Abbandono, di Carola Balma, olio, 90x100 cm

Fuori catalogo (2)

(L’opera scelta come copertina è di Carola Balma.
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Tutti sperano di essere rimpianti dalle proprie ex fidanzate. Sognano di diventare famosi, o ricchi, o di incontrarla di nuovo, un giorno, e leggerle incontestabilmente negli occhi la frase: «Sì, lo confesso, ho proprio sbagliato a lasciarti: ti scongiuro, torna con me!» Così accade anche per gli scrittori abbandonati: dopo tante lettere, brillanti e sbarazzine al punto giusto, ma anche argute, senza ottenere tre righe tre di risposta, sognano, all’indomani del premio Nobel, di ricevere una disperata e patetica lettera del loro ex editore: «Lo ammetto, ho sbagliato tutto, ti supplico, torna con me!», al quale rispondere: «Non fare così, non ti abbattere in questo modo, d’altronde te l’avevo detto che non dovevi lasciarmi, però non ti preoccupare, vedremo, chissà, magari per qualche libro di prose estravaganti, qualche operetta minore, potrei farci un pensierino…», esattamente come, in un romanzo d’altri tempi, ci si avvicinerebbe a una donna in lacrime, porgendole magari un fazzolettino candido, sostenendole una mano e sussurrandole: «Su, non faccia così, in fondo non è una tragedia.» Ma il romanticismo dei nostri banali sospiri si scontra con una realtà in cui non hanno più cittadinanza le svenevoli fanciulle dell’Ottocento, sostituito da forti amazzoni dalla risata disinibita e feroce. E l’uomo può sopportare tutto, ma non una donna che ride, felice senza di lui.

Anche Max, come negarlo, nelle pieghe della propria fantasia, si figurava in situazioni simili. Potremmo biasimarlo?

Quando si decise a risentire Elio Balestrieri, il suo editore, dopo anni di silenzio, Max doveva affrontare una situazione effettivamente imbarazzante, come di chi ritrova la propria ex in splendida forma, più bella e allegra che mai, mentre noi si è invece quasi felici, e abbastanza in forma, ma a dirla tutta la sogniamo ancora ogni notte.

Mi lasciò per non farmi male
io che ancora mi taglio le vene

Canticchiò involontariamente una canzonetta di Raf di quand’era giovane.

Accidenti al buon senso pratico delle donne e degli editori, e alle loro memorabili lezioni sulla vita! A fare gli innamorati a sedici anni ci vuol niente, e a scrivere un buon libro di poesie ancora meno: il problema è amarsi tutti i santi giorni quando si è adulti e incastrati nei grandi meccanismi della vita, è vestire con una copertina intrigante le tue confidenze e riuscire a venderle in lungo e in largo, anche a chi non ti conosce e non gliene frega proprio niente dei tuoi dolori e dei tuoi pensieri sulla vita, perché gli bastano e avanzano quelli che ha lui sulla sua.

Fatto sta che, dopo una quindicina di telefonate, di passaparola tra segretarie («Mi dispiace, in questo momento non c’è, riprovi tra qualche giorno»; «Gli lascerò un appunto sulla scrivania. Mi ripete il suo nome, per favore?»), Max era riuscito a sentire Elio Balestrieri e a fissare un appuntamento nel suo studio. Praticamente vent’anni dopo l’uscita del suo fallimentare esordio. «Max Lipparini? Ah, che piacere risentirti, quanto tempo! Ma sì, guarda, se vuoi passare venerdì pomeriggio, verso le sedici, dovrei essere libero.»

Era stato cortese, in fondo, e sorprendentemente disponibile. Max non sapeva, o evitava di pensare che Elio, semplicemente, non ne poteva più di un nuovo, tardivo corteggiamento, e non vedeva l’ora di liquidare la faccenda una volta per tutte.

 

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