Bufalino

La prova del nove

Bisognerebbe davvero avere la forza di lasciare nel cassetto la propria opera per nove anni. Di tornare a rileggerla quando si è completamente un’altra persona, trasformati senza infingimenti nel proprio lettore. Sarebbe l’unico modo per essere certi di aver fatto i conti con il narcisismo intossicante e di aver verificato se l’opera ha superato il canto delle sirene, e può continuare a viaggiare.

Ma solo i talenti dotati di una prodigiosa precocità, in questo modo, potrebbero concedersi il lusso di lasciar decantare le proprie opere, mentre grazie ai folgoranti esordi abiteranno con diritto lo spazio letterario, senza dover certificare la loro presenza.

Quando si solleveranno sospetti sull’estinzione della loro vena creativa, potranno pur sempre pubblicare saggi brillanti su tematiche come Qual è il futuro della letteratura oppure Perché si scrive?

Ma non si è stati baciati dal genio della precocità e della fortuna?

Non resta che rammentarsi della sorte, per esempio, di Gesualdo Bufalino, che esordì dopo i sessant’anni, quasi forzato alla pubblicazione di un romanzo cominciato trent’anni prima e revisionato con pazienza decennio dopo decennio.

Ah, no. Ci sarà sempre qualcuno capace di dimostrare che anche in questo secondo caso c’entra il narcisismo, mescolato magari all’insicurezza o, peggio, a una connaturata schifiltosità.

C’è una terza strada? Pubblicare ogni volta che si può, e continuare a revisionare il lavoro, a ritrattare, a limare i dettagli edizione dopo edizione. Col rischio di trovarsi a gestire una vasta, lussureggiante produzione di plaquettes, opere introvabili, fastidiosi libercoli rinnegati, piccoli capolavori fioriti nella gola dell’oblio, appena sfiorati dall’ultimo indizio di luce, prima di.

 

1 commento
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    massimiliano dice:

    Io ti dico parole imparate a memoria:
    le ascolti appena, frastornata dalla pioggia
    che cade sul bunker di Punta Scalambra
    e annunzia lungamente un altro addio.

    Com’è lontano il mare, a guardarlo da qui,
    da questi strombi sbreccati e inermi,
    come lontana anche tu, e cangiata da ieri…
    Per rivederti devo chiudere gli occhi.

    Devo chiudere gli occhi per rivedere i tuoi,
    invaghiti e ridenti, per risentire il fatuo
    minuetto dell’aria fra i tuoi capelli,
    i chiusi trambusti del cuore.

    Cosí dunque ci gioca il tempo e ci convince:
    basta una raffica sbieca, un giornale che voli,
    stremata procellaria, sul dirotto frangente;
    quel cencio d’alga che ripugna fra le dita…

    poco basta per dirci che l’estate è già morta,
    gioventú menzognera dell’anno,
    e che di noi, di lei non rimane che un solo
    cieco pugno di polvere e di pioggia.

    Anch’io, come un maltempo, sopra i tuoi giorni d’oro
    recato non ho che deformi
    relitti e presagi di fine
    e qualche lamentosa fuggitiva pietà.

    Un regalo di morte che butterai domani,
    questo di me ti lascio, e null’altro, perdonami:
    non potevo di piú, io non so camminare
    che a braccio d’un fantasma, oppure solo.

    Ora lo sai, lo vedi: che servirebbe torcersi
    le mani, piangere, stampare in un libro
    che siamo stati felici, che un altr’anno
    incontrandoci qui sorrideremo?

    Lasciami allora andare solo incontro alla notte.
    Tu resta a guardare la striscia di sole che torna,
    l’airone sul grigio cemento lavato
    che s’asciuga le vecchie penne.

    -Gesualdo Bufalino

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