Ushuaia, Terra del Fuoco, Argentina

Per una nuova stagione letteraria

fu un appello nel ghiaccio – la mia gratitudine
è avversa alla grandezza per questo ho scelto
una lingua impervia – santa alla sparizione

dimmi se è australe il riposo e che astuzia
specifica freddo e desiderio –
hai dovuto invecchiare per riconoscermi – perché
non ci siamo incontrati in un prato?

Così comincia, dopo una sorta di prologo, la Lettera a Ushuaia contenuta in Gries, di Davide Brullo. A questo libro alludevo appunto l’altro giorno.

Qui di seguito, riproduco le parole con cui ho avuto l’ardire di accompagnare il testo.

* * *

Ha il passo poetico di chi si avventura in un principio, Davide Brullo, e verrebbe da scrivere più esplicitamente che ha la forza linguistica e immaginifica di un fondatore di civiltà, se non si conoscesse per prova la mancanza di equilibrio fra i critici delle nostre latitudini, spartiti fra caustici conservatori di una pelosa cautela che tutto riduce al minimo (scettici a oltranza, perché distruggere è semplice e, tra nani dimentichi dei giganti sotto ai calcagni, nessuno rischia di sfigurare) e, all’opposto, funamboli dell’avanspettacolo culturale che agitano le acque gorgoglianti del web o quelle stagnanti della carta stampata in cerca dell’evento del giorno, della settimana, del mese – tutti ugualmente epocali, beninteso. Né gli uni né gli altri potrebbero accogliere la constatazione senza innescare una catena infinita di pregiudizi. Ripetiamolo, allora, con il tono dimesso di chi si limita a registrare i fatti: Davide Brullo è tra i possibili (giacché la partita è aperta) edificatori di una nuova stagione, umana e letteraria. Lo si riconosce dalla grandezza della visione, dal temperamento, dall’ampiezza dei riferimenti, e può testimoniarlo chi gli è prossimo con la lucidità di un’amicizia che alle altitudini dell’arte si fa intransigenza – destinata la compiacenza ai salotti caldi degli esteti.

La grandezza postulata da questi versi non è una categoria in contrasto con l’understatement novecentesco, che aveva il pregio di veicolare gli anticorpi contro l’enfasi e la presunzione lirica. Questa grandezza è altresì ripulita dalla retorica neoromantica, proprio perché si radica in un temperamento mite, ma irremovibile nella sua altissima concezione della poesia. Per quanto concerne poi l’ampiezza dei riferimenti culturali, verifichi da sé il lettore di quanta letteratura e di quante tradizioni si nutra l’autore. Del resto in poesia non c’è ricominciamento che non risvegli le radici dell’antico, per cui è naturale che Brullo rimesti, con il suo fiuto da belva, reperti di stagioni passate e solleciti equivoci. Ma non c’è categoria pregressa che a conti fatti lo catturi. La sua oscurità abbagliante niente ha a che vedere con l’ermetismo, per esempio. Certe incongruenze nella catena delle immagini non sono poi uno stigma surrealista. Il gelo estremo che va perlustrando con la produzione più recente non è la ripetizione dell’inverno esistenziale già raccontato da altri. Gli ingressi verso cui ci spinge non sono una variazione dei varchi montaliani, perché non ne presuppongono la metafisica conchiusa e, a ben vedere, narcotizzata. Come ogni innovatore, Brullo travisa il passato e brancola nell’incerto. Un esploratore non ha appoggi sicuri (la metafora perfetta, già pronta, riconoscibile) e perciò rischia a ogni passo. Ecco la ragione di questi versi spesso debordanti, ossessivi, e allo stesso tempo acuminati, fermi nel loro proposito: non possono confidare in una forma protettiva. Così chi li percorre non trova la misura, perde il fiato della poesia o, se vogliamo leggere lo stesso fenomeno dall’altra parte della lente, sente che la prosa si risveglia ad altro, per l’ipnosi di un rollìo epico, biblico. In questo sdruccolìo d’immagini, potenzialmente perenne, il lettore viene irretito, sfidato. Perde persino l’appoggio della punteggiatura, viene illuso con forme che alla fine restano liquide, come ombre intuite dietro una lastra di ghiaccio.

Voce di un’era planetaria casualmente di lingua italiana, Brullo trapianta i poeti moderni in un terreno universale, rivoltato e lavorato con cura. Ne riscopre quindi le fonti antiche, i testi sacri anzitutto, ma ne riattiva anche la linfa classica (greca e latina), e con un idioma senza patria ricostruisce miti che non inducono, tuttavia, al recupero archeologico, all’identificazione o alla regressione nella presunta purezza dell’origine, ma spronano all’avventura, come una spinta primordiale mai doma. Le ere ancestrali, le voci che si stagliano assolute, gli sfaldamenti geologici, gli intrecci fra generazioni di cui narra il poeta ci espongono alla natura, alla purezza e alla ferocia animale, perché non c’è creazione senza distruzione e l’umano in qualche modo conflagra. Perse le misure, bruciato ogni contenimento etico, diventiamo, con le creature ferine di queste pagine, più prossimi ai morti e agli angeli. Ma, ancora una volta, non si tratta di una fuga, di una fantasy: la storia, per quanto ridotta a fossile, punge improvvisamente con i suoi frammenti adamantini, graffia senza preavviso con la precisione della cronaca. Se si trattasse di un delirio senza costrutto, non si avvertirebbe la frustata di una morale pulsante, per quanto ancora informe, che lampeggia nella sentenziosità di molti versi: «con tre assi – onesto vero fragile – hai riassunto / il principio».

Le lettere di questo poeta provengono da un passato assoluto e ci assediano con un sincretismo che non dà scampo. Così la biografia che lascia tracce di sangue è un pegno di sincerità, ma non si associa a un volto: il lettore stesso ne diventa responsabile, se accetta di addentrarsi nei territori di una poesia che abbraccia la vita in tutte le direzioni, ma sfida soprattutto le latitudini estreme.

Documentandoci l’atroce lotta per la sopravvivenza dell’umano dai limiti stessi della natura, le poesie di Davide Brullo diventano incisioni rupestri nella preistoria del nostro futuro, ci inducono a uno strappo evolutivo su sentieri spericolati, tutti ancora da tracciare.

 

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