Giovanni Giudici

Giudici traduttore

Un critico smaliziato potrebbe distinguere nel quaderno di traduzioni di Giovanni Giudici A una casa non sua. Nuovi versi tradotti (1955-1995), che segue il precedente Addio, proibito piangere uscito da Einaudi nel 1982 (ma bisogna ricordare almeno anche le assai apprezzate traduzioni dell’Evgenij Onegin di Puškin e degli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola), i fili che compongono l’ordito di un’ideale coerenza fra le traduzioni e le opere poetiche dell’autore.

D’altronde, l’indicazione del «carattere occasionale e non specialistico» della presente raccolta è in parte smentita dallo stesso Giudici in altra sede, quando nella lettera all’amico Gianfranco Folena – riprodotta fra le Note – osserva che «per un poeta nulla avviene a caso e tutto avviene probabilmente sotto la spinta di una necessità che sfugge per lo più alla coscienza». Fra l’altro, il titolo dell’opera suona al lettore non solo congruente con il gusto dell’autore, ma persino in esplicita consonanza con alcune fra le poesie più recenti, tanto che nemmeno l’annotazione delle «occasioni» che stanno all’origine delle singole versioni (per esempio quelle di Karl Shapiro o Richard Wilbur vengono presentate come omaggi ai poeti conosciuti a Roma negli anni in cui Giudici lavorava nella Press Section dell’Ambasciata degli Stati Uniti) potrebbe essere accolta altrimenti che in qualità di ammicco retorico, atto a evidenziare il «dilettantismo» insito in questi lavori discendenti «per lo più da moventi affettivi o ricreativi o di semplice esercizio»: in sintonia, dunque, con il disincanto con cui il poeta presenta anche le proprie composizioni.

Il paradigma entro cui viene effettuata la scelta per ogni autore diverrebbe così la prova del taglio di lettura proposto da Giudici in virtù della sua visuale creativa; le individuali scelte stilistiche, la “resa interpretativa” dei punti più nevralgici di ogni testo, diventerebbero indizi di una più ampia poetica dell’invenzione; le predilezioni per autori assai particolari (per esempio i quattro di area cecoslovacca Nezval, Halas, Seifert e Holan, o i due poeti cinesi Po Chü-i e Mao) ricondotti a moventi ideologi; infine i nessi più labili verrebbero giustificati alla luce di un confronto con istanze opposte a quelle riconducibili alla maniera dell’autore. Una simile lettura è in qualche modo necessaria per sottrarre il lavoro di traduzione, e tutto ciò che inerisce alla poesia in quanto «esercizio di mestiere», a una marginalità poco significativa entro l’ormai riconosciuto “sistema poetico” rappresentato da Giudici all’interno del secondo Novecento italiano. Inoltre, leggere questi altri poeti alla luce del Nostro aiuterebbe a cogliere un senso unitario nel percorso proposto, ponendo per esempio in evidenza quel particolare amalgama di voluttuosa sensualità, di sapida corporeità che si staglia sull’inquieto e a tratti oscuro sottofondo di educazione cattolica, quasi a ribadire l’implicita ossessione soggiacente alle sue interrogazioni poetiche: come sottrarre la nostra carne e la nostra storia alla morte? Insomma, questo secondo quaderno di traduzioni potrebbe essere accolto come una splendida tautologia, a ricordarci la eliotiana necessità del poeta di ricreare internamente la propria letteratura, la propria tradizione. Ed è in parte ciò che compie Massimo Bacigalupo nella sua densa e precisa postfazione, che ricostruisce per sommi capi anche i dati essenziali di ogni poeta tradotto (A una casa non sua ospita per lo più testi di celebri autori anglosassoni, a eccezione del Pange lingua di Tommaso d’Aquino, che così significativamente introduce l’opera, e dei già citati poeti cèchi e cinesi – questi ultimi tradotti tuttavia sulla scorta di versioni inglesi – che invece la chiudono).

Eppure, a leggere in modo più disarmato queste traduzioni, un senso forse più ampio potrebbe scaturire dal presente volume: la possibilità d’intendere davvero l’opera di un poeta come una sconfinata divagazione (Homo sum: humani nihil a me alienum puto), libera perciò anche di contraddirsi, di fluire risolvendo in se stessa, in modo originale, ciò che appartiene a tutti. Così l’occasione riacquisterebbe valore per sé (il titolo stesso dell’opera non è che un verso tratto dalla poesia Uomini spaventati di Robert Graves), esattamente come nella vita la casualità finisce per tessere misteriosamente un destino coerente. Le poesie e le versioni di Giudici hanno infatti la stessa strana capacità di non celare il lievito di pura retorica insito nella scrittura, eppure di risolverlo nello stesso tempo in una sincerità di secondo grado. Il massimo valore dell’ironia novecentesca non sarebbe altro che questo: riconoscere senza compromessi il nostro essere epigoni, voci che diventano originali nel momento in cui traducono altre voci, restando fedeli alla sostanza originaria e universale della vita.

 

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