Untore di letteratura

Dei libri autentici che si perdono nel vuoto, costantemente

Ebbene sì, una volta nutrivo l’ambizione di farmi untore. Avrei voluto diffondere letteratura con una stretta di mano, un bacio, una parola sussurrata all’orecchio – ma anche sputando sentenze in piazza o pennellando sulle porte chiuse poche parole velenose, se fosse servito. E l’ho fatto, in effetti, per diversi lustri.

Ho appestato un’intera generazione, e attraverso di essa anche le altre. Li volevo legati per sempre – i miei consanguinei – alla ferocia dello sguardo reciproco, alla fame di sapere, di sapersi. Sognavo che ogni “nostro” libro fosse atteso, accolto, sbranato. Sentivo che le sacrosante differenze potevano annullarsi in un unico fuoco, per riemergere fortificate dalla prova, salde nella fede.

Ma poi ognuno ha trovato le proprie pasticche per curarsi, si è sfebbrato. E, lucidi e vaccinati, camminiamo ormai nel mondo ignari l’uno dell’altro. Io, poi, sono diventato il colpevole, il reietto da evitare – ma è bene non dirlo, giacché mi hanno benedetto con voce viscida e blanda, che ho potuto udire io soltanto.

Così è stato, e non ho rimpianti. Ma in questi giorni Davide – uno dei pochi che non vuole curarsi, che continua a macerare il verbo a temperature alte, prossime al delirio – mi porta casualmente notizie di libri di cui non sapevo l’esistenza. E si tratta non solo di opere di amici, ma di libri di valore assoluto: lo so senza nemmeno averli ancora letti.

Per quel che riguarda me, poco male.”Ma come”, mi dico, “neanche un cenno, neanche una notizia, da parte di chi ho frequentato con la fratellanza di chi appartiene alla medesima setta d’amore?” – ma a parte questo minimo, immenso tonfo interno alla cassa toracica, scatta la lama di un gesto, un coltello di gioia: posto questo articolo e vado subito a ordinarli. Riccardo Ielmini, Storia della mia circoncisione; Federico Italiano, Habitat. Ecco, ho già rimediato.

Ma conosco bene la tristezza che mi rimarrà addosso. Quella tutta mia, resterà affar mio. Ma la desolazione di sapere che intorno continuano a sbocciare opere meravigliose, destinate a essere subito fagocitate dall’indifferenza, mi tormenta. Ci sono così tante parole vane, intorno, e così poche di valore… Io stesso, non saprei a chi prestare fede, ormai – e non ho più la forza di tentare un appello. Così mi arrangio, affido agli scaffali intorno a me le pagine che ho saputo recuperare, come ostie da riporre nel tabernacolo.

Consacrate all’oblio.

 

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