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Le età della poesia: maturità

22 Gennaio 2020/1 Commento/in ARTICOLI E SAGGI/da Andrea Temporelli

Riconosco nella mia relazione con la scrittura riconosco, allo stato attuale, due momenti decisivi. Il primo è rappresentato da un anno importante, a livello personale: il 1999. La fine dell’università, il ritorno, da Milano, in provincia, il senso di distacco morale avvertito nei confronti della società letteraria e dei suoi commerci, il bruciante contatto con la realtà attraverso il servizio civile che presto si sarebbe tramutato quasi fisiologicamente nel mio lavoro: queste vicende sono state per me come lo scoppio di una bolla mentale entro la quale fino ad allora vivevo imbozzolato.

Sentivo di essere saturo e sovraccarico idealmente, e povero, poverissimo a livello concreto. Ed era invece giunto il momento di fare i conti con la storia, la mia piccola storia di uomo, dentro la storia del mondo. In quel “giardino di Armida” (Armida era il nome della suora presso la quale ero stato, come obiettore, assoldato per i mesi estivi: il giardino è il cortile dell’asilo o l’intera vallata che ho allora solcato: “perceval”) che ha rappresentato, rovesciando la citazione letteraria implicita, il risveglio nel mondo reale, mi sono sentito un marziano che imparava la vita sulla terra. La guerra (Marte, dio impresso etimologicamente nel mio nome di battesimo) che poeticamente stavo conducendo, ovvero l’esposizione bruciante e delicata alla mia origine, si stava trasformando in altro. Non esigevo più dai miei versi una risposta all’enigma dell’identità, o quantomeno avevo del tutto chiuso con un rapporto ancora troppo adolescenziale con quello che scrivevo. Ora alla pagina chiedevo di trattenere la mia voce, questuante e gravida di ignoranza; voce che si poneva tra me e il mondo, non certo perché “io” e “mondo” avessero profili acquisiti, ma perché il punto focale della mia attenzione si era spostato: non più centrato in me soltanto, ma in rapporto con l’altro, inteso sia come essere umano sia come universo organico e inorganico. Imparavo il fondamento anche creaturale e politico dei versi – ben sapendo delle trappole interiori che qui potevano e possono sempre scattare.

L’altra soglia fondamentale, me ne rendo pienamente conto adesso, rappresenta il centro, anche cronologico, della raccolta che allora avevo appena terminato. Si tratta, appunto, della paternità. Ma parlare di soglia è in parte equivoco: la paternità, a differenza della maternità, è essenzialmente una lenta acquisizione, un viaggio. Certo, anche la madre diventa tale attraverso un suo tempo di formazione, ma poi il parto è accadimento radicale, trasformazione, trauma. A parte casi particolari, la madre si riscopre presto come tale, dopo il parto: ne aveva ben maturato fisicamente la consapevolezza da tempo. È trasformata. Il padre, invece, deve ancora diventare tale, e lo diventerà tessendo la trama materiale e psichica del suo approccio alla creatura che ha generato, nel corso degli anni, forse nel corso di un’intera esistenza, senza mai riempire la propria cavità interiore, il senso della propria estraneità rispetto, appunto, a ciò che gli si manifesterà sempre più radicalmente come “altro da sé” eppure “intimamente legato a sé”.

Diventare madre è un accadimento naturale: il regno entro le cui leggi avviene è la base animale, originaria e spesso inquietante, perché anche irrazionale e brutale, dalla quale proveniamo. La paternità è invece una ferita che fonda la civiltà.

Diventare padri significa ritornare al focolare, istituire una comunità, accettare di esserne responsabili. Tutta la società occidentale ha un profilo maschile. All’uomo compete la trasmissione della legge, dei valori. Il padre è colui che riconosce l’insufficienza della propria regola interiore, che invidia l’aseità di Dio e che si mette drammaticamente in dialogo con l’altro. Inizialmente, forse, un figlio può prestarsi alla gratificazione del rispecchiamento, della somiglianza: si tratta di una perfida gradualità nell’educazione all’essere padre. Se alla madre si deve il parto, la prima nascita, è il padre, invece, che dovrebbe presiedere alla seconda nascita, all’iniziazione del figlio alla maturità. È lui che dovrebbe accompagnarlo nel mondo, celebrarne l’ingresso nella civiltà per assegnargli, infine, la gestione della sua memoria (le proprie spoglie). Questa iniziazione del figlio è anche la consacrazione della figura paterna, che si completa nella scoperta, davanti al volto del proprio figlio, del volto di un altro uomo.
Avere un figlio significa, dunque, per un poeta, scoprire fisicamente il proprio destinatario. Si scrive “anche” per il figlio, se non “essenzialmente” per lui. Per ogni figlio possibile cui immaginiamo di consegnare le nostre spoglie, chiedendo la conservazione della nostra memoria. Memoria individuale e memoria di uomini, trama di generazioni che si intrecciano a formare l’elica del DNA di una cultura, di una civiltà, se non dell’intera storia. Diventare materialmente padri significa scoprire fisicamente tutte queste cose, per comprendere che la nostra felicità ha radici altrove, non nella scrittura, forma comunque di sublimazione di un rapporto fatto di gesti veri, di parole concrete, di calore e sguardi e silenzi che sono nutrimento indispensabile per i versi, altrimenti viziati da una nostalgia assoluta e occulta. Nostalgia che ha da essere vissuta e scontata frontalmente, nel nostro destino di uomini sempre estranei alla pienezza della generazione, sempre un passo fuori del sacro recinto della vita. La fonte dell’amore per una donna è “dentro”, per un uomo è “fuori”. L’uomo è proiettato verso un altrove, è esistenzialmente, ontologicamente sbilanciato, messo in una postura che favorisce l’errore, la catastrofe, l’autodistruzione, ma alla quale dobbiamo resistere appunto per insegnare ai figli l’arte di essere uomini, e di fondare e di difendere la comunità.
Il mio altrove ha dunque nome, volto e richieste precise.
Scrivo “anche”, se non “essenzialmente”, per parlare a mio figlio al di là del tempo. Scrivo per vincere la morte non in me, ma in lui. Scrivo per difenderlo, per insegnargli a convivere con quel vuoto attorno al quale prendiamo forma, quella solitudine definitiva che ci spinge al ritorno, all’offerta della propria libertà. All’amore.

 

Tags: IL CIELO DI MARTE, POETICA
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https://www.andreatemporelli.com/wp-content/uploads/2019/01/il-padre.jpg 676 800 Andrea Temporelli https://www.andreatemporelli.com/wp-content/uploads/2015/09/andrea-temporelli-logo-header-website.png Andrea Temporelli2020-01-22 07:00:242020-01-16 21:16:25Le età della poesia: maturità
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1 commento
  1. Paolo Barto0loni
    Paolo Barto0loni dice:
    30 Gennaio 2020 in 15:47

    Madre, padre: riflessione del tutto condivisibile. Ce ne fossero di queste meditazioni! Oggi che il “padre” si dispera del ruolo (pseudo) attribuitogli da secoli di mascolinità (alla fine repressa) un’osservazione sull’elemento spirituale della componente fondante l’idea di un altrove
    che può essere più vicino di quel che sembri. Basta così perché un cuore triste mi spinge ad esternare una compartecipazione verso una coppia di genitori che perdono il figlio in un modo così strano da far pensare che certe situazioni si trovano di fatto nel punto esatto di una svolta: la nostra libertà decide, da una parte o dall’altra. Mi è venuto questo di pensiero:
    Nicco vola alto
    Pochi piedi e tanto amore
    Sulla vetta sopra il cielo
    Parla, scherza e ride
    E la chitarra suona
    Tra tanti amici
    Uno bello, grande.
    Il segno di una vita
    Non infrange
    Dietro il tiepido sorriso, il dolce
    Senso della Vita
    Nicco vola alto,
    non dura poi tanta fatica
    Il tombino è di traverso
    Illustre oppositore
    E la ruota gira a vuoto.
    Si è conclusa la tua storia
    nel più tenero dei modi.
    Ora un altro giorno
    assai più vero, quell’Oggi
    “ove le cose, tutte quante
    hanno ordine tra loro”
    svela quella speranza folle,
    quella gioia assurda
    inconcepibile per chi
    non ha più vita.
    Nicco vola alto
    Ecco, l’ho visto,
    E’ proprio in cielo.

    Grazie dell’attenzione, del bell’articolo, di tutto cuore e saluti.

    Rispondi

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