Ci sono momenti. Racconto inedito di Simone Cattaneo

Oggi sono nove anni che Simone ci ha lasciato.

Come non bastassero i ricordi, mi è arrivato da questo aldilà che ci troviamo da un po’ di tempo a vivere un dono: otto racconti inediti di Simone, ritrovati dal nipote. Ne parla anche Davide, pubblicandone parzialmente uno.

Ci sono momenti in cui i ricordi sopravanzano le parole, che rimangono nude a guardarsi. Stupite e mute. Stupide e matte. E in quei momenti, in momenti come questo, tacere e ascoltare è un piacere doloroso.

I morti a volte ci massaggiano la schiena, ci modellano il fiato, ci fanno male e bene. Sempre alle spalle, irraggiungibili. Sempre a spingerci un po’ più in là, fin dentro l’inizio.

Ci sono momenti…

di Simone Cattaneo

Ci sono momenti in cui capisco chi sono. Momenti in cui sono davvero me stesso. Davvero?

Mi basta guardarlo. La sera al tramonto. La luce che si infila tra le tende della vetrata. Illumina la parte destra del suo corpo e il suo braccio che si muove forsennato nello spazio antistante. Mi concentro più in là sulla sua ombra che si staglia sul muro bianco. Da tempo ormai non mi sentivo così pieno. Osservo la parete. E questa sera che cammina.

Giorgio me l’ha menata anche ieri sera. Dice che non sta bene arrivare in ritardo. Mi ha insultato per un quarto d’ora eterno, però poi mi ha svelato il risvolto psicologico di questa sua esternazione: più tardi arrivi, meno alcol trovi. Dice che è un vizio umano, una cosa che arriva addirittura dall’inconscio, un bisogno che resta indescrivibile se non si è vista almeno una volta la reazione che l’alcol provoca sui topi da laboratorio. Io di mio gli credo, e non so quando lui abbia assistito a certi esperimenti, ma resto comunque infastidito dal fatto che questa sua convinzione lo porti a condurmi alle feste sempre con un quarto d’ora d’anticipo. Io di mio arriverei sempre in ritardo. E tornerei in anticipo. Lui invece si lamenta perché dice che gli faccio fare tardi. Oggi, ad esempio, siamo arrivati in orario preciso e lui, invece che entrare subito, si è preso il suo bel quarto d’ora per rompermi i coglioni sul ritardo. Quasi fosse un rito. Quindi è anche un po’ colpa sua se, quando siamo entrati con un quarto d’ora di ritardo, gli pseudoartisti che sostavano davanti al banco degli alcolici erano già parecchi e accalcati come se quella fosse la loro ultima cena- che avessero capito che era ora di smettere di bere o, ancora meglio, di smettere di spacciarsi per artisti? Comunque, neanche a dirlo, Giorgio ha dato la colpa a me e mi ha rotto i coglioni per un altro quarto d’ora buono. In realtà credo che voglia semplicemente esercitare la sua autorità da adulto. Credo che il ritardo c’entri poco o niente.

Il ragazzo in questione ha mani perfette. Così perfette da farmi rizzare i peli sulle braccia e accapponare la pelle appena sotto. Mi ricordano le mie alla sua età. Il ragazzo in questione dipinge che è un miracolo. E a me piace osservarlo standomene seduto sul divano. Dipinge così bene che non ha nemmeno più bisogno di me, né io dei pennelli. Avete mai osservato un bambino che cerca di tirare la coda di un gatto? Avete presente il suo sguardo eccitato quando riesce ad afferrarla? E’ un’espressione identica alla mia quando tento di distogliere dalla tela l’attenzione del ragazzo e di venire in contatto con la sua mano. Vorrei guardarla, tenerla tra le mie e paterne leggere il futuro, per capire finalmente perché si trova qui. Ma il ragazzo sembra non accorgersi di niente quando il bambino che c’è in me tenta di afferrargli la coda. Ha occhi e mente solo per la tela. Avete presente quando il gatto riesce a sfuggire alla presa del bimbo?
Sto di un male che non si può dire. Mi vengono i crampi allo stomaco. E so che non è fame.

Eravamo a questo vernissage e ai presenti mancava soltanto la coda, per il resto la reazione che l’alcol aveva su di loro era più o meno quella che mi aveva descritto Giorgio pocanzi.
Mi sono un po’ preoccupato quando ho visto Giorgio ingerire due bevande con quattro cannucce infilate in due bicchieri, anche perché lui odia bere dalla cannuccia. Poi ho capito che, essendo arrivato in ritardo, stava soltanto cercando di recuperare il tempo perduto risparmiandolo sulla preparazione del cuba libre che in effetti era intento a succhiare con una certa distinguibile avidità. Anche perché Giorgio frequenta i vernissage e tutti i party in genere, soltanto per bere e certamente non perché gli interessi l’artista di turno o fare del presenzialismo. Giorgio è un animale strano, cerca sempre di defilarsi da ogni possibilità di divenire celebre anche fisicamente, a livello visivo. Mentre a livello di nome è già un mito. Viene a questi party e cerca di parlare il meno possibile con quelli del giro cosiddetto buono. Si concentra soltanto sull’alcol e, qualche volta, sulle donne. E io non capisco perché ci venga, a questo punto. Forse per abitudine. Anche perché party come questi, molto spesso, sono frequentati dalle solite trenta quaranta ragazzine un po’ tutte uguali. E allora va a finire che Giorgio – il quale, è doveroso dirlo, risulta essere tenutario di un aspetto fisico decisamente piacente e che fa sbavare tutte le ragazzine di questo tipo- si limita a fare un po’ lo scemo con le suddette fanciulle che avranno solo qualche annetto più di me, senza in realtà palesare serie intenzioni da talamo. In effetti le ragazze così sono piuttosto noiose già per uno della mia età. Lui si limita a tormentarle e punzecchiarle un po’, con loro che, a seconda dei casi, sorridono nei loro ampi vestiti fiorati o fanno smorfie di disgusto radicalfreak. E comunque sia sanno benissimo quanto poco in là si può arrivare con uno come Giorgo. Vale a dire quasi zero, una notte al massimo. Anche perché Giorgio non è proprio il classico galantuomo. Dicono che faccia tutto per un secondo fine. In realtà il suo secondo fine è l’unico suo indiscutibile fine; non ne esistono altri né lui vorrebbe far credere il contrario. Giorgio ha un solo fine, ed è lì davanti agli occhi di tutti, palese e quindi per nulla ipocrita. Giorgio è un egoista egocentrico, e per questo il suo fine non può essere altri che quello di farsi smisuratamente i cazzi propri. In tutti i sensi e modi possibili.

So che non è fame. Ma è la stessa inevitabile necessità. Eppure non riesco a capire da cosa dipenda. Forse dai ricordi della mia adolescenza. Non so. Non riesco ancora capirlo.

Per questo adoro Giorgio. Per questo e anche perché è bollito. E io, se possibile, a vent’anni – quindi esattamente la meta dei suoi – sono più bollito di lui e sono l’unico ad essere entrato nella sua vita così in fretta, e in modo così intenso, da arrivare a condividere con lui, tuttora e da tre mesi, il suo loft-laboratorio ad ogni ora del giorno e della notte. E così ho cominciato a seguirlo anche in tutti questi suoi tour alcolici e lui a portarmi dietro praticamente come mascotte, dato che io nemmeno bevo. O meglio, bevo solo quando arriva il down da coca e mi serve un aiutino per addormentarmi. Ma lui dice che è bene che io ci sia, che cominci a farmi conoscere. In realtà lui ogni tanto fa anche lo sforzo di presentarmi qualcuno correndo il rischio di farsi accalappiare in qualche discussione di quelle che odia, tipo le nuove frontiere dell’arte contemporanea. Per quello che ne so, in t re mesi di vita comune non ho mai visto Giorgio con in mano tavolozza o pennello. Forse ha deciso che non ne vuole più sapere e vuole dedicarsi all’alcol anima e corpo. Fatto sta che comunque corre il rischio e prova a presentarmi certa gente, ma io non sono propriamente quello che si dice un animale sociale. Se devo animalizzarmi penso a un orso. Il che non fa di me un animale socievole. Tuttalpiù letargico, questo sì. Ma diciamo che per questo mio problema ho già trovato un discreto rimedio. Per questo e per molti altri.

La gioia lo può sfiorare appena. Momenti veloci e indimenticabili. Cocaina per fingere di non soffrire. Per il resto è silenzio. Immobilità quasi assoluta. E quella sensazione di essere sempre fuori luogo che hanno tutti gli artisti. Come l’avevo io vent’anni fa.

A tre minuti dalla mezzanotte ho pensato che avrei comunque fatto uno strappo alla regola bevendo qualcosa. Anche perché ieri era una giornata speciale. Capodanno del duemila. Ho pensato che, tempo tre minuti, e mi sarei ritrovato con una bottiglia intera di spumante in mano e l’obbligo di berla e di offrirla a gente sconosciuta che mi avrebbe offerto anche le proprie sconosciute guance da baciare. Io, come solito, sentendomi comunque in colpa per qualcosa di indefinito, avrei porto ovviamente l’altra col risultato di limonarmi lo sconosciuto. Odio gli sconosciuti. E in un certo senso odio anche limonarci. Però a volte mi capita di incontrare uno sconosciuto che mi limonerei al volo. Seduta stante. Come ad esempio quella tipa amica dell’altra che in quel momento stava parlando con Giorgio. Avrà ventisette anni, ho pensato. Bionda, coscialonga. Occhio azzurro leggermente truccato. Direi androgina. Ma con gran classe e gran gambe. Gran voglia di muoverle, si sarebbe detto. Ma forse con gualche altra donna, dato che le mie donne ideali sono quas1 tutte lesbiche. (In realtà sarebbero la mia specialità se solo avessi qualche anno in più e fossi lesbica anch’io). Infatti lei mi sembrava essere molto attratta dalla sua amica che, a sua volta, sembrava molto interessata a Giorgio e suppongo meramente in qualità di animale da monta. Lui c’ha questa capacità qui che magari una nemmeno sa che lui è un artista famoso ed è colpita soltanto e semplicemente da lui per quello che pare essere, per quello che appare alla distanza di tutte le sovrastrutture che gli ruotano attorno se sai chi è davvero, intendo dire in senso artistico. E se solo lei sapesse che lui è un genio… un genio riconosciuto… un animale raro che fa paura… vi assicuro, cose che vengono fuori solo a gente prescelta, per quanto ne so, e io, giustamente, come un cazzone a fare la mascotte!

Il ragazzo mi è entrato sottopelle. E’ diventato parte di me. Non riuscirei a vivere in questa casa senza di lui. Senza i suoi disegni. Senza il suo silenzio. Forse mi ha stregato. Forse è finito il mio tempo e lui è qui per confermarlo. Forse è semplicemente il mio passato che mi si ripresenta davanti. Forse è tutto senza un perché.

Ma era un giorno di svolta, e in quel momento precisamente era la chiave di volta tra il novantanove e il duemila, mille e non più mille, adesso precisamente lì in quel momento, e io ero talmente strafatto di coca che ho pensato che non fosse il momento giusto per provarci con una lesbica; che certe scelte, certi giorni, le devi fare il giorno dopo, e in frangenti come questi non c’è altro da fare che rifugiarsi coi propri desideri personali, accantucciarsi in un angolo appartato e gustarsi da solo la bottiglia di moscato.
Soprattutto perché ci sono momenti nella vita di un uomo, e in particolar modo quando costui pippa come un disgraziato, che certi rumori provocati dalla dis1dratazione, dalla propria gola in fregola e mandibola smodatamente smandibolante, dall’uso inappropriato della propria lingua intesa NON come linguaggio, costringono a vergognarsi, se non di esistere, perlomeno di avere un corpo rivoltante quanto basta e a decidere, come per illuminazione immediata, di non far sopportare questi stessi rumori a nessuno se non ad un se stesso solo e disperso in un triste sottoscala e in duri strippi da coca. Questo ho deciso di fare. Sono uscito dalla sala ed entrato in un corridoio. Ho focalizzato un angolo che mi sembrava piuttosto tranquillo, ho tastato la mia scatola portagioie nella tasca interna della mia giacca di lino, ho stretto nell’altra mano il collo della bottiglia di moscato e mi sono rifugiato in quel buio sottoscala pronto a festeggiare l’anno in solitaria.

E’ un po’ di giorni che non dipinge. Ma non posso domandargli nulla. Il ragazzo in questione è una porta blindata. E’ un’aiuola di incertezza timorosa di essere calpestata. Un genio che si esprime solo a sprazzi, che ha paura che, stando troppo allo scoperto, lo si possa derubare proprio di quel piccolo spicchio di lucido delirio. Quello spazio che ancora lui si ostina a chiamare desiderio.

Ma, come era ovvio, non dovrei bere in un sottoscala buio sotto l’effetto della coca, perché poi smandibolo forsennato e si muove anche il mio cervello che si mette a pensare a cose lontane nel tempo, cose ormai andate, tipo ricordi lontani di persone lontane che la vita o il poco coraggio non mi hanno permesso di trattenere vicine a me. E po1 mia madre, da cu1 mi sono allontanato l’anno scorso per frequentare l’Accademia. O, chissà perché, quella ragazza dell’Accademia che ho lasciato dopo un mese lasciando anche l’Accademia. Tante cose insieme. Tutte, o quasi, quelle avvenute in questo anno di assenza da casa, mentre mia madre mi credeva felice. Non riesci a fare abbastanza nell’arco di un anno ma riesci a ripensare in un secondo a tutto ciò che non hai fatto e avresti voluto o dovuto fare. Mi sono ritrovato a pensare che se la vita fa così male a vent’anni, con i cazzuti problemi che si può portare dietro un ventenne, allora mi immagino, cazzo, cosa sarà tra dieci anni, o venti, o trenta. Me lo sono immaginato in generale e poi mi sono immaginato in particolare me.
E mi è venuta voglia di consumarmi in modo sempre più sadico e bastardo e ho pensato a quel detto che dice che chi ha il pane non ha denti. Mi d1cono che è veramente eccezionale quello che riesco a combinare con un pennello in mano. Mi paragonano addirittura a Giorgio. Me lo dicevano già all’Accademia, ed è proprio il motivo per cui ho deciso di mollarla. Volevano insegnarmi a rendere automatico un avvenimento eccezionale. Ma non sapevano che ho in mano la mia vita e la mia morte insieme, quando stringo un pennello tra le dita. Non sanno che vorrei buttare all’aria tutto, che vorrei cancellare quello che sono, che, se mi fossi guardato dall’esterno, io da solo al buio in quel sottoscala, avrei visto un ragazzo il cui inopinabile talento vale a se stesso tanto quanto quella polvere che porta in tasca e che lo consola a intermittenza. E ho sentito tutto- alcol, droga e tristezza- montare dentro, brividi che partivano dai piedi e raggiungevano la testa. Ho pensato di non volere altro che scappare da lì. Da lì sotto dove il buio cominciava a farmi paura. Non c’era altro da fare che tornare nel branco. Come se nulla fosse successo. Come se un uomo non fosse mai davvero solo fino in fondo.
Come se non avessi davvero ucciso ogni speranza. Avvicinarsi. Lentamente. Lentamente cercando di mantenere l’equilibrio adatto all’aplomb della mia giacca di lino, la mia sciarpa pure di lino, il mio sigaretta delle grandi occasioni. Piano piano. Smandibolando sempre di meno. Entrando in un mondo che mi appartiene al dettaglio, e mai nell’insieme assoluto di se stesso, mai nella sua interezza naturale, inumana perfezione.
Muovendo il proprio corpo e sentendolo sempre più corpo morto, corpo e basta, quando all’improvviso nel centro della sala, buia ed ingannante fino a quel momento, esplode un delirio-geometria di festive luci guastafeste, e il corpo che è il mio, ma che in questo istante potrebbe anche benissimo essere di qualcun altro, crolla, sbuffa un nanosecondo e si impiastriccia al suolo come un sacco di patate o di letame fresco e ancora verde.
Come verdi sono tutti gli anni che mi aspettano ridenti. E le mattonelle fredde del pavimento di quella sala stracolma di gente.
Ero lì. Altro che mascotte, molto meglio: ho trovato splendida dimora diagonale sulle mattonelle fredde e verdi del laboratorio di un fottutissimo artista incapace.
E io non sono altro che un impizzato cronico.

– Così sarebbe lui il piccolo genio che ti porti sempre appresso. Di’, ma è vero che vivete insieme? Strano, non ci avevi mai portato nessuno in quella casa.
Non ci ho mai portato nemmeno lui.
– Ah, ma allora sono tutte dicerie!, questo vuoi dire.
No. Voglio dire che me lo sono ritrovato lì. Un giorno sono entrato e lui era già dentro casa.
– E ti aspetti che la beva?
Non necessariamente. Anzi, ad essere sincero, non me ne può fregare di meno.
– Dai, non dire cazzate. Come può essere entrato in un attico superblindato come il tuo?
Dalla porta.
– Sì, peccato che sarà spessa almeno un metro. Spiegami come ha fatto ad aprirla.
Con le chiavi.
– Cosa, scusa?
Aveva le chiavi.
– Sei sicuro di stare bene?
Mediamente. Comunque ti giuro che sono entrato e me lo sono ritrovato lì. Stava dipingendo. E’ andato avanti per ore senza degnarmi di uno sguardo.
– E tu non hai fatto niente?
Me ne sono stato sul divano ad osservarlo. Giuro: uno spettacolo fuori dal normale.
– Non stento a crederci, ma mi sembra ancora meno normale che tu non abbia detto o fatto alcunché.
Alcuncosa, ad esempio?
– Non so, credo che quantomeno ci si debba spaventare, a trovarsi uno sconosciuto dentro casa.
E infatti è stato spaventoso; è incredibile, ma sono rimasto incollato al divano. E’ lui che mi ha incollato al divano. O meglio, il suo modo di dipingere. Mi sembrava di rivedere me vent’anni fa. E’ stata un’esperienza spaventosamente emozionante. E sai cosa ha dipinto?
– Cosa?
Me.
– Ti ha fatto un ritratto?
Sì, un ritratto di me ventenne. Solo che nelle sue intenzioni, a quanto ho capito, si trattava di un autoritratto. Direi DECISAMENTE spaventoso, o no?
– Beh, a dire il vero questa mi sembra la cosa meno spaventosa di tutta questa storia.
Che cazzo dici?!-
– Che in effetti vi somigliate parecchio. A vedervi sembrereste padre e figlio, non ti pare?
– …??!

Il suo sguardo è un po’ il mio. Quella bocca e il suo sorriso, li conosco da sempre. Ecco cos’è: forse è proprio questo. Ecco la ragione di tutto: il ragazzo in questione è mio figlio. Nessun altra spiegazione plausibile per un legame che, all’apparenza, è più forte della causa che l’ha creato e nutrito. All’apparenza. Ecco perché quando l’ho visto per la prima volta in questa casa, sono rimasto colpito unicamente dal suo modo di dipingere e non dalla sua presenza. Era da sempre dentro di me. Le chiavi. A chi ho ceduto le chiavi? Chi è la madre del ragazzo in questione? Chi è davvero questo mio figlio che mi sfugge? Chi è questo gatto senza coda?
Chi, se non io?

Quando mi sono svegliato, c’era lei davanti a me. Che mi guardava dall’alto, con me disteso sul letto. Ho fatto un sogno strano. Qualcuno che mi faceva domande strane come se stesse facendole a Giorgio. E poi ne veniva fuori che lui era mio padre. Che stronzata! Lui mio padre ed io suo figlio. Stronzate da non crederci. Ma lei, la tipa androgina, era davvero appesa sul mio letto insieme alla tipa di prima. Si trattava di un gioco a tre, probabilmente. E io amo tutto il mondo, quando farlo risulta poco costoso. A livello economico-emozionale, intendo. Ero lì sdraiato in quel letto. Col mio futuro davanti e la verità tra le spalle e il collo. Un peso non esiguo. Quando mi sono svegliato, ho capito di essere fuori luogo. Da sempre. Come sempre. Nel momento del mio risveglio avrei voluto avere un pennello tra le dita. Il mio regno per un pennello. Talvolta la forza di quello che ho dentro arriva per caso e mi trascina. Mi prende la mano, la porta con sé, in una sera che cammina.

Ora ho capito perché si trova qui. Sogno ad occhi aperti da troppo tempo. Ma non lo faccio apposta.

Polvere. Sono nient’altro che polvere, in certi momenti. Quegli acari che danzano nel cono di luce che infilza le tende, si infila nella stanza. Danzo anch’io insieme a loro, certi momenti che il cielo rosso là fuori cola denso come magenta appena strizzato.

Poi ci sono momenti come questi. Momenti in cui cancello il passato e il futuro. E non conta più niente, per me, se non il presente. Mi lascio alle spalle ciò che sono, o ciò che vorrei essere. Divento un uomo libero. Libero da tutto. Schiavo del vero me stesso e non dei vari me tesso che mi impongo di essere. Né padre né figlio mio. Sono piccoli sprazzi di lucidità. Ma bastano per svincolarmi dalla figura di un padre grande come il mio, e di un mondo piccolo ma pesante a sentirselo tutto addosso. Allora butto un occhio alla foto di mio padre che dipinge la sua opera maggiore. E capisco che io sono io e non lui. Che lui è dentro di me ma non è me. E mi ritrovo di colpo al centro della stanza. La luce del tramonto che fa breccia dalla vetrata di destra. Fermo immobile. Tra le dita, la morte, la vita. Non ho nemmeno bisogno di guardare la tela. Il mio braccio suicida prende a muoversi da solo.

E io osservo il suo riflesso sulla parete illuminata di rosso.

 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *