Tigri

Nella casa di carte di Marchesini

Per ragioni su cui mi sono già soffermato troppo, non seguo più, da tempo, la critica letteraria – un genere che peraltro ha trovato nuovi sviluppi e diramazioni, se si pensa alla sua contaminazione con il romanzo (su tutti, si studi il caso di Emanuele Trevi). Ciò non toglie, comunque, che di tanto in tanto i miei radar intercettino qualcosa che mi sembra prezioso, come mi è capitato anche recentemente.

Così ora ho tra le mani un libro che mi accompagnerà nei prossimi anni. Si tratta di Casa di carte, di Matteo Marchesini. Il libro peraltro ha alle spalle una sintomatica vicenda editoriale, ma non è di questo che vorrei parlare. Così come non è mia intenzione recensire questo testo, che ho al momento attraversato solo parzialmente e che mi sarà utile, come accennavo, per un mio percorso. Mi interessa semplicemente segnalarvi i due punti che – a prescindere dai contenuti con cui potrei concordare poco, tanto o parzialmente -, attribuiscono a questo libro, dal mio punto di vista, un valore immediato.

Uno. Matteo (lo so anche per esperienza personale) ha un’idea di letteratura che non si piega al compiacimento. Ogni funzione risarcitoria è ripudiata. Questo, per esempio, mi allinea, grosso modo, alle sue valutazioni in merito all’opera di Moresco e, nello stesso tempo, mi chiama in causa in proprio. Come autore sento che la scrittura è sempre soggetta a questa tentazione, che semplicemente non deve prendere il sopravvento, non deve infiammarsi. Il mio obiettivo è anzi volgere questa spinta narcisistica all’esterno, trasformando l’impulso primario in un’imprevista capriola, che diventa l’elemento probante dell’esperienza creativa stessa. Fra i miei testi, percepisco spesso il punto in cui accade questo imprevisto capovolgimento, che trasforma il desiderio di risarcimento dell’io in un tentativo di riparazione del mondo (mi approprio, non senza slittamenti interpretativi, di termini propri di certe riflessioni di Seamus Heaney). Insomma, sono convinto che il libro di Marchesini sia portatore di una visione critica che mi obbligherà a una costante revisione dei miei posizionamenti poetici – e mi conforta sapere che esiste ancora una dialettica interna, allora, fra il pensiero critico e quello creativo.

Due. Casa di carte si pone apertamente l’obiettivo di dare qualche importante spallata al canone novecentesco che, per inerzia e crisi stessa della capacità critica di ripensare la tradizione nel punto, forse, del suo sfaldamento, continua a perpetrarsi. L’assoluta centralità poetica di Montale è, tanto per dire, messa in dubbio; ma molti sono gli autori rimossi o frettolosamente celebrati su cui lo sguardo di Marchesini si sofferma. Lo fa spesso con sfrontatezza da scrittore: non si maschera nei tecnicismi della riflessione stilistica o filologica, adopera e piega gli strumenti di lavoro per entrare nel nucleo poetico/ideologico di un autore, senza temere i toni della satira, della polemica, persino dell’imitazione. Insomma, Marchesini è, di fatto, un critico impuro, un critico-scrittore. E questo mi interessa proprio in quanto differisce completamente dai miei convincimenti. Si giustifica così l’autore: «Oltre  a diagnosi, satire e polemiche, qui si trovano anche parodie e pastiche: sono le armi estreme che restano alla critica per indicare un sintomo, di solito più sociologico che estetico, quando manca un linguaggio comune e il dialogo sembra ormai impossibile». Arrivo a spiegarla in questo modo: come critico sentirei apodittico e saccente il più delle volte il suo giudizio, anche quando sostanzialmente giusto, e quindi ne rimarrei irritato. Come scrittore, invece, gli inquadramenti generali e i giudizi sommari (ma, sia chiaro, ben puntellati con spunti di analisi che dimostrano la precisione della lettura) aprono squarci, generano intuizioni, smuovono attriti.

Bene, avrò molto materiale stimolante a disposizione, entrando in questa Casa di carte. Prima di entrare, però, mi sia concesso di spostare un piccolo ingombro dalla soglia. Nella quarta di copertina campeggia, a grandi caratteri, una dichiarazione di Alfonso Berardinelli:

«Matteo Marchesini è il miglior critico della sua generazione»

Ora, non saprei dire se Marchesini sia davvero il miglior critico della sua generazione. Per quel che mi riguarda, è uno dei due o tre che mi interessano. Però, questa dichiarazione mi ha fatto venire in mente come, allo stesso modo, Pasolini si fosse sbilanciato su Dario Bellezza o, più recentemente, Maurizio Cucchi su Antonio Riccardi. Ecco, credo che questa “spinta gentile” poteva essere raccolta nella prima sezione del libro, proprio accanto alle battute che Marchesini riserva alle fascette, pateticamente eclatanti, con cui in libreria si cerca di dar credito ai molti, troppi scrittori, presentati come tigri, anche quando sono semplici gattini.

 

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