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Allenaregratuito da pexels.com

Allenare i genitori a scuola

12 Dicembre 2017/0 Commenti/in DIDATTICA/da Andrea Temporelli

Pensate, per intenderci, a quanto è cambiato il ruolo di un allenatore, in questi decenni. Una volta un allenatore… allenava. Adesso è uno che coordina i vari preparatori atletici, che sceglie la dieta della squadra, che si siede accanto ai manager della società per definire con loro il progetto complessivo, che studia i dati statistici e fisici dei giocatori, che avanza richieste di mercato, che gestisce la pressione dei media, che cura la psicologia del gruppo, che interviene sui social, che determina imponenti movimenti economici… Poi, sì, certo, manda i giocatori in campo, decide la tattica, interviene sulla partita – ma sui fondamentali ha poco da inventarsi: i giocatori se li trova già pronti, al più affina alcune loro qualità, ha qualche intuizione determinante sul loro ruolo, e così via.

Qualcosa di analogo si può dire a proposito del docente della scuola secondaria.

Certo, egli si trova davanti ragazzi ancora in piena fase evolutiva, ma credo che, dopo il primo ciclo di scuola secondaria (la scuola “media”) ormai i conti in merito alle qualità fondamentali siano praticamente fatti – per quanto un docente sia abituato a predicare (più che ad allenare) intorno a un fantomatico “metodo di studio” fino alla maggiore età.

Per questo si parla della figura del “nuovo” docente come quella di un “regista” di situazioni di apprendimento: non è più lui il depositario del sapere, ma è un “allenatore” che mette in campo, decide la tattica, crea situazioni di gioco, cambia i ruoli… e così via.

Ora, ben tenendo presente che quanto di vero contiene tale visione (per me, molto) resta comunque parziale, perché non implica uno svilimento della figura “tradizionale” del docente, che resta strategicamente imprescindibile, come persona di cultura e adulto significativo che dà l’esempio, offrendosi all’emulazione – una nuova competenza richiesta ai proff. è quella di saper gestire il rapporto con i genitori.

Intanto, i genitori di oggi sono diversi da quelli di un tempo, ne abbiamo già parlato. Mediamente sono più acculturati, spesso economicamente più agiati del docente, ancor più frequentemente ansiosi e protettivi. Talvolta sono molto documentati su programmi ministeriali, diritti per ragazzi BES e dettagli del PTOF ma, soprattutto, sono impreparati a gestire l’adolescenza dei figli, specie in rapporto alle problematiche specifiche dell’era digitale.

In linea teorica, tutti si è d’accordo sulla necessità di stabilire una collaborazione fra docenti e genitori. Nella pratica, invece, da tempo si sollevano allarmi, come in questo articolo, che riprende un’indagine dei sociologi americani Keith Robinson e Angel L. Harris.  In particolare, si osserva che:

«La maggior parte delle forme di coinvolgimento dei genitori», scrivono i due, «come osservare i corsi dei figli, contattare la scuola per sapere come si comportano, aiutarli a decidere il loro percorso scolastico o dargli una mano a fare i compiti a casa, non migliorano i loro risultati. Anzi, in qualche caso addirittura li ostacolano». Insomma, la presenza costante dei genitori nella vita degli studenti delle scuole di ogni ordine e grado non solo non è d’aiuto, bensì ha effetti negativi sulla crescita e sui risultati dei ragazzi.

[…] Dalle infernali chat di Whatsapp dei genitori, temute e stigmatizzate come fossero l’incarnazione del demonio da ogni insegnante sano di mente — e da ogni genitore sano di mente — fino alle comunicazioni in diretta su voti e assenze, le nuove tecnologie hanno permesso di porre sui ragazzi una cappa di controllo non soltanto insensata e totalmente inedita, ma anche contraria alle migliori intuizioni che la pedagogia del Novecento aveva partorito, prima tra tutte l’aver compreso — ma mai applicato fino in fondo — che l’obiettivo primario dio ogni percorso educativo è l’educazione alla libertà e all’autodeterminazione. Un obiettivo difficile da perseguire quando ogni minuto e ogni secondo della tua vita a scuola senti il fiato sul collo di mamma e papà. 

Nel novembre del 2014, lo psicologo americano John Rosemond pubblicò un articolo che non la mandava tanto a dire e cominciava così: «Perché i giovani di oggi si emancipano dalla famiglia molto più tardi di quanto facessero nel 1970, quando l’età media dell’emancipazione maschile era 21 anni [nel 2004 era 30, nel 2020 sarà 38, n.d.R]? Perché moltissimi insegnanti si lamentano del fatto che i genitori dei loro alunni li accusano degli scarsi risultati dei loro figli? Perché la stabilità psicologica dei bambini di oggi è molto più flebile di quella degli anni Sessanta? Perché la fobia della scuola, l’ansia da risultati e quella da separazione sono diventati negli ultimi anni un problema, quando fino a 50 anni fa non esistevano neppure? Perché i genitori di oggi hanno un atteggiamento protettivo quando i professori gli dicono che i loro figli si sono comportati male? La risposta sta in due parole: parent involvement».

Ritengo che occorra prendere atto del presente e agire costruttivamente su di esso, senza limitarsi a rimpiangere il bel tempo che fu (di cui si tacciono, ovviamente, le magagne). Per questo affermo che nel profilo di un docente di oggi va tenuta presente questa nuova competenza: la capacità di allenare i genitori.

In breve, essa si articola in varie abilità, tra cui ricorderei queste:

  • rassicurare in merito alla propria professionalità, motivando con precisione ogni scelta di metodo e di contenuto
  • garantire ascolto, sia come mero sfogo psicologico sia come proficua occasione per raccogliere informazioni
  • guidare i rapporti del gruppo dei genitori, perché il dialogo avvenga in modalità costruttive e con strumenti adeguati
  • educare a una valutazione equilibrata, svuotata da pretese e significati assurdi
  • istruire intorno alle innovazioni introdotte e alla partecipazione “strategica e limitata” che si può garantire a casa come supporto allo studio (partecipazione che deve tuttavia gradualmente scemare, fino, in pratica, a scomparire del tutto nel ciclo della “scuola media”)
  • formare i genitori in quanto adulti significativi, preparati anche alle sfide dell’adolescenza dei figli (in particolare, guidandoli ad accettare il punto successivo:)
  • favorire la libertà dei figli, creando con loro un rapporto personale, con un tratto di confidenza specifica che si riservi spazi di autonomia rispetto alla famiglia

Tutti d’accordo? Forse. Fino alla prossima sostituzione del figlio: perché a bordo del campo i genitori, alla fine, covano sempre un paio di dritte fondamentali da passare al mister per evitare la sconfitta nella prossima partita…

Tags: POLEMICHE E PROPOSTE, TEORIE DELLA DIDATTICA, VITA DA PROF
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