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Milo De Angelis, di Cristiano Poletti, olio su tela

Ancora su Milo il grande, l’ultimo maestro

27 Marzo 2021/2 Commenti/in APPUNTI/da Andrea Temporelli

Considero – e l’ho già detto più volte – Milo De Angelis l’unico poeta tra Novecento e Duemila che si è conquistato una canonizzazione certa. Questo, al netto di tutte le riserve che nutro verso la sua poesia, fin da tempi non sospetti. Semplicemente, al di là di preferenze personali, credo che da un punto di vista storico-letterario Milo sia l’ultimo maestro riconoscibile, l’unico che abbia fatto scuola. A suo fianco, semmai, si aggiungerà Valerio Magrelli, più algido e accademico. Tutti gli altri, magari anche più bravi, sono storicamente distanziati di oltre una spanna. Almeno per ora. E tuttavia Linea intera, linea spezzata, l’ultima raccolta del poeta, ha tristemente confermato il mio scetticismo.

Non si tratta, sia chiaro, di un brutto libro. Anzi, è un buon libro – ma come tanti altri. E dispiace doversi separare dal consenso unanime del caso: per una volta che un poeta, dopo una lunga carriera, riesce a sfondare la cerchia asfittica dei pochi cultori di poesia, pur essendo un autore anche difficile (almeno ai suoi esordi), rovinare l’idillio sembra un gesto di puro masochismo. Il mondo della poesia soffre della stessa malattia autoimmune del partito democratico italiano? Non direi. Sono una voce fuori dal coro, censurata a suo tempo dalle bibliografie, in quanto non allineata.

Fatto sta che temevo, ordinando il libro, di restare sulla scia inaugurata da Biografia sommaria. E così è stato. L’ultima stagione del poeta è nobilitata da Tema dell’addio, in forza soprattutto, appunto, del tema, ma complessivamente la sua voce ha subito una curvatura più elegiaca e prosastica, che ne ha favorito la leggibilità e l’apprezzamento generale, ma che ha annacquato la voce che lo contraddistingueva, e rendeva unico, nella prima stagione.

E qui mi sovviene un ricordo personale. E mi vedo, studente universitario, nel pieno fervore della scoperta e dell’assimilazione forsennata della poesia contemporanea, accanto a De Angelis e ad altri poeti (Daniele Piccini, Davide Rondoni) che intercetto proprio una battuta di Milo intorno alla lettura di un altro giovane poeta, Paolo Iacuzzi. Uscendo dal cortile del palazzo che aveva ospitato la bella serata letteraria, con semplicità sorniona ma anche con sottile precisione, Milo definì troppo elegiaco il tono del poeta. Ancora adamantina e assoluta era, all’epoca, la sua pronuncia, e i tempi delle sue uscite editoriali scanditi da profondi silenzi, a segnalare un procedere nervoso, a scatti evolutivi non pacificati.

Linea intera, linea spezzata contiene una manciata di poesie impeccabili, ma per il resto è una raccolta in cui la ricerca del pathos spinge a una serie di stilemi riconoscibili, ormai di maniera, all’interno di un dettato iterativo che spinge sul pedale del tragico quasi per inerzia. E’ una retorica un po’ facile, sostenuta dall’eco delle origini, che tuttavia finisce per imporre, nel testo, un implicito birignao.  Sono perfetti, questi testi, per una lettura alla Gassman (senior), in puro poetichese. Certo, la possibile impennata oracolare è bilanciata con sapienza da una sprezzatura di ascendenza lombarda che sostiene corposi innesti di prosa o battute di dialogo tra l’altisonante e il banale, puntellati dalla mitologia dei luoghi da sempre cari al poeta, ma il mix che ne esce non mi convince. Mi nausea. Diverse pagine di questo libro si potrebbero strappare e innestare in qualche vecchio libro di Mussapi. Ma si prenda, più comodamente, la celebre poesia di Sereni Un sogno e la si affianchi a Udienza per cogliere, ancora una volta, un senso di nobile epigonismo.

Milo De Angelis è l’Ivano Fossati della poesia italiana.

(in copertina, Milo De Angelis, di Cristiano Poletti, olio su tela – dal sito dell’autore)

 

 

Tags: DE ANGELIS, DIARIO, POESIA CONTEMPORANEA
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https://www.andreatemporelli.com/wp-content/uploads/2021/03/Milo-De-Angelis-di-Cristiano-Poletti.jpg 466 800 Andrea Temporelli https://www.andreatemporelli.com/wp-content/uploads/2015/09/andrea-temporelli-logo-header-website.png Andrea Temporelli2021-03-27 15:29:032021-03-27 15:29:03Ancora su Milo il grande, l’ultimo maestro
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2 commenti
  1. massimiliano
    massimiliano dice:
    4 Aprile 2021 in 6:47

    Ho messo già tre volte a confronto questi due testi, uno di fianco all’altro, per cercare di capire cosa intendessi.

    Forse all’ultima lettura “ho capito” al di là della tematica simile ( l’incontro con l’ombra, il giudice, il padre, o quel che è; e che sottende un più comune e allargato terreno di matrice religiosa, inevitabilmente condiviso da tutti coloro che nascono da queste parti del pianeta) che la somiglianza è -forse- nell’incedere dell’azione, lineare, senza salti.
    In uno scorrere più orizzontale che verticale. Ma non sono sicuro.
    Mi mancano proprio i termini quindi non riesco a vedere bene.

    Riproverò.

    Ma un aspetto mi è rimasto nel rileggere questa poesia di Sereni
    del quale non mi ero accorto tempo addietro, due anni fa, ed è questo:

    (…)
    in piena solitudine. La rissa/
    dura ancora, a mio disdoro./
    Non lo so/
    chi finirà nel fiume.//

    Letti ad alta voce questi ultimi versi suonano uniti.
    Avverto, alla fine della parola fiume, come una concordanza di suono,
    con quanto è preceduto.

    Sono andato a cercare ma non vedevo niente che giustificasse
    una tale compattezza. L’endecasillabo e il settenario, sì,
    ma… troppo poco, incerto. Rileggo ed è più nel suono che nella durata
    dei singoli versi.

    Poi lo trovo: sono le due “U” i punti focali.
    La “u” di solitUdine e quella di fiUme. ( quella di ” dUra” è al più un rinforzo, a lato, in periferia, sui fianchi dell’immagine acustica).

    Queste due U, al mio orecchio almeno, si richiamano a vicenda; creano un ponte tanto forte, quanto
    sono distanti il suo inizio e la sua fine.

    Così nascosto e così determinante. Una vocale.

    Inoltre le due U appartengono ai due sostantivi più forti e chiari,
    immersi, a questo punto secondo me volutamente, in una sequenza di parole più astratte, desuete, che suggeriscono dubbio.

    Ma poi si rivelano anche i ritmi imposti dalle quattro erre nel primo e secondo verso
    che fanno letteralmente schizzare la lingua come un sasso sulla superficie dell’acqua…

    …grande artigianato, poco da dire.

    Rispondi
    • Andrea Temporelli
      Andrea Temporelli dice:
      4 Aprile 2021 in 15:25

      Sì, grande artigianato. Credo che sia un bel lascito della lezione pascoliana – anche se qui ormai metabolizzata, fatta propria

      Rispondi

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