Clava sull'ermetismo d'oggidì

Tutta colpa dell’ermetismo

Fino a qualche anno fa ero una specie di super esperto di poesia contemporaneissima. Qualcuno suggeriva un nome e, per quanto si trattasse di un poeta giovane, esordiente, praticamente inedito, quasi certamente non mi era ignoto.

Ora, ovviamente, non è più così. Sono rinsavito, almeno un poco. Però ogni tanto mi capita di lasciarmi incuriosire da qualche nuova proposta. Talvolta, per esempio, sbircio sul sito di quella che fu la “mia” rivista (anche se, a sfogliarlo, risulto a tutti gli effetti rimosso), che è diventata sul web un emporio senz’anima. Oppure, su siti di maggiore personalità, incappo in articoli come questo.

Ecco, adesso vi butto lì la mia tronfia, non richiesta, sommaria, incontestabile impressione d’autore su tutti i nuovi poeti.

La maggior parte di loro è figlia inconsapevole dell’ermetismo. Scrivono tutti benino, con strutture piuttosto semplici (metrica, ritmi, rime? qualcosa che tiri oltre i quindici versi? no, non sia mai) – strutture che disegnano la traiettoria di un pensiero astratto. Ecco, scrivono una poesia disincarnata. Provate a trovare un personaggio, una storia, un mondo che si crea: macché, sono tutti versi che escono dall’indistinto.

Prendete per esempio la prima poesia di Julia Gianferri, il talento promosso dall’ultimo sito citato. Comincia con questo verso: “Coagulano le innocenze”. No comment. Eppure, non ho un cervello troppo pigro e sono abituato alle vertigini liriche. Sì, saprei aprire vari orizzonti di attese alla ricerca di un senso, sulla base di tale incipit. Però no, ormai quando trovo un verso del genere il mio istinto (attenzione: è raffinatissimo. Criticatemi, esiliatemi nel mio regno, ma io sono questa bestia qui e il mio fiuto è perfetto) mi invita a non perdere tempo. Mi impongo comunque di non cedere subito, perciò proseguo: la poesia ha bisogno di un credito da usare con pazienza. Così leggo il testo intero:

Coagulano le innocenze
ad effettivi rancori
l’unità non rapprende

la gente continua a passarmi dietro
la parusia mi risucchia
non riesco ad averne pietà

dirti di smettere sarebbe confessarmi una finitezza
che è propria dei morti.

Le innocenze, i rancori, l’unità: tutte parole che effettivamente non coagulano, non rapprendono. C’è persino una “parusia” che “mi risucchia”: il corpo attiva sempre le sue isotopie, non accetta di essere rimosso troppo facilmente. E poi ecco l’altro, il “tu” che può reggere un discorso. Va bene, ci credo, chi ha scritto questo testo ha molto da dire, è intelligente, sensibile e, come annuncia il titolo reboante dell’articolo, la poesia ha a che fare con l’indicibile.

Il problema, però, è proprio questo: dirlo, l’indicibile. Tessere una trama coartante di simboli, risultare visibili, apparecchiare le tracce di una storia intuibile attraverso più sensi e non solo in aenigmate attraverso l’intelletto (ipertrofico). Non sto affermando che si debba risultare semplici: la chiarezza è altra questione. C’è una santa, lampante oscurità in tanta poesia, che però si manifesta con una forza di coesione maggiore: come un canto di primo acchito incomprensibile e indubitabilmente pieno di senso.

Lungi da me il pensare che Julia non sia un talento. Mi fido di chi la considera come tale. Ma siamo circondati di talenti, ammucchiarli pacificamente è pratica oziosa e ipocrita. E anche in questa poesia ci sono passaggi significativi, come la capacità di chiudere con un’esattezza che non ha esitazioni, da killer: “confessarmi una finitezza / che è propria dei morti”. Bene, ecco un’altra voce da sette più, o sette meno. Passeggiate sul web e in una serata potrete trovarne a centinaia, di autori che, dentro questa nebbia indistinta (che è la nostra epoca, il nostro punto di partenza – appunto, ma non la nostra meta), snocciolano versi astratti e suggestivi. Siamo ancora dentro l’animo informe che non si può raccontare? E allora è il tempo di concedersi una tregua di silenzio. Altrimenti, voglio trovare versi che risplendano come un croco in un polveroso prato.

Per concludere: lo so benissimo che questa mia provocazione, che riduce il poetichese dominante oggi a un filone postermetico, non rende giustizia alla varietà delle voci. Ci sono poeti molto concreti (anche se complessivamente sciatti, i più) oppure con altre marche stilistiche, con poetiche in qualche modo già profilabili. Ma io il lavoro di fino l’ho fatto (per come mi è riuscito) a suo tempo. Ora vado di clava – certo di agitarla nel vuoto, come un matto che strepita e non fa danni…

 

1 commento
  1. andrea ponso dice:

    avevo letto anch’io questa cosa, come mille altre … hai perfettamente ragione. meglio il silenzio, davvero. sembrano fatte apposta per non essere commentabili o criticabili, sembra una consapevole (o non del tutto consapevole) tattica. e quando si va invece a vedere chi cerca la “concretezza” o il linguaggio “semplice” è ancora peggio: la sciatteria aumenta, i luoghi comuni si sprecano, l’unica fatica sembra quella, davvero penosa, di farsi leggere, di essere riconosciuti. meglio il silenzio.

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