Dal sito di Anna Lavatelli

Narrativa d’oggidì: Anna Lavatelli

Scrivere per i bambini, come fa Anna Lavatelli, è più complesso, credo, che scrivere per gli adulti. Ma forse scriviamo sempre per un pubblico più specifico di quel che crediamo, forse persino per qualcuno che non riusciamo a identificare del tutto…

Perché scrivi?

È ciò che so fare meglio. Nella scrittura unisco il piacere, cioè la passione per la letteratura, al mestiere, ovvero la fatica che accompagna anche questa attività umana. Mi garbano entrambe le cose. E perseguo ostinatamente quell’equilibrio perfetto che si genera a volte tra passione e fatica, e che può concedermi — quando lo raggiungo — un benessere simile alla felicità. Una scrittura felice è una sorta di quadratura del cerchio, è la strada che all’improvviso trovo per dare l’assetto migliore ad una storia e riuscire a tirarne fuori (o metterci dentro) maggiore sostanza. Gettarmi ogni volta in questa sfida mi motiva, mi appassiona. Non mi sembra mai di perdere tempo, quando scrivo: tutto acquista un senso, anche i dubbi, le ansie e i fallimenti.

Qual è il tuo scarto rispetto alla narrativa odierna?

Non sono interessata a scrivere storie seriali, né a inseguire maghi e vampiri sull’onda di Harry Potter o di Twilight. Quindi niente fantasy, horror, romanzi dell’occulto o del mistero nelle mie trame (ma ancor prima niente nelle mie corde). Per lo stesso motivo me ne sto ben lontana anche dall’altro streem letterario, non catalogabile per ‘generi’ ma non per questo meno soggetto a replicazione. È la letteratura (se mi si passa il termine) ‘argomentativa’ , molto spesso commissionata dagli editori stessi, in disperata ricerca di libri che ‘parlino di’ ecologia, pacifismo, intercultura, oppure di droga, anoressia, handicap, omosessualità, mafia, bullismo… Storie ad hoc, insomma. Un racconto, io credo, dovrebbe nascere invece dalle motivazioni interne dello scrittore, non avere come punto di partenza un trend o un setting narrativo. A muovere l’immaginazione dovrebbero essere fattori e stimoli prossimi alla propria sensibilità (umana e letteraria), inquietudini, domande, riflessioni sui casi della vita umana. Il mio ‘scarto’ (equestre — spero — non da raccolta differenziata!) vuole essere proprio questa diversità del raccontare. Come ho già precisato, non mi attraggono le mode letterarie né gli ‘effetti speciali’. Mi attira di più la quotidianità, dove accadano di continuo molte cose straordinarie ed appassionanti. Credo che queste storie siano belle proprio per la loro unicità e la loro forza, sono convinta che attraverso di loro si possano leggere e interpretare anche altre realtà e altre vicende, senza far ricorso a ‘temi’ pretestuosi. Per questo mi lascio conquistare dalle piccole schegge di vita che incontro per strada. Mi interessa guardarle più da vicino e in profondità, scoprire se ne posso tirar fuori una storia intera. Finora non mi hanno mai delusa.

Indicami un ingrediente a te caro per l’elaborazione del capolavoro di domani

Le dinamiche della vita famigliare, con la rete ingarbugliata di affetti, promesse, ricatti, menzogne, finzioni, segreti, aspettative, delusioni, gioie, difficoltà, sorprese, tensioni, ripicche, generosità, invidie ed altruismo che tiene insieme o manda in crisi il cosiddetto ‘focolare domestico’. Naturalmente, visto dalla parte dei ragazzi, perché è per loro che io scrivo. Ma senza per questo ritenerli esenti da responsabilità, e quindi considerandoli anch’essi avvolti e rappresentati nella stessa rete.

Strappa un angolo dalla tua veste perché ci si possa fare un’idea del tessuto: autocìtati

«Non mi piace lasciare messaggi né pensieri: non sono, né voglio esserlo, una guida spirituale o un ‘portavalori’ della letteratura. Temo gli scrittori che sbandierano la propria militanza (ecologia, intercultura, pacifismo, ecc. ecc): sono persone che fanno delle parole un’arma, che non accettano contraddittori, che credono di avere in pugno essi soli la verità, che ammaestrano, invece di introdurre alla bellezza della letteratura. Le verità assolute non stanno dentro ad un racconto, o almeno non ci dovrebbero stare. E con questo, purtroppo, temo di aver lasciato anch’io un messaggio! Me ne scuso profondamente con i lettori di questo blog.»
Da un’intervista on—line  http://cristianamarsi.blogspot.com

Come si forma un’opera nella tua officina?

Il punto di partenza è la cosiddetta ‘ispirazione’, che si trova dovunque: al supermercato, in auto, mentre si legge il giornale. È la vita stessa che offre le idee per scrivere, non c’è da andarle a cercare da nessun’altra parte, sono già tutte qui tra noi. Lo scrittore ‘ascolta’ quello che succede, per poi raccontarlo a modo suo. Io mi lascio guidare da quello che i francesi chiamano ‘coup de coeur’: se un’idea mi prende, mi appassiona più delle altre, mi viene voglia di farne una storia e di ‘perdere tempo’ a scriverla. Certo l’entusiasmo da solo non basta e la pagina scritta è sempre dura da lavorare. Il mestiere aiuta, ma non rende l’impresa più facile, semmai facilita la scelta del ritmo narrativo, del linguaggio, delle modalità con cui strutturare lo svolgimento dei fatti. Ogni volta l’incipit (da qualunque punto si cominci a scrivere un nuovo racconto, fosse anche dalla fine) richiede concentrazione e accumulo di energia, fisica e mentale. Nelle varie fasi della scrittura si alternano momenti di eccitazione, di stanchezza, di dubbio, di abbandono. Poi, quando la narrazione ha preso l’abbrivio e comincia a navigare come si deve, arrivano finalmente anche momenti di grande benessere, di felicità. Dunque la fatica c’è, anche se la passione è più forte e spinge avanti la metaforica penna (io scrivo a computer). Anche l’ambiente è vitale, per me. Lavoro sempre a casa, infatti, nello stesso angolo (dove ho la consolle con il computer, tutto quel che mi serve, insomma), in assoluto silenzio. I luoghi che non mi sono familiari, la musica, il chiacchiericcio delle persone mi impediscono la riflessione e spesso mi inibiscono le idee, quando non addirittura la ricerca delle parole. Non sono una scrittrice a tempo pieno e neanche particolarmente feconda. Scrivo quando ho una storia da raccontare e quando il momento favorevole (il mio stato d’animo) me lo consente. Amo il romanzo breve (o il racconto lungo) che è più consono alla mia vena narrativa e al mio desiderio di essere pregnante nell’esprimermi. Mi piace la misura, e il racconto ideale che ho in testa che cerco ogni volta di tradurre sulla pagina è quello che riesce ad essere più intenso attraverso la sottrazione del superfluo, l’uso avaro ma preciso delle aggettivazioni.

Qual è il tuo maggior cruccio, rispetto a quanto hai finora scritto?

Non aver scritto ancora una storia che si venda ovunque, con il semplice passaparola da bambino a bambino. Senza ufficio marketing, né altri artifici. Solo perché il libro piace. È un sogno, lo so. Ma sarebbe così bello!

La critica più intelligente che hai ricevuto diceva che…

Cara Anna, ti avevo poi detto di Crudelia Demon? [Non chiamatela Crudelia Demon, che pubblicherà Piemme, gennaio 2012]. L’ho letto ritrovando la suggestione del suo racconto orale, rafforzata dalla tua scrittura che non scivola nel buonismo e nel commovente ma irretisce nella tensione. Mi pare quasi che una delle pagine più commosse (non commoventi, appunto) sia quando Katia chiede al preside “se è vietato andarci” dalla signora Mautino: c’è tutto l’essere ragazzi e diventare grandi di fronte alla vita, ma non da un momento all’altro e naturalmente senza capire subito tutto. Trovarci i versi di Evtushenko è stato poi bello. E alla fine (la storia funziona così bene che si potrebbe finire anche un po’ prima o un po’ dopo) è forse solo il titolo: bello, attira ma forse non dà l’idea della profondità del tema, chissà.
(Roberto Cicala, lettera privata)

(L’immagine di copertina è tratta dal sito dell’autrice)

 

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