Diego Valeri

Il nome di Valeri nel vento

Diego Valeri è stato un poeta ben presente nelle vicende del Novecento, per frequentazioni e attività culturali, oltre che, naturalmente, per l’importanza che ebbe la sua opera.

Solitamente additato come post-simbolista, capace di trarre dal magistero dei padri del Novecento (Carducci, Pascoli, D’Annunzio) la linfa per quel che venne definito “anti-Novecento”, ovvero per quella poesia lontana dalla ricercatezze letterarie e dalle vertigini ermetiche, fieramente popolare per indole, deferente a livello formale per la tradizione sebbene non per questo rinunciataria rispetto a una ricerca di originalità (tormento che fu, anzi, particolarmente spiccato in Valeri), e che ebbe in Saba, Betocchi e Penna, tra gli altri, i suoi esponenti di spicco, Valeri all’epoca ebbe fama di poco inferiore rispetto ai vari Ungaretti o Montale. Eppure, dopo la pubblicazione nel 1977 delle Poesie scelte (1910-1975), a un anno della morte, la sua opera non è stata più riproposta – fino al recentissimo compendio curato da Carlo Londero per le mai abbastanza elogiate edizioni Il Ponte del Sale, intitolato Il mio nome sul vento. Poesie 1908-1976.

Francesista apprezzato, ha ben analizzato con attenzione le svolte radicali della poesia moderna con Baudelaire, Rimbaud e Mallarmé, così come le spinte rivoluzionarie del Futurismo, eppure non si è mai lasciato attrarre da suggestioni che non sentiva radicate rispetto alle personali esigenze di sincerità e semplicità, letterarie consapevoli, comunque, e quindi ricche e stratificate, nient’affatto ingenue. Del resto la sua vicenda editoriale narra la volontà di offrire un corpus coerente, se non propriamente un libro unico. Tornando più volte sulla propria poesia, Valeri si impegna a “sublimare la propria lirica” (Londero), a rendere essenziale e preciso il proprio tratto.

SCIROCCO

Mi desta a un tratto un sole crudo
che riempie di fuoco bianco
il cavo del cielo, tutto nudo,
su un verde d’acque battuto e stanco.

Una vela rossa e gialla
vacilla, andando lentissimamente.
I gabbiani siedono a galla,
in frotte, su le onde sonnolente.

Dai marmi pallidi della riva
trasuda un umido tepore;
sento non so che ebrezza cattiva
entrarmi, con un riso falso, nel cuore.

C’è nell’aria mossa appena
un torbido inganno di piacere:
m’accarezzano la schiena
dita di velluto molli e leggiere.

Respiro lussuria senza amore;
son avido di gioia e infelice;
come chi tien tra le labbra un fiore,
e sente l’amaro della radice.

FIORE DEL NULLA

Quando ti schiudi, fiore
divino, assorto è il tempo
fuor di notte e di giorno;
l’aria non ha colore,
tutto è perduto intorno.
Tu solo sei, divino
fiore del nulla, amore.

NON SAPEVO

Non sapevo di avere alle mie spalle
l’angelo. Fu nel portare una mano
alla nuca che incontrai quella mano
tenera e lieve come foglia nuova:
la dolce mano dell’angelo
che dietro alle mie spalle
mi guardava in silenzio.

Ma come può essere
ch’io non lo senta, l’angelo,
quando fiso mi guarda
con quei suoi occhi attenti
e pieni di silenzio?
Fin dal mio tempo primo lo so
che ai miei angeli piace di guardare
non visti, di guardarmi
dall’ombra che sta dietro alle mie spalle.

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