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Non detto, indicibile (di Cesare Viviani)

23 Dicembre 2019/0 Commenti/in ARTICOLI E SAGGI/da Andrea Temporelli

La differenza, o il passaggio, esistente tra “non detto” e “indicibile” conduce subito al centro della questione: la perdita è recuperabile o irrecuperabile? L’indicibile resterà sempre tale o potrà diventare dicibile?

Si è pensato spesso che l’indicibile che resta tale fondi un assoluto che rischia di confondersi con l’onnipotenza dell’io e che invece la relatività sia il principio di realtà. Ma si può anche pensare che l’indicibile inteso come irrecuperabile, la perdita irrecuperabile, sia l’unico vero limite agli innumerevoli sistemi di recupero messi in atto dal potere dell’io.

Allora c’è un dicibile che vive in presenza dell’irrecuperabile e un dicibile che vive nella convinzione del recuperabile. Io direi: nell’illusione del recuperabile.

Ma l’indicibile entra nell’esperienza o ne resta fuori?

O meglio: l’esperienza dell’indicibile è esperienza netta, secca, di perdita, di mancanza, o è invece percezione dell’intraducibile, come di un segreto da portare dentro di sé e da non violare?

È dunque niente, assenza di percezione, o è percezione del Nulla o, ancora, è esperienza di una Cosa incomunicabile?

Per esempio: la verità non la dice il contenuto di un discorso (nessun contenuto può esprimere la verità: nel migliore dei casi può dire la fedeltà o somiglianza a fatti o a pensieri), ma la dicono le qualità della sua forma o quelle della voce che lo pronuncia. La verità non la dice il detto.

Così, per superare l’estrema mutabilità del detto, che è relativo, esposto alla contraddizione, alla mutazione, all’estinzione, si cerca un aggancio a qualcosa di immutabile, la verità, e per far questo si dovrà uscire dal detto o cercare sotto o sopra, fino a trovare un punto di fiducia o, meglio, di fede, dove fermarsi e consistere. Mi pare che si possa porre questa topografia: dove finisce il territorio del detto comincia quello della fede.

Si può pensare che la polisemia sia il movimento che la retorica e la letteratura danno alla parola, ma che la strada per avvicinarsi al non detto sia un’altra e che solo la poesia possa percorrerla. Ma non per questo si deve pensare che ci sia un altrove rispetto al detto, un non detto posto fuori della parola, invece si può pensare che il non detto sia la parola dell’unità, parola che non si sdoppia, che non si muove, che non parla. Parola che è soltanto se stessa e niente altro che sé.

Il parlante, il lettore sentiranno che qui finisce l’uso della parola così come la parola utile, la parola che dice una cosa o tante cose insieme.

L’espressione più semplice, l’emissione di un suono, può essere considerata la forma più alta di vita spirituale.

Detto e non detto: per passare dal primo campo al secondo ci vuole quel salto – luce, fede – che è adesione piena a una cosa soltanto.

Se dell’indicibile non si può dire e si può solo enunciarne l’indicibilità, senza tentare altre ipotesi di accostamento o, peggio ancora, di individuazione di contenuti o materie contenute, una possibilità, o strategia, di avvicinamento è la poesia, che si definisce come un dicibile, un detto che ha in sé il non detto, l’indicibile.

Allora la poesia è una semplice enunciazione dell’esistenza dell’indicibile, o è luogo, attraversamento, dove si fa esperienza di esso?

Si potrebbe anche pensare che tutto ciò che è dicibile si sottragga all’esperienza della fine e navighi in un tempo senza tempo di eternità e onnipotenza, mentre l’indicibile sia semplicemente ciò che si confronta con l’esperienza della fine.

E poi si è sicuri che ciò che è stato detto sia dicibile? Quale certezza di nominazione accompagna la parola detta?

Forse rimane il suono il punto di contatto del dicibile con l’indicibile. Forse l’unico indicibile esperibile è il suono.

L’indicibile non è un oggetto, descrivibile in positivo o in negativo, ma è un limite al dire, limite che è irrappresentabile perché la percezione, l’esperienza che lo fa percepibile, è anch’essa irrappresentabile. La percezione irrappresentabile del limite irrappresentabile è un’esperienza di fine. L’indicibile è un’esperienza di fine.

Ogni poesia, dalla più chiara e comunicativa alla più oscura, trova il suo fondamento nell’esperienza dell’indicibile: per questo non ha senso parlare di “comprensibilità” della poesia.

Parola dei classici, parola dei moderni. La prima nasce da un terreno di fiducia nella comunità-coralità-tradizione-durata della comunicazione. La seconda da un terreno di confronto con il vuoto, la disperazione, il Nulla, in una coscienza solitaria e individualistica, dove il corpo a corpo con il destino prevale sul senso della comunione e dell’appartenenza.

Allora il non detto e l’indicibile assumono forme diverse nella diversità di queste due ambientazioni. Si può pensare che, quando è percepibile la presenza della comunità, il non detto e l’indicibile siano rinviati a un altrove umano, contemporaneo o futuro, dove questi limiti del dicibile siano riaffrontati e condivisi. Invece nella parola dei moderni il limite e la perdita sono irrimediabili, irrecuperabili, così come lo è la vita se misurata sull’esistenza individuale. Poi si arriva a dire che questa perdita senza possibilità di recupero sia l’unica possibile esperienza di verità nella comunicazione e nella coralità, nell’unica possibile comunità, la comunità degli animi.

Si estendono, si distendono l’irrimediabile e l’indicibile in uno spazio ampio, infinito, che è lo spazio di tutti, lo spazio della terra e del cielo.

Di fronte a un ordine della natura che l’uomo non accetta perché deve giustificare la propria presenza col fondare un proprio ordine, presenza che non lascia in seno alla natura, grano di polvere, ma vuole staccare dall’ambiente, evidenziare, il dire è il primo passo di questa personale costruzione di ordine. A questo punto si potrebbe pensare che l’incomprensibile non sia ciò che l’uomo non riesce a conoscere, a ridurre a parola, ma sia invece la non accettazione del più semplice, del più comprensibile, e cioè della condizione umana in seno alla natura. Così la non accettazione della conclusione fisica, della morte, è all’origine dell’incomprensibile. La parola non fa che rafforzare la distanza dalla natura e la consistenza dell’incomprensibile, anche quando si attribuisce il compito di ridurle.

Ritornando sul tema dell’uscita dal linguaggio: se non si può uscire dalla parola, allora anche il non detto e l’indicibile fanno parte del dicibile, del detto, e non c’è fede capace di creare un luogo alternativo al dire, alla parola.

Pensare che vi sia un mondo al di fuori della parola, un altro mondo, è consolante, confortante, così come pensare che ci sia un mondo al di fuori della natura, della fisicità: consola e nasconde la verità che dice che non c’è uscita dalla parola.

Allora l’uso della parola rivolto a inventare altri mondi consolanti o incomprensibili e ad allontanarsi dalla parola, dalla quale invece non si può uscire, è analogo a quello dedicato ad allontanarsi dalla natura, dalla condizione naturale, dal più comprensibile. Invece la parola, al pari della natura, segna la dimora dell’uomo da cui non si può uscire e nella quale si può vivere semplicemente. È questo l’assoluto della fisicità e la fede che l’accompagna è l’intransigenza e l’insuperabilità dell’esperienza: non si può uscire dall’esperienza. La fede che immagina il non detto e l’indicibile come esterni al linguaggio vorrebbe fondare altri ordini oltre quello naturale, altri assoluti: invece è anch’essa esperienza del dire, non può uscire da questo assoluto concreto.

Dunque l’autonomia della lingua poetica è questa impossibilità per il parlante di uscire dalla parola, un impossibile immodificabile, autonomo.

A questo punto ricompare l’elemento «materico non semantico» (la «musica» e il legame d’armonizzazione dei suoni), l’elemento fonico, la «eco visionaria promossa dalla qualità di un “testo” inteso come composizione tonale», secondo la bella definizione di Beccaria.

Sempre Beccaria ricorda, a proposito della poesia di Caproni, la prevalenza della musica sul significato e che proprio il tono di voce, la modulazione della frase, la trasfusione del ritmo vitale nella parola diventano, con la loro concretezza, il solo significato: come se l’orchestrazione fonica fosse l’unico luogo dove è possibile accettare il limite del rappresentabile, del conoscibile, del dicibile. Luogo di accettazione della condizione fisica e della sua inevitabile fine. Luogo di accettazione della morte e dell’annullamento.

Dunque la fisicità insuperabile della musica riconcilia con l’insuperabile fisicità della condizione umana, toglie alla parola la capacità di allontanarci dalla natura, di costruire mondi alternativi, restituisce alla parola la sua naturale assoluta comprensibilissima semplicità, insuperabile perché appunto da essa non si può uscire.

«Oh per conoscere Amore – le buone maniere / dicono: “Ci sono nomi / adeguati” lasciata / l’attività, non resta / che dei nomi / imparare / i suoni». E più avanti, sempre in questo stesso libro, Silenzio dell’universo: «L’unico possesso possibile / è 1’incomprensibile, è l’inconoscibile». E ancora: «Così per conoscere l’immensità bisogna / non capire niente – perdere / ogni intelligenza – / non conoscerla». E più avanti: «La parola sulla vita interiore / non può non impedire l’Amore». E poi: «Silenzio dell’universo / è lingua di chi si è perso / e tutto ha lasciato, dato: / parola di chi è annullato». In quelle pagine si dice anche che un modo per attingere l’eternità è la fede impronunciabile. E ancora: «[…] E non più sopporta / parola il cuore – tutte diventano / offensive insulse pretese / di trasformare la vita in cose – / quando sente la voce / del Creatore». E andando avanti si legge: «Libera le creature dalla parola! / Resista un canto, come quello animale, / di gioia, di gratitudine e d’amore, / risposta al silenzio del Creatore».

Alla fine svaniscono le molteplicità, le derivazioni, le alternative, le molte valenze del pensiero e della parola: «II cuore sia il Creatore – / non si perda in bontà o in amore. / Il battito, la forma, la materia / non siano altro che sé, non siano / funzione o descrizione; siano solo quel che da sempre sono: / la propria creazione».

L’immersione, o il ritorno, nell’Essere e nell’Unità, nell’Uno, è la parola che non descrive, non rappresenta altro da sé, ma solo sé stessa. La parola non distingue più significati e valori, distanze, funzioni: si assimila al canto dell’universo, è il canto dell’universo, è quello che è, è sé. È la propria creazione.

La parola della poesia è la parola della creazione e non della descrizione: «Niente che si distaccasse da sé», dice uno degli ultimi versi del libro.

«Nell’unità si ricompone / tutto il visibile, tutto il dicibile»: la parola della poesia è parola che non allontana dall’Essere, è parola dell’Essere, non dice, indicibile in quanto dicibile solo nella sua stessa fisicità, parola incomprensibile perché non permette di uscire dalla propria totale, assoluta, naturale, concreta comprensibilità, parola non significante, parola creante.

(Cesare Viviani, da “Atelier”, n. 18)

 

Tags: POETICA, VIVIANI
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