Tantalo, di Gioacchino Assereto (1600-1649).

Egoista! (Sulla natura dello scrittore)

Sono un egoista. Lo sono per indole personale. Lo sono, forse, semplicemente anche in quanto uomo. Non ho la capacità femminile di accogliere. L’altro mi è sempre straniero e io sono una bestia infida.

Lo sono per la mia storia, per la ferocia con cui l’infanzia si è accanita su di me. Da allora per difendermi mi sono imbozzolato, ho conosciuto il mondo attraverso un movimento di introversione. Ma non ho attenuanti, ora meno che mai. Sono un egoista, persino quando mi sorprendo con gesti di apparente altruismo: li compio solo per me stesso, per una sorta di compiacimento di secondo grado. Come ogni egoista raffinato.

Ma in tutto questo c’è persino un’aggravante. Sono un egoista anche per la mia natura di scrittore. 

I miei cari me lo ripetono sempre: “Pensi solo a te stesso! Vivi nel tuo mondo!”

E in quei momenti mi viene quasi da descriverlo agli altri, il mio mondo. Mi verrebbe da raccontare il tarlo interiore delle voci che continuano a moltiplicarsi, il cancro inesorabile del male di vivere, la grazia straziante che a volte arriva e ti sconquassa e ti umilia e ti lacera e ti domina e ti abbandona e ti promette crisi d’astinenza sempre più atroci.

Ma mi zittisco subito da solo, perché mi è chiaro che sono un egoista, e che io do tutta questa importanza al mio mondo quando invece la cura andrebbe rivolta all’esterno. Come se non lo sapessi che ciò che accade là fuori è molto più interessante di quello che accade dentro di me. Il fatto, però, è che non riesco, non posso più distinguere dentro e fuori. L’aldilà è qui.

Quando stendo i panni, prego. Quando correggo i temi, curo anime. Quando taglio l’erba, medito. Quando esco a correre, trasudo angosce.

E il tempo si assottiglia. L’orizzonte si chiude. La scelta è consequenziale, mi condanna a me stesso.

E’ dunque solo un’illusione, l’opera?

Per chi scrivo, per chi studio e prendo appunti su un mondo che gli altri non vedono?

Lo so, ho un pubblico di fantasmi dietro alla schiena e qui davanti, sulla pagina, non posso che convocare gli assenti, accogliere vite non vissute, ascoltare i pericolosi bisbiglii dei venturi.

Abito questa solitudine, anche quando sono con gli altri. Non posso fare altrimenti.

Solo, vorrei che fosse un atto d’amore innocuo.

Ma ancora non è così.

Oggi, ancora, mi tantalizza un amore che offende.

Perché l’inchiostro scorra, occorre ancora lo squarcio nel petto, l’incantamento, l’incisione della pagina.

 

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