Narrativa d’oggidì: Antonella Lattanzi

Conoscere tutta la letteratura del mondo – e darsi alla scrittura, completamente, per rubare un po’ di felicità: così Antonella Lattanzi

Perché scrivi?

Perché mi rende felice.

Qual è il tuo scarto rispetto alla narrativa odierna?

Non so dirlo, ho sempre pensato che chi scrive ha bisogno e ha il dovere di conoscere la letteratura di ogni tempo. Mi spiego: ha bisogno perché non si può amare la scrittura senza prima amare, molto di più, la letteratura. Ha il dovere perché non si può scrivere senza leggere – sembra una frase senza senso, ma purtroppo li ho sentiti con le mie orecchie: scrittori che dicevano «a me non piace leggere, io non leggo niente». Ridendo, magari. Ma a me non piace lo stesso.

Detto ciò, quando scrivo non mi pongo in nessun modo rispetto alla letteratura, odierna o passata. Scrivo al meglio delle mie potenzialità, sempre; naturalmente «sulle spalle dei giganti», rispettando e amando gli autori passati e presenti che stimo. Così.

Indicami un ingrediente a te caro per l’elaborazione del capolavoro di domani.

Mi dispiace, non so dire neanche questo. Un capolavoro può venir fuori, secondo me, solo quando lo scrittore scrive con sincerità: cioè non in modo autobiografico – l’autobiografismo non c’entra nulla – ma in modo sincero. Un capolavoro può venir fuori solo quando chi scrive scrive ciò che sente di dover scrivere, senza tener conto di mode, calcoli di mercato, e nemmeno di se stesso, di ciò che può fargli male scrivere, delle persone che può far soffrire scrivendo. E pure così, se verrà fuori un capolavoro o un fallimento: non si sa.

Strappa un angolo dalla tua veste perché ci si possa fare un’idea del tessuto: autocìtati.

L’inizio del mio romanzo, Devozione: «Nikita si è scelta un nome battagliero. In russo è maschile e al cinema è il nome di una guerriera. A Roma, nel quartiere delle stelle cadenti, una cappa viola e rossa stringe d’assedio la città. Poi, di colpo, come uno sparo si fa buio. – Muoviti, Pablo. Entra».

Come si forma un’opera nella tua officina?

Si legge, prima di tutto. Tanto, sempre. Di più. Si legge in modo particolare, per godere del libro, ma anche per imparare. Si legge, si studia. Poi si scrive. Si scrive tutti i giorni, con fatica, sudore, dedizione. Non credo nell’ispirazione. O meglio: forse c’è, ma è un centesimo del processo di scrittura. Si scrive il più possibile, si riscrive, si lima, si taglia, si riscrive ancora. Con umiltà, e passione. Umiltà, passione e fatica sono, secondo me, le tre parole chiave della scrittura.

Qual è il tuo maggior cruccio, rispetto a quanto hai finora scritto?

Nessuno, per fortuna. Il risultato non sono io a poterlo dire: è il lettore. Non sono io a poter dire se ho scritto cose buone, interessanti, belle, o meno: è il lettore. Ma per quanto riguarda l’impegno, il darsi completamente alla scrittura: non mi sono mai risparmiata.

La critica più intelligente che hai ricevuto, diceva che…

«Devozione è il romanzo delle nostre dipendenze, di tutte le nostre dipendenze»: non so se era la più intelligente, davvero non so dirlo, ma una delle più importanti per me, una di quelle che coglieva il senso che vorrei dare io al mio romanzo, il motivo per cui l’ho scritto: sì.

(foto di copertina di Alessandro Cani)

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