Il Bohémien, di Thomas Eakins (1890)

Decadentismo e Novecento. Una liaison certificata anche da Czesław Miłosz

Per quanto si cerchi di circoscrivere il Novecento, di individuarne la fisionomia, di esorcizzarne il fantasma, alla fine, per parlare di questo secolo breve che a ben vedere è un secolo infinito, che ha deciso di non finire – una protratta, estenuante apocalissi, che dopo la catastrofe si distende nella bonaccia, nel nichilismo quieto – alla fine, dicevamo, per parlare del Novecento dobbiamo tornare sempre alle sue radici, al cuore del Decadentismo da cui si è generato.

Così, riprendo le pagine conclusive della prima delle sei lezioni “sulla vulnerabilità del Novecento” che Czesław Miłosz tenne all’Università di Harvard nell’anno accademico 1981-82 (raccolte nel volume La testimonianza della poesia).

Qui l’allora fresco Premio Nobel ci spiega perché sia inderogabile per un poeta del Novecento «allenarsi a ogni sorta di pessimismo, sarcasmo, amarezza, dubbio»:

Possiamo azzardarci ad affermare che la cupezza, nella poesia del nostro secolo, è andata gradualmente aumentando e che, per individuarne le vere cause, è necessario fare un passo indietro, tornare al XIX secolo. Il poeta di oggi sa bene che la poesia moderna ha la sua storia, i suoi antenati, eroi e martiri. Non è un caso che Baudelaire, Rimbaud e Mallarmé siano francesi, perché la loro poesia nasce in un tempo in cui il francese è ancora la lingua della cultura europea. La nuova poesia scaturisce in effetti da un profondo scisma interno a tale cultura, da uno scontro tra filosofie e modi di vivere radicalmente diversi. Nel 1848 tramonta l’Epoca degli Slanci e sorge l’Epoca del Progresso. È il tempo della vittoria della Weltanschauung scientifica, dell’entusiasmo suscitato dalle nuove invenzioni, della marcia trionfale della tecnica. Ma esiste già un sottosuolo, e questo sottosuolo sono Dostoevskij e Nietzsche, il quale annunciava l’avvento di quello che chiama il «nichilismo europeo». In poesia la bohème proclama il proprio dissenso cercando di opporre ai comuni mortali, ossia ai borghesi, una diversa scala di valori, persino un diverso modo di vestire, e dividendo le persone in due categorie: gli eletti, degni di accostarsi al sacramento dell’arte, e gli ordinari mangiatori di pane. Essenziale qui è la convinzione, lucidamente espressa dai simbolisti francesi, che la scala di valori professata dai cittadini benpensanti sia ormai morta, che il suo fondamento, la religione, sia guasto internamente e che l’arte ne rilevi le funzioni in quanto unica dimora del sacro. I simbolisti formulano così un’idea di poema come unità autonoma, autosufficiente, che non parla del mondo ma esiste in alternativa al mondo.
La poesia del Novecento ha ereditato questo contrasto di fondo tra la bohème e il filisteo, il bourgeois, non dobbiamo dimenticarlo. Non era il miglior modo di prepararsi al confronto con una realtà che si stava dilatando a dismisura – tangibile, sempre più minacciosa di decennio in decennio, e sempre più sfuggente all’intelletto umano. L’eredità della bohème fornisce una spiegazione per alcune caratteristiche della poesia moderna e postmoderna, così diversa da quella nata in nome della grande speranza.

Oggi i poeti non danno più scandalo, vivono quieti e ordinati la loro disperazione di reietti, ai margini del sistema editoriale e culturale. Ma, in fondo, non abitano ancora quello scisma di cui ci parla Miłosz, ovvero la separazione fra arte e pubblico, la «scissione tra il poeta e la grande famiglia umana»?

 

1 commento
  1. Avatar
    massimiliano marrani dice:

    Nel sottosuolo, mi permetto di ricordare che prima di Nietzsche, c’è Leopardi. E intendo come filosofo, non come poeta.

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