Emanuele Trevi

Poeti contemporanei: Emanuele Trevi

Non manca di distintivi poetici l’esperienza di Emanuele Trevi, nella cui silloge Argomenti per il sonno pure si giustappongono versi e prose, ma facendo leva, montalianamente, sulla concisione di entrambe, creando così una sorta di alternanza di tempi musicali nella concertazione complessiva della raccolta.

Non che l’autore faccia ricorso a marche evidenti per connotare i testi, come rime, figure retoriche ostentate, una sintassi particolarmente intarsiata. Basta però l’esattezza di certi settenari, novenari ed endecasillabi, il fiato assertivo (per cui Rondoni parlava a riguardo di una «debolezza contenta del convalescente») che appena si percepisce nei passaggi decisivi (per cui sembra di poter parlare davvero di uno scenario post-montaliano, in cui il magistero formale del poeta delle Occasioni resiste alla caduta del suo impianto metafisico e del suo immaginario così ben congeniato, devitalizzandone gli scatti gnomici peculiari); basta il passo calibrato di un verso sempre breve e concentrato che non lascia fluire nessuna parola senza averla prima posta in evidenza, senza creare pause in cui il tempo si dilata anche nelle zone grigie del componimento; bastano qualche tenue allitterazione, il continuo richiamo a un repertorio desunto in particolar modo dalla pittura, la percepibile presenza di un paesaggio dell’anima, il minimalismo tutt’altro che disarmato che cuce ogni singola occasione (si noti l’insistenza più che sospetta dell’articolo indeterminativo in molti titoli) nella promessa di una trama che infine potrà manifestarsi a chi saprà centellinare con pazienza ogni indizio: queste le indicazioni elementari che ci sovvengono nell’intenzione di rendere l’idea di un poeta che sembra tuttavia essersi ormai votato esclusivamente all’attività critica, peraltro con eccellenti risultati.

Varrà la pena, a questo punto, ricordare all’interno della tradizione romana la rilevanza dell’impegno di un altro studioso come Arnaldo Colasanti [1]. Non sarebbe affatto difficile, anzi, definire una particolare tendenza critica che trova in entrambi i massimi esponenti, una scuola, parallela a quella poetica, che privilegia la dimensione di scrittore del critico medesimo, a scapito del testo letterario preso in esame e infine fagocitato.

(da Poeti nel limbo)

NOTE

[1] E proprio Colasanti ritorna nella prefazione di Claudio Damiani a Argomenti per il sonno, nel Quarto quaderno italiano di Poesia contemporanea (Milano, Guerini e Associati 1993), in una descrizione che riportiamo se non altro per chiudere il cerchio intorno agli intrecci che definiscono la linea romana: «Di Emanuele Trevi la prima cosa che lessi, due anni fa, fu la prefazione a Altre visioni di Pietro Tripodo. Leggendo quella scrittura piana e quieta, ferma davanti alla poesia, seduta; e con riferimenti ai classici che non erano lì a riempire un vuoto o ostentati, ma salivano lenti da una memoria vera, come lontana e sopita, stupiti di rispecchiarsi in una poesia scritta ora, lucida come quella di Tripodo, pensai tra me: questo Emanuele Trevi deve essere un vecchio latinista, o un grecista. E pensavo: guarda come questo vecchio potrebbe molto meglio di un giovane capire ciò che di nuovo si sta scrivendo oggi in Italia! Pensavo all’agitazione, alla mancanza di lingua, all’ideologia insomma che c’è in tanta critica d’oggi, ancora. Al fatto che la poesia degli anni ’80 l’aveva cercata e in certi casi anche trovata una lingua, ma la critica è restata indietro, è restata nel linguaggio, nella soggettività. Seppi poi che Emanuele Trevi era un giovane di ventisette anni. Che si era laureato con una tesi su Cavalcanti; che si era occupato di letteratura italiana del ‘300, di Petrarca, e che affiancava al lavoro sui classici quello anche sui contemporanei (scritti sulla Campo, sulla Bemporad, su Rebora, con singolare e significativa considerazione del Rebora “religioso”). Avendo cominciato a pubblicare dopo l’esperienza di Braci e Prato pagano, si era però ugualmente legato di amicizia con alcuni di quel gruppo, come Tripodo, Lodoli, Colasanti» (p. 151).

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