Area 51 - La nuova poesia

Sordo alla nuova poesia

Sono diventato sordo: non riesco quasi più a percepire il suono della nuova poesia.

Una volta, ero letteralmente affamato di libri di poesia. La scoperta di un nuovo autore scatenava un desiderio smodato. Percepivo ogni stile diverso con violenza, come un profumo che stordisce fino allo svenimento. Ogni voce ridisegnava la mia geografia interiore. E iniziava sempre un feroce combattimento.

Ora, invece, l’annuncio di una novella raccolta di versi mi provoca un soprassalto di nausea. Le eccezioni sono rarissime.

Che è successo?

Non sono così cretino ed egocentrico da pensare che la poesia, là fuori, abbia smesso di pulsare.

I conti, perciò, li chiuderei così.

Anzitutto, ho perimetrato forse quanto era umanamente nelle mie forze. Ora posso dedicarmi alla cura, ovvero al continuo confronto con le voci che ho eletto, fra le innumerevoli, come punti di riferimento imprescindibili. Per me, ovviamente. Che si tratti di un autore ignoto ai più o un grande classico, un amico o uno sconosciuto.

Quando qualcosa di nuovo cerca di superare il mio recinto e pretende la mia attenzione, mi accorgo per lo più che si tratta di esemplari poetici riconducibili al già noto. Parenti prossimi o lontani, assimilabili a quanto ho introiettato in questi decenni.

In seconda istanza, sono semplicemente cambiato io. Non sono più un giovane, ma un uomo ormai strutturato – per quanto aperto al divenire, come tutti. Mi impongo di essere sempre disponibile a ogni avventura, considero la mia identità sempre e soltanto come un punto di partenza, ma indubbiamente la mia postura esistenziale è diversa. Sorprendermi è meno semplice.

Infine, non escluderei un giudizio piuttosto negativo rispetto alla generazione poetica successiva alla mia. Lo affermo qui, in ultima istanza, perché non sono molto interessato al problema: per me si tratta di un dato assodato e tranquillo, ma potrei essere smentito subito senza problemi. Farei spallucce, perché non me ne importa un fico secco, insomma.

(E però diciamolo comunque bene: la generazione “entrante” mi pare terribilmente mediocre).

* * *

In effetti, quando sto sul confine di questo mio territorio poetico (fra ciò che ho incluso nel mio recinto e ciò che sta fuori) dovrei trovarmi in pericolo, e invece è questa la zona più tranquilla. La mia identità esiste solo qui, sul margine. Alle spalle, nel fitto della poesia che amo, le varie voci si sono fatte guerra fra di loro. Restano vive e pericolose le bestie più potenti, che aspettano fameliche i miei rientri, le mie scorribande per tenere ordine, laddove l’ordine sarebbe di per sé impossibile (perché non c’è autore vero che non pretenda, con la sua opera, di annientare l’altro).

Continuo a sorvegliare il mio regno. La fiducia nelle sorprese che può regalarmi l’orizzonte resta intatta, per cui vigilo, malgrado la calma apparente. Le sortite per esplorare finora hanno solo confermato il deserto.

Ma alle spalle no, non sono protetto.

Ho circoscritto la zona sacra e pericolosa, il buco nero della trasmutazione o dell’estinzione.

 

 

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