Un naufrago fra le parole

Come si arriva alla poesia?

Ciascuno, su questo tema, avrebbe la propria storia da raccontare.

Chi ha cominciato nell’adolescenza a buttar giù versi per mettere ordine al proprio subbuglio interiore, chi ha cominciato più tardi sulla spinta di letture intellettualmente mature, chi non ricorda nemmeno come sia successo.

Ma a un certo punto spesso c’è l’intervento di qualcuno, angelo inconsapevole o maestro di vita.

Io di tanto in tanto mi chiedo come mai, malgrado avessi avuto alle elementari una maestra pittrice, che ero ovviamente desideroso di compiacere, anche perché oggettivamente bella e buona, non abbia poi maturato un’inclinazione per l’arte. E dire che, come tutti i bambini, amavo disegnare. La materia con cui ho avuto un contatto maggiormente proficuo è stata invece la più immateriale di tutte, la parola.

Come è cominciato, non rammento esattamente. Frequentavo le medie in seminario, era da poco mancata mia madre, avevo scelto di andare in quella scuola lontana contro la volontà di mio padre, ma mi sentivo anche quasi felice, in nulla differente, insomma, agli altri ragazzi della mia età.

Forse ho persino sofferto meno, abbandonando la casa intrisa delle immagini di un’infanzia piena di dolori segreti, di mali indecifrabili, di tabù. Ho cominciato allora una mia fuga. Ricordo la suggestione di certi salmi che leggevamo, ma può darsi avessi già cominciato allora a scarabocchiare un quaderno. Ricordo una lezione magistrale della mia professoressa su Novembre di Giovanni Pascoli, cui forse seguirono altre lezioni su Ungaretti. Fu l’impressione suscitatami da quelle lezioni a farmi balenare in testa una strana idea, un giorno: mi avvicinai, appena ricevuto il titolo di un tema, alla cattedra, per chiedere se potevo eseguirlo anche sotto forma di poesia. La prof. Gusulfino, per quanto spiazzata, acconsentì.

Quindi arrivarono le letture liceali, poi l’incontro con Giuliano Ladolfi al triennio, e l’epoca di Atelier, a farmi comprendere che la poesia resta essenzialmente un’arte e bisogna rubare i ferri del mestiere andando a bottega, per misurare negli occhi degli altri la passione e intendere quanto sacrificio possa comportare.

La prima, fondamentale lezione da imparare per un poeta è infatti il labor limae: occorre il coraggio di correggere i testi, di adeguarsi a una disciplina spirituale rigorosa che impone di fare i conti con l’io, con le sue invadenze. La poesia non è la bava del nostro vissuto, non è l’effusione dei nostri sentimenti.

È certamente bello immaginarsi il poeta come un’anima candida, un essere pieno di emozioni cristalline, ma spesso il miracolo della scrittura consiste nel trascendere anche le miserie di un uomo, nel nutrirsene, nel trasfigurarle. Il poeta, così come qualsiasi artista, non prova emozioni più intense di altri, non ama con una qualità migliore, non è un privilegiato nello spirito, ma una creatura linguisticamente sensibile a ciò che vive e pensa, un naufrago tra le onde delle parole.

 

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