La poesia è finita

La poesia è finita

Lo certifica anche Cesare Viviani. Ma ovviamente non è vero, perché la poesia non può finire. A essere finita è dunque una società, quella che lo stesso Viviani ha in parte sperimentato, e di cui patisce la nostalgia. Quella che alimentava la tradizione, che poi si è interrotta. Così oggi ci sono anche poeti di successo, libri in versi che vendono, tutto un pullulare di artisti. Ma in questo spettacolo niente si sedimenta: restano calici vuoti, incontri effimeri, promesse vane.

Io la società (elitaria, aristocratica) in cui la poesia poteva trovare un margine di significato e di prestigio non l’ho mai esperita. Ne ho percepito il vento, l’ultimo respiro. E ho provato a salvarne una cellula staminale. Non posso concedermi il privilegio della nostalgia, dunque. Sono abituato al vuoto, resto insensibile alle lusinghe dell’happy hour.

Per questo, mi fanno compagnia alcune precise riflessioni che Cesare Viviani ha raccolto nel suo libretto. Ve ne ripropongo un paio:

Se è vero come è vero che c’è in ciascuno di noi una continuità del percepire, del sentire e del pensare, diciamo: un’organizzazione di percezioni, sentimenti e pensieri piuttosto stabile, è altrettanto vero che la poesia nasce da una frattura dei significati abituali e dei riferimenti consolidati del sentire e del pensare, nasce da una discontinuità dell’esperienza e del pensiero. E come si realizza questa discontinuità? Nella scrittura e nella lettura della poesia c’è, deve esserci un’immersione nell’ascolto, un ascolto assoluto nel quale l’organizzazione dell’io si dissolve, scompaiono il buon senso e le valutazioni normali, si scompone anche l’ordine dell’ambiente intorno a noi e c’è solo quest’ascolto vertiginoso della parola che diventa protagonista dell’esperienza del poeta e del lettore. Il senso si interrompe ed entra in circolazione a pari merito il non senso. [pp. 17-18]

Il limite della parola poetica è limite alla comprensione, all’acquisizione mentale: il lettore si trova disarmato, disarcionato, privato delle sue capacità e abilità, del suo potere. L’unico modo di leggere la poesia (e di scriverla) è dunque quello di mettersi a nudo, lasciando ogni privilegio e ogni atteggiamento di conquista e di dominio, e fare così, attraverso il limite della parola poetica, l’esperienza del proprio limite insuperabile, ovvero l’esperienza della vita in presenza della sua fine. [p. 20]

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