Una sedia

Narrativa d’oggidì: Giuseppe Rizzo

Giuseppe Rizzo ci ricorda che per scrivere un capolavoro occorre… una sedia (con buona pace di Hemingway, che scriveva in piedi)

Perché scrivi?

Diceva Arbasino, «il primo che risponde a questa domanda è un coglione».

Qual è il tuo scarto rispetto alla narrativa odierna?

No idea.

Indicami un ingrediente a te caro per l’elaborazione del capolavoro di domani

Non so dove ho letto che per scrivere occorre una macchina da scrivere e una sedia. Sembra una cosa semplice, e invece a volte non si trova la sedia. Allora, non so se serve per i capolavori, ma direi che non può mai mancare una sedia.

Strappa un angolo dalla tua veste perché ci si possa fare un’idea del tessuto: autocìtati.

«Uno sputo coi dentoni e il naso grosso guardava fisso un portone di lamiera. Qualche gentiluomo ci aveva scritto “Suca” a caratteri cubitali. Gli altri lo chiamarono perché si unisse al gioco, ma lui niente. A un certo punto, parve avere l’illuminazione. S’alzò le braghe, prese un pezzo di gesso e scrisse: “TI AMA”. Ne venne fuori un graffito a metà tra il parrocchiese e il palermitanesco: SUCA TI AMA”

Come si forma un’opera nella tua officina?

Con un tot di parole messe nell’ordine giusto. Sembra facile, come quella cosa della sedia, a volte mancano le parole, a volte l’ordine.

Qual è il tuo maggior cruccio, rispetto a quanto hai finora scritto?

Nessun cruccio.

La critica più intelligente che hai ricevuto diceva che…

Tutto quello che avevo scritto non aveva estro, è il commento più bello, giuro, di Massimo Onofri, sull’Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, che loro di estro sì che se ne intendono.

 

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