Dissipatio

Dissipatio

Non riesco a invidiare il successo degli altri. Ciò che invidio, semmai, è la capacità di tollerare la mercificazione della propria opera.

Per ogni dettaglio che squalifica anche solo un rigo di ciò che scrivo, provo una fitta di dolore. Anche solo una virgola sbagliata mi procura angoscia. (Non mi riferisco, ovviamente, al refuso, all’incidente di distrazione, all’errore – umanamente amabile.) Per ottenere il successo, invece, è necessario scendere a compromessi: adattarsi alle esigenze dell’editor, assecondare il pubblico, restare entro ritmi produttivi adeguati, e così via. Io, per me, continuerei a riscrivere la stessa opera.

Eppure, non mi considero un perfezionista in senso stretto, perché non ho un modello prefissato, un ideale stilistico da raggiungere, un unico autore di riferimento e nemmeno un genere prediletto. Ogni materia mi detta una forma, ogni stagione della vita mi schiude prospettive letterarie diverse. Il problema è la mia indole poetica, dunque, continuamente sedotta da ogni avventura. Spirito e carne in contrasto.

Ecco i due legni della mia croce: la concentrazione poetica e la dissipatio ideativa.

 

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