Premio Campiello

Causa al vincitore del prossimo Campiello

Malgrado sia un amico, malgrado non sia nel mio stile adire le vie legali (preferisco incontri notturni in vicoli ciechi, o la vendetta attraverso la letteratura), tra poco mi troverò costretto a far causa al prossimo vincitore del Campiello.

Il mondo cattolico è da tempo in fermento, sapendo di questa mia amicizia intellettualmente pericolosa, e mi tiene d’occhio. Ora, negli ultimi cinque giorni, ho già ricevuto un paio di strane richieste intorno a un mio libro di tre lustri fa, che speravo nessuno avesse letto (a parte gli amici: ma vatti a fidare di loro…): si tratta di una traduzione e di un commento intorno alla Lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro. Due fantomatici personaggi (un laureando in teologia e un eremita di Camaldoli) mi stanno chiedendo come poter recuperare il testo.

Finiranno per capire.

Temo anche che certi strani movimenti in questa settimana nella scuola salesiana in cui lavoro siano il preludio al mio licenziamento. I salesiani, non ci sarebbe da spiegarlo, nel mondo cattolico sono felicemente in periferia, ma ovviamente restano al di qua di determinati confini dottrinali.

Se dunque nei prossimi giorni il sito dovesse essere oscurato, indovinerete da soli i motivi. Io non avrò più modo di contattarvi.

Immagino che l’intervista al vincitore del prossimo Campiello che ho linkato all’inizio di questo articolo vi basti per capire quanto fondata e dovuta sia la mia scelta. Lo so, l’intervista in sé è anche bella. Personalmente, ha preso il posto dell’intervista immaginaria di Montale. Il problema, però, è che è proprio tutto vero – al contrario di quel che afferma nell’incipit, nel maldestro tentativo di disinnescare le reazioni estreme, come quella, appunto, che ormai mi trovo a dover mettere in atto io.

Chi ha conosciuto il prossimo Premio Campiello di persona, avrà ormai capito che strano, infido personaggio sia. Ti si avvicina con modestia e vivo interesse, ti sembra un buon interlocutore perché non c’è latitudine letteraria che lo colga impreparato, ascolta con pazienza. Ma, alla fine, con quel suo tono basso, umile, come di chi stesse semplicemente condividendo il pane in un ostello con un compagno di viaggio, ti infila in gola bocconi avvelenati. Dice sempre la verità, e questo ai nostri tempi proprio non va bene.

Che intervenga la giustizia ordinaria, allora.

 

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