Favij

L’incubo Favij

L’altro giorno mi sono addormentato e ho avuto un incubo – che poi all’inizio sembrava un sogno, anzi, proprio un bel sogno. Ero infatti diventato Favij: giovane, carino, circondato da bella gente,  con la fila di sciacquette che mi facevano il filo, insomma lo youtuber per antonomasia, il predestinato capace di far palate di denaro con una vita di cazzeggio. Il creator più popolare d’Italia.

E il sogno era veramente piacevole, all’inizio. Vi risparmio i dettagli: lo scintillio dei display, il fruscio delle pagine da autografare, il fottio di gente strusciante intorno, il piagnucolio degli invidiosi. Ci pensate? Centinaia di migliaia – ma che dico, milioni di amici – macché amici, amiconi.

E io, il creator.

Però, ecco, come in tutti i sogni che non sono sogni, ma incubi, alla fine qualcosa non tornava. E non tornava il fatto che ero diventato lui, ma in parte ero ancora io. E insomma, no, alla fine qualcosa cominciava a corrodere tutto. Mi invitavano, per dire, in una scuola, additato come esempio per i giovani che devono puntare sul loro talento e trovare una strada innovativa nella vita, ma alla fine della fila delle sciaquette che mi filavano, e di qualche mamma che mi filava pure, cominciava una fila sempre più lunga di mamme bacchettone che dicevano no, che uno come me non poteva essere portato a esempio, perché allora tanto valeva esaltare il talento dei calciatori o delle veline. Io all’inizio la prendevo con filosofia, ci facevo su un video carino, ma alla fine, mentre il sogno diventava sempre più un incubo, pensavo che forse era vero, che era meglio mettersi, per esempio, a scrivere un bel libro per diventare un’icona anche a scuola, mica passare la vita a registrare video su come si gioca ai videogiochi. Un creator non va confuso con un bamboccione, sarete d’accordo anche voi.

Ma l’idea del libro dev’essere stata fatale. Va bene tutto, ma un libro no. Se scrivi un libro, giochi con il fuoco. Perché per il sottoscritto tutto può diventare merce – persino la tua faccia, il tuo nome. Diventare un marchio ci sta, eccome. Ma un libro no, un libro non può diventare merce. Non oggi, nell’era digitale. Oggi semmai puoi smerciare figurine, per dire.

Così, dev’essere stata l’idea del libro il punto di svolta che ha definitivamente trasformato il sogno in un incubo.

Perché se scrivi un libro non puoi barare, vuol dire che in fondo, magari anche per sbaglio, hai capito ciò che conta davvero. Lascia stare il successo, i soldi, gli amiconi, gli sponsor e le sciacquette. Conta solo una cosa. L’unica che può giustificare una vita. E che sarebbe?

L’immortalità.

L’immortalità? Certo. Solo l’immortalità è la certificazione che la tua vita non sia stata un fallimento.

Comunque, non devo mica spiegare tutto. Quindi se adesso pensate che anche nel sogno mi si sia ficcata nel subconscio l’idea che sarei dovuto essere io la vera star del tubo, mentre Favij in fondo è solo un ragazzotto veramente trooooppo fortunato no, non avete capito nulla. Questa psicanalisi da selfista me la sono somministrata da solo a suo tempo, quando, pur adolescente io stesso, mai mi sarei sognato di postare una mio foto nel cesso. L’immortalità non significa affatto evitare la morte, e Favij per quel che mi riguarda è davvero un bravo ragazzo, sveglio e intelligente.

Quindi, se avete capito che era un incubo, basta, è inutile che mi perda in giustificazioni. Gli incubi sono quel che sono. Sono come i racconti.

Perciò ecco che nell’incubo io comincio a sentirmi in gabbia con tutti quegli amici, anzi amiconi, anzi qualcos’altro che fa rima con -oni ma che adesso mi sfugge – sì, lo so, è antipatico pensarlo, ma è l’incubo che era fatto così, ve l’ho appena detto, quindi sì, cominciavo a sentirmi un cretino, uno che doveva uscire dalla sua vita, e allora cominciavo a fare cose strane, a sforzarmi di spremere dalle meningi un aforisma un po’ più… come dire… nello stile di Kraus e un po’ meno nel mio.  Però del resto mica potevo, che ne so, cambiare nome e voltare pagina, perché tutti quegli -oni che continuavano a seguirmi restavano pur sempre un bel patrimonio. Bisognava capitalizzarli. Quindi, ecco l’idea del libro – però no, figurarsi se potevo permettermi di scrivere un capolavoro. Favij, cioè io, ero troppo intelligente per non capire che un capolavoro uno come me, cioè uno come Favij, non poteva ancora permetterselo, perché uno come me che ha milioni di followers mica può deluderli, c’ha bisogno di educarli, ‘sti amiconi, di farli crescere. Capite la grandezza di Favij? C’era da prepararsi una lenta ascesa. Per passare da autore di video di gaming a scrittore immortale occorreva una strategia. Possono permettersi di scrivere capolavori soltanto gli sfigati, oggi. Capite? Gente come Davide Brullo, Andrea Ponso, J. A. Baker. Mica uno come me, ovvero Favij. Il successo ha le sue controindicazioni, che nemmeno il bugiardino annota.

Quindi il sogno, cioè l’incubo, si era fatto veramente contorto, perché io, cioè Favij, non potevo più permettermi il lusso di essere io, perché ero contaminato con una certa parte di me – del vero me, voglio dire. Del resto mica potevo scrivere da solo un buon libro, qualcosa insomma che non fosse un’evidente produzione di merce in quantità industriale. Del resto, essendo Favij, in mezzo pomeriggio avrei pure montato un video carino, ma un romanzo no, non subito. Avrei scritto con troppe ripetizioni, con frasi un po’ confuse. Mi sarebbero scappati un sacco di “mica”, di “fare”, di “dire”, di “quindi” e un sacco di frasi con il “che” – e naturalmente un pochino anche di parolacce (ma non quelle davvero volgari, no, solo quelle che sono poco più che intercalari).

Così, per farla breve, l’incubo mi faceva impazzire, perché come Favij non volevo più essere Favij, volevo liberarmi di questo nome da bamboccione, e avevo bisogno di qualcosa di veramente nobile, di un libro appunto, per compiere la metamorfosi. Dovevo imbozzolarmi lì, per compiere la grande trasformazione.

Solo attraverso la prova cruciale di un libro sarei potuto tornare me stesso. Me stesso chi? Uno che insegna proprio a non voler essere come Favij. Perché esssere Favij forse è bellissimo, ma solo per Favij. Il gioco (come sa il grande Gamer) comincia a piacerti solo quando sai di non essere Ronaldo o Belen, eppure, senza bisogno di scattare selfie in bagno, ti piaci lo stesso. Solo in quel mento capisci che sei fuori dalla gabbia.

Così, proprio al momento di quel pensiero, ecco il lieto fine: mi sono svegliato.

Ma gli incubi, per definizione, lasciano una traccia. Ogni horror che si rispetti prepara il proprio sequel. E anch’io, tornato a me stesso, ho avuto un momento di vero panico, da sveglio, quando il mio secondogenito si è presentato in casa, gongolante, con una copia del primo romanzo di un certo Lorenzo Ostuni.

Sì, proprio lui. Il creator.

Il suo libro è realmente qui, davanti a me, adesso.

Un oggetto da esorcizzare. L’unico libro sulla faccia della terra che in questo momento non potrei proprio leggere.

Come esorcizzarlo, dunque?

Con una controfattura.

Seguirò pertanto la pericolosa tecnica dell’assorbimento.

Domani. Proprio qui. Lo prometto.

 

 

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