Candiani

Poeti contemporanei: Chandra Livia Candiani

Ho avuto modo di conoscere di persona, recentemente, Chandra Livia Candiani, invitato da Franco Acquaviva a presentare il suo ultimo libro, Fatti vivo (Einaudi, 2017). Ed è un piacere trovare, dietro a una pregevole voce poetica, una bella persona. Non è – lo so per esperienza – un fatto scontato.

Quella di Candiani è una voce che nasce dalla spoliazione, una forma di conoscenza che germina dal non sapere, dalla sospensione del giudizio. E in poesia la regola è spesso questa: farsi vuoti perché la musica del senso arrivi come un vento, per attrazione, per disponibilità.

Farsi vuoti significa accettare che la vita ci lavori. Il gran maestro è sempre lui: il dolore. Che trasforma infine la povertà in ricchezza, mentre sfuma nella gioia. Gioia e dolore, insieme, in una danza.

Leggendo prima la poesia di Candiani e ascoltandola di persona poi, ragionavo però in riferimento a due cardini di questa poesia, che trovo ben presenti (per quanto in forme diverse, ovviamente) anche nella mia: l’infanzia e la tragedia.

Ho messo allora, per l’occasione, di nuovo a fuoco lo strano rapporto che lega queste due dimensioni. L’infanzia ha un accesso unico e privilegiato alla tragedia. Da adulto, l’uomo ha un rapporto culturale, con il proprio destino, per cui ha di fronte due possibilità: o trasforma la tragedia in un mito, di cui magari ammantarsi, oppure la rimuove.

Per l’infanzia, invece, la tragedia è lo stesso spazio vitale, è il cortile dell’avventura.

C’è un rapporto naturale tra vita e morte che abbiamo rimosso, schiacciato sotto il peso di troppe sovrastrutture.

Poi, per fortuna, arriva la poesia a ricordarcelo.

Caro male,
non ti chiedo ragioni
è questa la legge di ospitalità,
ti tengo come una piuma
anche quando sei montagna scottante,
ti sfioro con la tenerezza
dell’assenza di medicina
nell’urgenza della vita
che si sfoglia.
Ti do riparo
proprio a te che mi scoperchi.
Non ti voglio bene male
ti so sapiente ti tengo d’occhio
e nido sono
di te che mi assapori
e poi sputi il nocciolo,
levigata smemorata
nasco da te
delicata come un sorso
feroce come un numero
in attesa
come la lavagna
a scuola.
Scrivimi

(Fatti vivop. 117)

 

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