Narrativa d’oggidì: la voce di Brullo

Davide Brullo è più di un amico, è un fratello. E’ più di un autore che stimo, è l’unico che può uccidermi. Vale la pena ascoltarlo

Perché scrivi?

La stessa domanda me la ha imposta qualche settimana fa una ragazza pazzesca di diciotto anni. Perché ho bisogno di dedicarmi esclusivamente a qualche cosa, di sprecarmi e spremermi in qualcosa. Lei ha replicato, disarmata, “ma non ti basta un uomo?”.

Occorre riflettere se la scrittura è un qualcosa in più o un difetto originario, uno squarcio, una mancanza. Scrivo perché ne ho abbastanza dell’uomo e perché l’uomo non basta mai, è incommensurabile. La scrittura è l’unica cosa esclusiva che possiedo. Da un certo lato in poi, la questione estetica – se scrivo qualcosa di grande o di mediocre – è inutile, equivoca. Il resto, sono concetti dall’odore romantico: “scrivo per sopravvivere”, “scrivo per donare una testimonianza di me ai miei figli”, “scrivo per salvare il mondo”. Sono tutte cose vere, patenti, ma sempre secondarie. Hanno il sapore orrendo di un alibi, di una presa di distanze, di una misurazione mastodontica, inessenziale. Devo annullarmi, scrivo. E la scrittura mi riduce a un vuoto netto – sono vuoto. Non sottoscriverei nulla di ciò che ho scritto – i miei libri non sono il diario notturno di un’anima sensibile e sensitiva – non abiuro nulla di ciò che ho scritto. La scrittura mi annulla, scrivo per straziarmi, nullificarmi – ma non è pure questa una mezza verità?

Qual è il tuo scarto rispetto alla narrativa odierna?

Odoro la narrativa odierna, non la adoro, a volte la ignoro. Lo scarto è nella postura, nella posizione che mi impongo nella scrittura. Sempre sul ciglio del rischio più estremo, come se questa, proprio questa, fosse l’ultima – e l’unica – scrittura possibile. Si scrive come se domani potesse accadere il cataclisma, ridotti al suolo della fame – come se non esistessero lettori, se non l’ultimo uomo, tra decine di migliaia di anni, che recupererà l’alfabeto e la santità dell’uomo – la sua origine e la fine – attraverso la mia scrittura. Proprio per questo, ad esempio, la questione editoriale – la margheritina del “pubblico o non pubblico, con chi pubblico o con chi non pubblico” – è superflua, alterante, surclassata all’origine.

Indicami un ingrediente a te caro per l’elaborazione del capolavoro di domani.

Ogni capolavoro inizia e conclude, nel suo piccolo, la letteratura. Lotta per abolire l’idea stessa di letteratura. Per cui in ogni istante azzera gli “ingredienti” che andavano bene un attimo prima, produce un dolce indigesto per i palati inadatti, prepara una lista delle spezie che da allora divengono gli “ingredienti” necessari per ogni scrittore che seguirà. D’altra parte, se guardo alle opere di genio della letteratura universale, i centri son sempre quelli: la vita, la morte, l’uomo, la bestia. È incredibile che oggetti così banali possano fare esplodere capolavori immani. Che da una sedia uno scrittore riesca a evocare – glorificandolo – un mondo intero, una galassia, migliaia di cosmi.

Strappa un angolo dalla tua veste perché ci si possa fare un’idea del tessuto: autocìtati.

L’opera è progressiva, un libro azzanna e abolisce l’altro, per cui ricalco da una storia che s’intitola Sciacalli, che non è stata pubblicata e non è neanche in via di pubblicazione:

«Il bene è difficile, dice il bambino al padre, e piange, vedi, non riesco a essere buono, dice, e il viso si scioglie, le lacrime sembrano sbarre di luce. Il bambino sembra pensare: se non ce la faccio io ad aderire al bene, come potrà farlo l’uomo? Ma cosa ne sa lui del male? da dove giunge l’intuizione che il bene è impossibile, che l’uomo è carcerato nel male? Quel bambino vorrebbe essere sconfinato, e abbracciare tutti gli uomini, e le sue lacrime, morbide e regolari, sono le corde che costringono Dio al mondo delle creature viventi.

È difficile, dice, non ci riesco, e infine, liberandosi dal bene e dal male, il bambino dorme e dall’altra parte del tempo chissà come è felice, spensierato, con il suo papà.

Sulla voracità del suo pianto si bilancia il mondo».

Come si forma un’opera nella tua officina?

Mi piacerebbe dire a proposito qualcosa di molto poetico, oppure di assai “professionale” – del tipo, lavoro tutti i giorni dalle 6 alle 11, bevendo tazze di tè bianco e ingurgitando soltanto quei biscotti partoriti in quella particolare pasticceria. In realtà, la vita si sviluppa come una serpe, è un ostacolo alla mia attività continua di scrittore – uno è scrittore soprattutto quando non scrive, come le grandi squadre di calcio sono geniali soprattutto nel moto “senza palla”. Sono contento così: l’impedimento fisico e manuale mi costringe a intraprendere solo ciò che è necessario, a brandire unicamente parole perentorie, decisive e imprescindibili – è miracoloso se ho una mezz’ora di spazio vuoto al giorno, e desolato, distrutto, mi accuccio sul foglio, inerpicandomi sulla penna.

Qual è il tuo maggior cruccio, rispetto a quanto hai finora scritto?

Non ho crucci né certezze. Non ho tempo per rileggermi e guardarmi le spalle, per questo morirò come ha profetizzato il mio grande amico Simone Cattaneo: arriverà un tizio che casualmente mi spappolerà una spranga di ferro sul cranio. Il rumore sarà come quello di una rosa che fugge la morte, fiorisce. Secondo Anton Cechov, d’altra parte – cito a memoria il finale di Zio Vanja – la morte è un riposo, il ricovero nella quiete.

La critica più intelligente che hai ricevuto diceva che…

Non ho critici, ma amici, considerevoli fratelli. Chi ha scritto di me – penso a Marco Merlin, a Massimiliano Parente, a Cesare Cavalleri – non ha fatto una critica, ma detto cose più ampie, marcate sulla mia pelle. D’altra parte, sono persone con cui intrattengo rapporti umani eccellenti, per cui tra la parola e la scrittura si perde tutto l’affetto che c’è nel retroscena. In fondo, i miei libri non hanno pubblico né critici, non vendono, la cosa più bella che mi è capitata è la lettura spudorata di una ragazza di nome Margherita, ha diciotto anni, in un giorno si è letta un mio romanzo (il titolo è S), e mi ha scritto una lettera di quattro facciate, esaltando e superando il libro in questione, martirizzandomi.

 

 

1 commento
  1. bruno dice:

    e pensare che io, capra ignorante e rissosa l’ ho quasi trattato a pesci in faccia quando umilmente mi ha chiesto una intervista, la più bella che ho avuto in vita mia !!!

    Rispondi

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