Il coronavirus ha già contagiato anche la letteratura

Gli Italiani in questo periodo soffrono di uno strano patriottismo di riflusso (anzi, più propriamente di reflusso). Prima trattati come appestati dalla comunità internazionale, ora sono presi come modello da seguire da quei Paesi di un’Europa che si accorge per l’ennesima volta di non essere ancora nata (non c’era nemmeno un protocollo preventivo di fronte a una minaccia più che nota a tutti…).  Così gli Italiani adesso mettono in circolo tante rivisitazioni di quelle barzellette in cui comparivano un francese, un inglese e un tedesco, con buon ultimo l’italiano a recitare, appunto, la propria parte da macchietta. Ora abbiamo invece il drammatico privilegio di sentirci in anticipo rispetto agli altri, una volta tanto. Così pure ci dimentichiamo che noi stessi eravamo a nostra volta clamorosamente impreparati e che le misure adottate sono state introdotte forse tardivamente. Primi arrivarono i Cinesi, insomma. Tant’è vero che adesso in Cina temono soprattutto il contagio di ritorno.

Barzelletta patriottica

Barzelletta patriottica

Registriamo dunque una strana sfasatura temporale, che pareva impossibile in un’era globalizzata (impossibile, almeno, all’interno del “mondo occidentalizzato”, sordo da sempre alle previsioni che giungono dall’esterno). Chi è avanti nell’esperienza, magari deriso dai più, finisce per compiacersi perversamente della certezza di una profezia che è tale solo per gli altri, dal momento che per lui è già evidenza. È come quando si lancia un allarme a un adolescente (e ne so ben qualcosa), sapendo che dall’altra parte il messaggio arriverà, sarà razionalmente compreso, eppure verrà subito rigettato come un’illegittima intrusione, una paternale non richiesta, un’insensata norma di un mondo passato. Chi è davvero “presente” (a sé stesso anzitutto), spesso “pre-sente”, insomma.

Tutte queste dinamiche umane, con i necessari presupposti pre-umani (biologici, animali), si sono già trasmesse alla letteratura.

Sì, il coronavirus ha contagiato anche le belle lettere.

E finché si registrava l’impennata delle vendite di qualche classico (La peste di Camus o Cecità di Saramago, per stare ai titoli meno datati), valeva davvero la pena pensare che si trattasse solo di un’influenza passeggera, addirittura benefica. Ciò che non uccide, fortifica. Poi però sono arrivate le scoperte di taluni autori che in tempi non sospetti avevano previsto, quasi per filo e per segno, gli eventi odierni. Ne hanno citati alcuni persino i miei figli, adolescenti appunto. Nomi che non conosco, probabilmente appartenenti a quella marea di pseudo-scrittori che si auto-pubblicano in edizioni solo online (c’è tanto disprezzo e tanta spocchia in quest’ultima affermazione? Pazienza, io provo a recitarla in perfetta umiltà, come un mantra più grande di me).

Il pensiero che ne è scaturito, automatico, è stato naturalmente questo: “Chissà quando uscirà, con tanto di fascetta, il Primo Romanzo sul Coronavirus”. Non mi riferisco, ovviamente, ai vari instant books di virologi, medici di varia natura, guru della contro-globalizzazione e quant’altro. Pensavo proprio a quei libri pensati, ponzati, ponderati, rimuginati coi ritmi lenti della letteratura – che ama profetizzare a ritroso, dantescamente. E, a quel pensiero, mi sono odiato, come si odia da solo un padre che deve recitare la propria parte di fronte al figlio adolescente, sapendo di aver ragione, e subendo la frustrazione per avere ragione inutilmente. Ma, nonostante tutto, pur percependo il falsetto della propria voce (ecco, il tono sprezzante e spocchioso di cui sopra), tocca dirle, certe cose.

Oggi però sono davvero abbacchiato, e devo ricredermi. Altro che influenza. Il virus è più contagioso del previsto, e non attacca solo obnubilati vecchietti, ma anche voci forti e giovani della giovane poesia italiana (problema: in poesia si è giovani anche oltre ai cinquant’anni, ormai: tenete presente questo parametro, esperti di statistiche). Apprendo infatti che è entrata in circolo, nella società mediatica, una poesia di Mariangela Gualtieri. È una poesia francamente brutta, didascalica, furbetta. Forse la febbre dell’urgenza ha ingannato la stessa autrice, che avrà agito in buona fede. Oppure hanno ragione certi inascoltati esperti: esistono anche moltissimi poeti asintomatici. Chissà. Ma su questi specifici versi non avrei null’altro da aggiungere a quanto ha appena fatto, per esempio, Gianfranco Lauretano. Del resto, si tratta solo di una poesia…

Solo di una poesia? E se fosse il “caso 0”? Dio ci scampi. Sarà meglio mettersi subito all’opera per produrre un vaccino adeguato. Così ripenso a quando decenni fa rivendicavo, per gli scrittori e in particolare i poeti, una naturale “disobbedienza al tema“. Poi riprendo in mano L’uomo che cade di DeLillo e cerco di indovinare quando mai riuscirò a superare lo scoglio delle prime pagine (la più prevedibile e sacerdotale descrizione romanzata dell’Undici settembre: anche i giganti si siedono sulle proprie chiappe, insomma). Ma forse non finirò mai questo romanzo, come non capirò la grandezza testimoniale della poesia di Gualtieri. E brucino pure tutte le mie sprezzanti e spocchiose chiose alla letteratura contemporanea. Sia dannato il mio nome. Tanto, se son nessuno, nessuno se ne accorgerà.

Però, tocca proprio dirle, certe cose.

 

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