Self-Publishing

La poesia surrogata

Quando annotavo i pensieri che riporto qui sotto, ancora non era esploso il web. Ora al crollo della Poesia Edita, sotto i colpi della Vanity Press, ha fatto seguito l’immensa nube intossicante del Self-Publishing, dentro la quale razzolate anche voi, miei amati, ipocriti fratelli:

Come ben sappiamo, le grandi case editrici hanno congelato la poesia: non pubblicano più poeti giovani, mentre qualche decennio fa era persino possibile esordire in una collana a diffusione nazionale. Siamo fermi alla “generazione del sessantotto”, quella che, magari in contrasto con l’Accademia, ha occupato gli spazi mediatici al tempo del “boom” della poesia. La generazione dei quarantenni è rimasta in una zona limbica, sospesa – qualche volta per effettiva mancanza di “voce”, talvolta sacrificata dalla “stretta editoriale” di cui parla Giovanardi nell’introduzione ai Poeti italiani del secondo Novecento, dove, non a caso, non si prendono nemmeno in considerazione i poeti che non hanno pubblicato presso un editore di livello nazionale. Ovvero: in tempi di omertà della critica, quando non si ha la forza e il coraggio di indagare in territori impervi, di frontiera, la classifica delle vendite o la ragion di mercato s’impongono sul campo come effettivo criterio di valore.

Si sono fatte molte considerazioni in merito: la poesia non vende, la poesia è morta, nemmeno i poeti leggono i poeti… e così via. Ma queste sono stupidaggini da provinciali, che nascondono un’imperdonabile ignoranza oppure una precisa volontà politica (sia pure di politica culturale). Da quanto tempo il mercato si è specializzato nel creare richieste? Da decenni siamo piegati dal bombardamento mediatico a soddisfare bisogni indotti, a farci consumatori di prodotti che non hanno alcun valore intrinseco. La narrativa italiana è un colossale esempio in cui non mi addentro.

All’ombra di questo movimento globale, le resistenze locali (le tradizioni) non hanno saputo opporre valide alternative, non hanno saputo smontare il sistema. Per cui non c’è angolo del paese da cui non si alza la voce di protesta di una parrocchia di poeti trascurati da questa mafia colossale e invisibile. Le riviste sono il campo privilegiato di questo coro di proteste: spesso anche nelle pagine più intelligenti si annida il vizio della contrapposizione, l’acredine di chi invidia il proprio nemico ed è frustrato perché non riesce a ottenere un potere alternativo.

I più spietati hanno colto l’occasione per il grande business: fare soldi con la poesia. Chiedere a chi vuole pubblicare i danari per la stampa del libro e per un lavoro, inesistente, di editing, di critica, di promozione. Speculando sulle illusioni e sulle ingenuità altrui – democraticamente equiparando, magari con minimi aggiustamenti economici, operai, casalinghe, notai ed avvocati. Vanity Press.

La poesia si appiattisce sui propri surrogati, gli scrittori più sensibili si irretiscono e snobbano il sistema negli atteggiamenti e nello stile, restando beatamente insediati al suo interno, mentre il malessere generale che cerca sfogo nella scrittura poetica (in quanto intimamente terapeutica) viene alimentato dagli sciacalli, dai ruffiani, dai gestori di case (editrici) chiuse, cioè apertissime a tutti.

E il circolo vizioso si serra: ecco che ci si lamenta che troppi scrivono e che nessuno legge, che l’Italia è un paese di dilettanti, e così via. Intanto qualcuno tira su una villa coi soldi dei suoi amici poeti, che magari sono gli stessi lettori dei suoi libri; qualcun altro si autoimbalsama nelle antologie che si impongono al mercato per inerzia, compiendo consapevolmente un atto di ingiustizia nel confronti della cultura reale del paese, del lavoro semisommerso e profondo che la poesia continua a tessere, qualche poeta ex-frustrato fa l’occhietto ai cantanti e si esibisce in piazza; qualche critico sale alla ribalta dicendo che la poesia è morta, oppure firmando centinaia di prefazioni all’anno cavalcando l’onda e girando anche lui l’Italia, parrocchia per parrocchia, pagato e riverito. I critici che capiscono, stanno zitti, perché il lavoro da fare sarebbe eccessivo, e forse ormai gli strumenti adatti non ci sono più.

 

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