Controfattura

Controfattura per Lorenzo Ostuni, Favij

Per compiere il rito preannunciato ieri, dovrò sacrificare un figlio, e mescolare nella sua mente Sublime e Banale. Sarà lui, perciò, ad assorbire l’incubo che mi perseguita.

Valgono qui i versi sacri scritti dal poeta

Si sollevano gli anni alle mie spalle
a sciami. Non fu vano, è questa l’opera
che si compie ciascuno e tutti insieme
i vivi i morti, penetrare il mondo
opaco lungo vie chiare e cunicoli
fitti d’incontri effimeri e di perdite
o d’amore in amore o in uno solo
di padre in figlio fino a che sia limpido.

Un figlio eredita davvero dal padre un amore “non ancora limpido”? Forse sì. Io ovviamente auguro alla mia prole – a tutta la mia stirpe – di essere immune al sublime e atroce morso della poesia: se così fosse, avrò scaricato su di loro un peso di cui saranno beatamente inconsapevoli, e lo sosterranno leggeri – portatori sani della maledizione.

Se così non dovesse essere, invece, dovranno fare anche loro i conti con il lato oscuro.

E il lato oscuro è proprio Favij.

Non Lorenzo Ostuni, il bravo ragazzo. Favij. L’icona del successo facile. L’emblema del gioco che ti ingloba e ti trasforma in pedina ignara.

Io esco dalla gabbia, figli miei. Vi do l’esempio e vi lascio liberi di non seguirlo. Un giorno, lo so, capirete – e starà a voi decidere se ripetere il rito o spezzare la catena.

Ciao ciao, Favij. Io ti spernacchio dentro la mia profezia privata, mentre ti lascio contagiare il mio sangue, nel corpo del mio secondogenito dodicenne. Samuele ha letto il tuo immondo, sacrilego romanzo, e ti recensisce così:

Lorenzo Ostuni, noto a tutti come “Favij”, si è stufato della monotona vita da youtuber e ha deciso di pubblicare un romanzo: “The Cage. Uno di noi mente”, edito dalla Mondadori.
O forse ha semplicemente voluto fare business, o portare il suo nome anche nelle librerie di tutta Italia. O magari è stata proprio la casa editrice a chiamarlo e affiancarlo a Jacopo Olivieri, che ha “collaborato” alla scrittura del libro.
Tuttavia il libro è già il più venduto d’Italia: Lorenzo è riuscito a scrivere una storia piena di azione, emozioni e ritmo serrato (probabilmente si allude alle frasi, molto brevi), come afferma Pierdomenico Baccalario sulla fascetta che ricopre la copertina.
Ma ora veniamo al dunque: come si può leggere sulla bandella, la narrazione riguarda un ragazzo di nome Ray che si sveglia da solo in una cella e non si ricorda né come ci è arrivato, né perché. Indossa una divisa gialla che non conosce e un braccialetto simile a un display spento. Scoprirà che ci sono altri ragazzi in altre celle, ognuno con delle istruzioni da seguire e uno strano oggetto recapitato sotto la porta. Hanno solamente sessanta ore per collaborare e uscire da quello strano posto.
La storia in sé non è affatto originale: molti film e romanzi riguardano i temi trattati in questo libro.
Il testo è scritto tutto sommato abbastanza bene e si adatta allo stile dei ragazzi: non solo i personaggi parlano in modo volgare (non c’è un capitolo in cui non ci sia nemmeno una parolaccia!), ma anche nella narrazione capita di riscontrarsi in qualche “tipo” che sarebbe facilmente sostituibile con un “come”.
Comunque, ciò che afferma Baccalario non è sbagliato: la vicenda si svolge tra enigmi da risolvere, tunnel da scoprire, conflitti tra i protagonisti, getti d’acqua che allagano la stanza e molto altro ancora.
Ma non è una storia esclusivamente d’azione, bensì è trattato anche il tema dell’amore: ad un certo punto scoppia una grande amicizia tra Ray e Dana, un’altra prigioniera. Quest’ultima non è un personaggio qualunque: come si scopre alla fine della storia, sarà lei a spiegare cosa ci fanno lì e come ci sono arrivati. Svelerà, infatti, che tutti loro sono morti, e, invece di seppellirli, sono stati congelati nella speranza che nel futuro si scoprisse un modo per riportarli in vita e curarli. Così accadde: i “medici” che li hanno resuscitati hanno deciso di metterli alla prova osservando come avrebbero reagito in una situazione del genere. Dana, che all’inizio si pensava fosse muta, è stata liberata per prima e ha visto e scoperto tutto; così le hanno impedito di parlare.
Dall’epilogo si potrebbe pensare che ci sarà un seguito: si legge, infatti, che il marchio che ogni prigioniero portava sul collo (un otto squadrato) si trasforma nella scritta “FASE RACCOLTA DATI CONCLUSA”. Ecco come finisce il romanzo.
Banale e prevedibile ma con un finale inaspettato, il romanzo di Favij funziona.

 

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