Maurizio Torchio

Narrativa d’oggidì: Maurizio Torchio

La scrittura, ci insegna Maurizio Torchio, ha un valore conoscitivo, perché lavora su questioni universali. Poi il discorso si asciuga, l’inessenziale evapora, e resta il racconto

Perché scrivi?

«La gioia di scrivere. / Il piacere di perpetuare. / La vendetta di una mano mortale.» (Szymborska)

Sottoscrivo (eh eh). Cioè: perché mai un immortale dovrebbe mettersi a scrivere? Al limite parla, detta. Ma la scrittura riguarda solo noi.

Qual è il tuo scarto rispetto alla narrativa odierna?

Tassonomizzare gli autori è un lavoro da critici. Posso dire che, come spunti narrativi, trovo poco stimolanti tanto la mia biografia che la Storia recente del nostro paese. O un miscuglio delle due. Cioè: raccontare i cazzi miei con sullo sfondo pezzi di Storia (dove Storia sta per: le cose che più o meno tutti abbiamo vissuto perché le abbiamo viste al telegiornale) mi interessa poco.

Indicami un ingrediente a te caro per l’elaborazione del capolavoro di domani.

Ah, non posso. È un segreto.

Strappa un angolo dalla tua veste perché ci si possa fare un’idea del tessuto: autocìtati.

«Ballare, cantare, sono cose serie. Ci sono bambini che grazie al canto sono riusciti a farsi adottare a dispetto delle malformazioni fisiche. Sono scampati all’internat grazie al canto. Alina, un’amica di Griša col labbro leporino, aveva una spaccatura nel palato talmente profonda da impedirle di parlare. Per questo a quattro anni la diagnosticarono imbecil´nyj e dovette lasciare l’istituto. Se prima fosse riuscita a ballare, forse l’avrebbero adottata. E i nuovi genitori avrebbero pagato i duemila dollari che servono a operare un labbro leporino, e invece del silenzio dell’internat sarebbero venute la capacità di parlare, e cose di cui parlare, e persone con cui parlare. Il cibo avrebbe smesso di uscirle dal naso.

Le vite dei bambini si separano alle feste, e loro lo sanno. Differenze minime diventano incolmabili. Per questo ognuno deve fare la cosa che gli riesce meglio, e spera lo salverà. Chi sta in piedi, e balla, starà sempre più in piedi. Chi non balla rischia di non uscire più di camera, non alzarsi dal letto. Chi è sveglio starà sempre più sveglio. Gli altri dormiranno, ogni giorno di più. Anche sedici ore al giorno. Oltre le porte blu, nelle camere dei bambini sdraiati, dove gli occidentali non possono entrare.» (da Piccoli animali)

Come si forma un’opera nella tua officina?

Parte dalle idee. Non nel senso di trovate originali, ma di questioni molto astratte, tendenzialmente universali. Ovviamente, non è che penso: adesso voglio scrivere un romanzo sulla differenza fra naturale e artificiale, oppure: un romanzo su che cosa significa essere liberi. Però mi accorgo, strada facendo, che a motivarmi è una curiosità di quel tipo. È alla luce delle idee che vado a cercare la documentazione; leggo, guardo, intervisto persone. Poi, a forza di macerare, la documentazione dovrebbe evaporare completamente, e lasciare il posto alla poesia e al racconto.

Qual è il tuo maggior cruccio, rispetto a quanto hai finora scritto?

Non ci si sprofonda ancora dentro per bene. Non si tifa per i personaggi. È vero che mantenere il lettore vigile e pensante è una bella cosa. Ma i libri che, da lettore, ho apprezzato di più, sono anche immersivi; ogni tanto ti dimentichi chi sei e cosa stai facendo.

La critica più intelligente che hai ricevuto diceva che…

Diceva che, in alcune pagine, ci si accorge che scrivo la mattina, ben sveglio, seduto alla scrivania. Insomma, è un altro modo per dire l’eccesso di lucidità di cui mi sono auto lamentato al punto precedente. Che poi, leggendo questo carotaggio grullo e geniale, mi sono accorto che molti autori si lamentano di un eccesso di autocontrollo. Dev’essere una specie di tic della categoria. Forse, fossimo stati più istintivi, avremmo fatto altro.

 

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