Jaccottet

Arie di Jaccottet (secondo Andrea Ponso)

Philippe Jaccottet, Arie, Marcos y Marcos 2000

di Andrea Ponso

Con questo libro di Jaccottet, apparso negli Anni Sessanta in Francia e tradotto per la prima volta in Italia, ci troviamo di fronte ad un testo esilissimo, destinato a sciogliersi nell’aria, cenere che accetti di bruciare del suo stesso fuoco. Non verrebbe da pensare, per una raccolta come questa, a qualcosa che assomigli a una violenza e, in effetti, non si può parlare propriamente di violenza, ma di una certa forza, anche brutale, sotterranea, forse non si può fare a meno di discutere per poter almeno intravedere il percorso che porta all’altezza di tale sguardo. E, visto da una prospettiva egotica, tale percorso nasconde per l’appunto una violenza, quella dell’abbandono, del distacco, del farsi vuoto, dell’effacement, come direbbe lo stesso Jaccottet. In questo incontrarsi di leggerezza e forza, che ricorda tanto pensiero nietzschiano e tante discipline orientali credo sia da trovare il messaggio più vero e più importante di questo piccolo libro grandioso.

Il percorso, l’esperienza che porta all’altezza di questo libro e che anche il lettore dovrebbe essere portato a esperire, se vuole pienamente partecipare alla luce dell’opera, assomiglia da vicino ad una sorta di meditazione sul vuoto, come nell’esperienza zen: occorre sbarazzarsi dagli intasamenti di immagini e concetti, di verità e di certezze, pulire la mente, esperire (e torno su questo concetto veramente fondamentale, che mette in primo piano l’esperienza diretta, sentita e non l’acquisizione teorica di una certa esperienza conoscitiva) la vacuità, entrando così in un luogo nel quale non si ha potere (che è poi anche il luogo dell’opera, teorizzato anche da Blanchot, ad esempio). È uno stato, questo, che non si raggiunge certo con un lampo, con un salto logico o peggio con un abbandono ipnotico, ma piuttosto con una sospensione del pensiero e con un’attenzione che diventa poi concentrazione e alla fine propriamente “sintonia”, quando cioè soggetto e oggetto si confondono. Visto da una prospettiva più occidentale, tutto ciò presuppone l’accettazione del divenire e del passaggio e, in ultima istanza, l’accettazione dell’imponderabile, della morte stessa e, si badi bene, non per addomesticamento estetico, ma per naturale accettazione, anzi direi identificazione.

Succede allora sia al poeta sia al lettore, che sia riuscito a seguirlo, l’entrata in una dinamica di attenzione e incorporazione del mondo, in un lasciarsi attraversare sapendo che ogni momento non è mai uno “stato”, ma un precario equilibrio, comunque e sempre dinamico. Come nella forma dell’haiku, il vuoto serve allora come sfondo per meglio evidenziare il pieno, il particolare in primo piano, ben sapendo che pieno e vuoto sono indissolubilmente comunicanti e intercambiabili (il fondo vuoto, la vacuità da dove proviene e dove e destinato a fare ritorno ogni suono e ogni figura, ogni più piccola vibrazione:

«Mondo nato da una spaccatura / apparso per essere fumo / nondimeno la lampada accesa / sopra l’interminabile lettura»). Ancora come nella particolare forma di poesia giapponese, i pochi elementi evidenziati, oltre ad intrattenere un rapporto strettissimo con il vuoto, come ho cercato di dimostrare sopra, sono privi di esistenza “in sé”, vale a dire che non sono ab-soluti, sciolti l’uno dall’altro, ma infinitamente interconnessi in un textus, in un tessuto che qui è propriamente la lingua poetica, dove ogni strato, ogni segno e ogni funzione di linguaggio dipendono e si dicono contemporaneamente agli altri e grazie agli altri, in un gioco di specchi e di rifrazioni (e questa è propriamente la forza di ogni lingua poetica, nel suo riuscire a far “parlare e risuonare-consuonare” tutto il linguaggio e non solamente l’esigua parte che di solito viene destinata alla comunicazione). Si può, quindi, ben comprendere che in tale situazione, non può esserci nemmeno un soggetto forte, staccato dal tutto e, come ben ricordava Fenollosa, si può dire che in natura non esiste un vero nome, una cosa isolata, e che tutto è movimento.

Le immagini che percorrono il libro di Jaccottet e soprattutto la sua importantissima tessitura sonora devono molto all’acquisizione di un tale sguardo: «Dunque, cos’è il canto? / solo una specie di sguardo». Ed è uno sguardo “ignorante”, che non lascia sedimentare il significato, che riesce a “dimenticare”, a rimanere sospeso, ad identificarsi con la bocca stessa dell’enigma, come direbbe Nietzsche, impedendo quasi del tutto il processo di simbolizzazione (non riusciamo a smettere di significare …) e di appropriazione, questo continuo muro-crinale della prigionia del linguaggio.

È una poesia che deve molto al suono, alla pronuncia e cioè al lato fisico: questa costante attenzione alla musica non è oblio come perdita di coscienza, ma è anche qui un suo abbassamento, parallelo ad un innalzamento dell’attenzione (non a caso la musica parla più al corpo): l’uso e il potere delle parole sembra sospeso, ridotto al minimo di incidenza, come un soffio che passa senza lasciare traccia; questo è anche l’atto più vero che si possa identificare con la preghiera, cioè una sospensione della parola come richiesta o comunicazione, è questo il «sia fatta la tua volontà» che ogni poesia può e dovrebbe dire. Allora, la «trasparenza», l’«ignoranza» diventano messa a fuoco dei propri limiti (fine, morte, passaggio) e contemporaneamente sapienza (dolorosa? Non dolorosa?) del trapassare luminoso, cristallino in musica: è l’essere senza potere e senza nome, che non trattiene (wu – wei) e non chiede ed è anche un ritorno al mondo, con occhi più limpidi, un riaffacciarsi sul grande poema ancora da scrivere, in perenne scrittura, il poema della terra, come ricordava Wallace Stevens.

Jaccottet, anche quando scrive in proprio, è sempre nella condizione di una sorta di traduttore che “lascia passare” un suono, un’immagine, senza la pretesa di gettarvi sopra la sua ombra, e che lascia risuonare il tutto aspettando (ascoltando) la fine delle vibrazioni (come nell’esercizio di ascolto della campana): lasciare che il fuoco si spenga, amare ogni cosa anche in questo, perché solo così si può veramente amare… tutto il libro vibra di questa eco, tutto il libro è un continuo, infinito congedo, come ogni scrittura dovrebbe essere una “infinita fine delle scritture”: «Questo mondo non è che la cima / d’un invisibile incendio». Allora, scrittura e traduzione, come anche ricordava Benjamin non sono altro che le facce di una stessa medaglia: entrambe sono una lotta contro le proprie “chiuse” (soggettive, egotiche e di linguaggio) nel mezzo di una continua risacca (sonora, fisica, biologica quasi) che insistentemente cerca la sua foce (la vita? La fine? O la vita e la fine insieme, indissolubili?) attraverso lo scrivente, il soggetto (propriamente “soggetto” a qualcosa che lo svuota di volontà e lo muove in intensità, anche sonora, intesa come altezza musicale, timbrica) attraverso la sua – non più sua voce: è la difficoltà dell’Altro, ma di una alterità come Unico, indivisibile, come ha recentemente ricordato Viviani, una musica che da gioia e dolore, come la ferita amorosa in S. Giovanni Della Croce.

In questa continua alternanza tra estasi e dolore, tra luce e ombra, e stagioni, risiede un altro forte elemento che può garantire la grande libertà di questo libro e anche, in un certo senso, la sua buona fede. Mi spiego subito: i riferimenti a procedimenti di pensiero e a pratiche poetiche orientali (che lo stesso poeta ha indicato) potrebbero portare il lettore in quella terra del sospetto in cui ci si chiede se veramente, per un occidentale tali tipi di esperienze, così lontane, abbiano un fondo di effettiva verità o non siano invece solo frutto di mode e atteggiamenti esteriori. Jaccottet non mostra la perfetta specularità e accettazione del vuoto che si può trovare in un orientale, il suo è un “percorso in atto”, non una meta raggiunta (ed è così, del resto, anche per un pensiero orientale correttamente inteso), non una promessa senza fondamenti, ma un modo di vivere il mondo, che non nasconde le sue matrici e le sue debolezze, i suoi attaccamenti, cercando di imparare questo sguardo. Questo lo rende molto più vero e tra l’altro più vicino all’insegnamento taoista del “non forzare”, del non concentrarsi sul risultato.

Se scorriamo il testo nei suoi singoli frammenti che lo compongono, il libro scompare, propriamente, ci scivola dalle mani, con la stessa grazia malinconica di una foglia portata dal vento – e dispiace, a fine lettura trovarsi con le mani vuote, magari anche fredde o, comunque, infreddolite, casomai appena scaldate da un qualcosa di lievissimo, un fiato, un canto, un respiro, ma parimenti conforta il sapere che quelle mani non hanno cresciuto artigli.

La frase luminosa che porta con sé questo libro potrebbe essere quella che lo stesso Jaccottet ha scritto nella Semaison: «L’attaccamento a sé aumenta l’opacità della vita. Un momento di vero oblio e tutti gli schermi, uno dietro l’altro, diventano trasparenti di modo che noi vediamo la chiarezza fin nel profondo, tanto lontano quanto consente la vista; e insieme più nulla pesa. Così l’anima è davvero trasformata in uccello».

È il rischio della “disattenzione a sé”, il proprio di ogni opera, l’unica apertura al mondo possibile, l’unica salvezza. Un’amica, una compagna per me irrinunciabile, qualche tempo fa, in una telefonata, dolcemente e disperatamente mi sussurrava: «… sei così poco» e queste parole mi hanno salvato, mi hanno salvato da me – ed è anche quello che il libro di questa recensione dice (ma questa forse non è una recensione, ma un atto d’amore e di preghiera), liberando il canto, sbloccando quel nodo presente solo negli uomini (gli animali sono «vaghi», direbbe Viviani) che ci costringe ad essere solo noi stessi, quel blocco che getta ombra per gran parte dell’esistenza … è quel passo in più che sembra una morte ed è la vita.

 

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