Dove sono finiti i maestri?

Lo sterminio dei maestri (di Davide Brullo)

Su Pangea Davide Brullo, qualche settimana fa, aveva ripreso e sviluppato la mia provocazione intorno all’assenza di maestri, oggidì. Mi è rimasta in gola, rispetto al tema, una certa parte del discorso, più personale, rispetto a quell’asettica, oggettiva constatazione. Forse un giorno ci sarà modo di svilupparla, ma intanto il pezzo di Davide compie già uno scarto in questa direzione, per cui lo ripropongo qui.

LO STERMINIO DEI MAESTRI. “LA POESIA NON È DEI PROFESSORI E DEGLI ERUDITI, MA DEGLI SBANDATI, DEGLI AVVENTURIERI, DEI REIETTI DELLE ISOLE”. SU UNA BORDATA DI ANDREA TEMPORELLI (E UNA LETTERA DI GIAMPIERO NERI)

Lo sterminio dei maestri. Se non ci sono più i maestri, mi dicono, ce li costruiremo, mi dico come si fa una sedia – per offrirla, poi, ad altri. La maestria è dono che esiste finché ce ne priviamo. Nel suo spazio, nella sua privata profezia, Andrea Temporelli (che per me è Marco) scrive una riflessione ferina. Meglio, leviga la selce. L’arma s’intitola Dove sono i maestri? e il punto lampante è questo: “da poeta, voglio continuare a credere nella possibilità che un’opera sappia imporsi, magari col tempo, se davvero ha valore, e che dunque tutti i discorsi sociologici di contorno non debbano stornare l’attenzione dal dubbio che mi assale: dopo un brillante esordio o qualche passaggio importante, né i “padri” né i “fratelli maggiori” ci hanno lasciato un’opera capace, per la sua grandezza intrinseca, di obbligarci ad alzare lo sguardo o a cambiare direzione”. Lapidario. Come sempre.

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Poche scuse, ci dice Marco, poche palle: nessun libro, negli ultimi decenni, ha avuto la forza di incenerire, ha gettato il verbo che decapita e incanta. Marco conosce perfettamente le repliche che disintegrano la sua apodittica dichiarazione: la ‘riconoscibilità’ dipende dal ‘contesto storico’; la critica letteraria conta quanto il due di picche (e il critico s’è ridotto all’apericena di se stesso); il poeta è defenestrato dal ‘dibattito pubblico’ (e quando vi interviene è solo per ragioni elettorali, lacchè sublimato in eroe), i tempi non sono mai i tempi adatti… Palle, dice Marco, che da lettore incantato pretende l’opera che lo sfiguri, e ha ragione, figuriamoci.

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Sappiamo ancora leggere? Sappiamo riconoscere la maestria? Sappiamo dedicarci all’opera di un altro senza fagocitarla nell’intestino moltiplicato di io, io, io?

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Proseguo allineando le scusanti. L’Italia è un Paese che notoriamente sputtana i maestri: da noi non esiste qualcosa di simile alla “Library of America”, l’equatore della maestria, dove stanno William Faulkner e Philip K. Dick; non sappiamo fare leggenda dei nostri maestri, non esiste un Museo Montale, l’aeroporto di Fiumicino non è adornato con le poesie di Ungaretti (come accade a Dublino, dove dappertutto sei assediato dai versi di Yeats-Heaney, dalle frasi di Joyce-Wilde-Swift). Qui neanche sappiamo che i racconti di Giovanni Verga sono più rapidi, rapaci, ‘moderni’ di quelli dello stracotto Raymond Carver.

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Altra scusa. Il Novecento è stato un secolo bulimico di maestri. Li hanno fabbricati in serie, nelle catacombe, nelle botteghe oscure, alla luce del sole. Per questo le antologie patrie cambiano di continuo i connotati e gli ingredienti del canone: un chilo di Raboni è davvero meglio di un chilo di Luzi, forse un contorno di Pagliarani sta meglio di quella maionese di Sanguineti, e Antonio Porta, quando lo mangiamo? Non è detto che la zuppa Sereni sia più saporita di un brodino di Caproni (il tardo, però, l’epigrammatico) e il minestrone Zanzotto chi se lo inghiotte? Io all’insalatina liofilizzata del primo Ungaretti preferisco la costata ruvida di sangue di Dino Campana…

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Altra scusa. Nel mondo anglofono – ma anche francofono, ispanofono, ariano, in verità, in ogni altra parte del mondo – continuano a partorire maestri. Come? Con i soldi. Borse di studio, premi importanti, possibilità di lavorare sul serio dentro l’opera – che non è il referto riferito ad altri della nostra domenica, in vacanza, fratelli al tramonto e ai propri buoni sentimenti –, al di là della medaglia sul petto, la pacca sulla spalla, la presa per il culo.

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Altra scusa. Le scuole, le scuole… I poeti non si leggono a scuola! Propongo al Sindacato dei Poeti di proporre per obbligo la presenza di un poeta nelle scuole di tutto il Paese!

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Poi ci siamo detti che i maestri erano tutti cattivi, liberi tutti, viva la libertà. In questa paradossale solitudine, al Premio Strega, l’anno scorso, ha rischiato di finire un romanzo su Gian Ruggero Manzoni, ma non l’opera di Gian Ruggero Manzoni, un maestro. D’altronde, chi conosce e riconosce l’opera fondamentale di Alessandro Ceni, di Francesca Serragnoli, chi ha letto Isacco Turina e perché al Campiello non ha vinto uno dei romanzi più potenti di questi anni – alla luce del troppo che ho letto – Tutte le voci di questo aldilà, di Andrea Temporelli?

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D’altronde, Temporelli dice tutto, in quel libro: “Alla larga dalla poesia, schiccherafogli che non avete mai fatto spreco di voi stessi, che non avete mai vissuto e pensate di riscattarvi con i vostri bisillabici piagnucolii. Non destate i lupi: scenderanno nottetempo a sbranarvi. Voi non sapete che cosa sia scrivere sui vostri polmoni, riversati davanti come le ali di un angelo scomposto. Conoscete la vostra vanità”.

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Scuse, appunto. L’opera appare, fiammante, nonostante il tempo, il contesto, i contestatori. Eppure, dice il puro&folle, come la mettiamo con Rimbaud, la Dickinson, Hölderlin, Dino Campana, appunto, tutte le grandi opere nascono nell’irriconoscenza, nell’irreparabile eresia dal ‘pubblico’. Una volta ci siamo detti: ci basti custodire la fiamma, consegnare la torcia – ecco, la maestria – affinché qualcuno, oggi, domani, tra secoli, in questo o in altri mondi, sappia attingere al fuoco appiccando l’incendio. Un fuoco lo si afferra come un’arma, come la mano di un bimbo.

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Ieri mi è arrivata una cartolina da Giampiero Neri, il poeta. Alessandro Rivali lo ha definito un maestro in ombra; i libri di questo poeta non hanno agito dentro di me quanto la sua umanità, che mi affascina. Nel lavoro di Neri c’è la costanza di chi ha regalato molte volte i propri occhi, pezzi d’ambra, incagliati in luoghi distinti della storia – egli conosce la deriva continentale dell’uomo, misura quanto stagiona la speranza, il punto d’ebano dell’abisso. “La poesia non è dei professori e degli eruditi, ma degli sbandati, degli avventurieri, è come la fede in Gesù Cristo che hanno le Marie di Magdala, gli adulteri, i buoni ladroni, non gli scribi e neanche i farisei, sempre gli avventurieri, gli ultimi della classe, i reietti delle isole. Siamo al cospetto del mistero della letteratura, che è anche il mistero della vita. Forse questa volta ti trovo solidale. Bevo un bicchiere di vino alla tua salute”, mi scrive Neri, e non è maestria questo vino spartito a distanza, come un patto?

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D’altronde, le cattedrali le hanno elette degli anonimi; e chi ha scritto il Cantico? Ci sono tempi in cui una maestria s’impara dalle nuvole, dalle muraglie innocenti, e dall’albero che si allinea all’assalto. E tu a chi scrivi?, questa è una domanda, ad esempio. Imparare che è sufficiente un solo destinatario, e dedicarsi ad esso senza risposta, da irresponsabili, è una direzione.

 

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