La Luna e il tu nella poesia

Vergine Luna: il tu nella poesia e nella preghiera

Il politico si rivolge alla folla. Il poeta si rivolge a un individuo. Se anche quest’ultimo giungesse a pensare a una moltitudine, sarebbe sempre una somma di tante, irriducibili individualità.
Lo sa bene anche Anna Maria D’Ambrosio (non a caso autrice anche di raccolte poetiche e narrative), che con Vergine Luna ha condotto una personale indagine del Tu nella poesia e nella preghiera, come recita il sottotitolo.
Non si tratta di uno studio intorno all’argomento, ma un altrettanto rigoroso viaggio entro una costellazione prediletta di autori. Manca, per esempio, il celebre Montale chiamato persino a giustificarsi, nel suo compiaciuto incipit di Satura, per il suo continuo ricorso al “tu”:

I critici ripetono,
da me depistati,
che il mio tu è un istituto.
Senza questa mia colpa avrebbero saputo
che in me i tanti sono uno anche se appaiono
moltiplicati dagli specchi. Il male
è che l’uccello preso nel paretaio
non sa se lui sia lui o uno dei troppi
suoi duplicati.

Vergine Luna, Interlinea edizioni

Vergine Luna, Interlinea edizioni

Gli autori chiamati in causa da Anna Maria D’Ambrosio, nella prima parte del libro, sono Giacomo Leopardi, Emily Dickinson, William Butler Yeats, Rainer Maria Rilke, Cesare Pavese, Antonia Pozzi e Anna Maria Ortese. Per ognuno, attraverso un’intensa lettura dei versi o ricordando i dati salienti della biografia di ciascun autore, si mette in luce il volto celato dietro al “tu” grammaticale di molti versi, ma soprattutto si cerca di definire il colore di questo rapporto dialogico così caratteristico per la poesia. Scopriamo che di volta in volta l’interlocutore o interlocutrice potrà essere l’infinita alterità concretizzatasi in un singolo elemento naturale, un fratello, un padre, l’amato o l’amata, uno sdoppiamento di sé, persino un frammento minimo del creato.
Nella seconda parte del libro, a questi autori fa da contrappunto un’indagine più specificamente legata alla preghiera (che si sofferma per esempio sui Salmi, sul Padre Nostro, su sant’Agostino, sulla mistica), ma a ben vedere i riquadri che compongono questo secondo pannello potevano benissimo rimescolarsi con quelli della prima parte. Il Tu a cui il poeta e il fedele si rivolgono, per quanti volti differenti potrà avere di volta in volta, resta sempre un interlocutore assente, perduto, irraggiungibile. Ma, in entrambi i casi, il prodigio comune che si compie è una sorta di espansione del sacro. Il recinto non calpestabile e protetto in cui si conserva il mistero, diventa il prato, lo spazio aperto: specchio dell’enigma. Il poeta o il mistico, l’innamorato o il fedele, quando sono attraversati dall’intensità di una parola che li apre all’altro, riescono almeno per un breve, acuto istante a stabilire con il cosmo intero un rapporto intimo. Anche ciò che è lontano diventa allora familiare e le barriere fra interno ed esterno non hanno più senso: l’io suona della stessa musica dell’universo. È la logica poetica dell’inversamente sproporzionale: il Tu assoluto e irraggiungibile, il Dio lontano e Altissimo, si fa padre, sacrario dell’identità; e il profilo più facilmente identificabile finisce per precipitare nell’inconoscibile.
È per questa stessa logica che per i poeti, e i mistici, e gli innamorati, malgrado tutti i progressi della scienza e le conquiste della storia, la luna è destinata a rimanere vergine, intatta.

Quando l’uomo vuole imporre la sua logica sul mistero e domina lo spazio intorno a sé, rischia di compiere una dissacrazione. Il poeta, invece, accogliendo in sé lo spazio, lo rende nuovamente sacro, ne difende il mistero.

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