avvertiamo lo scacco esistenziale, qui lambito per mezzo degli scatti ironici di chi è consapevole che la verità è prossima al nonsense, che il reale va a braccetto con l’assurdo, che il soggetto è uno specchio, in sé vuoto, che ospita quanto lo attraversa.

(da Poeti nel limbo)

NOTE

[1] Marco Guzzi, “Io è un altro”: l’esperienza spirituale nella poesia contemporanea, in Aa. Vv., La poesia e il sacro alla fine del secondo Millennio, a cura di Flavio Degasperis e Marco Merlin, Cinisello Balsamo, San Paolo 1996, p. 33.

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