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Gian Mario Villalta, fotogafia di Dino Ignani

Gli orizzonti estremi della contemporaneità. Autofiction di Gian Mario Villalta

21 Settembre 2022/2 Commenti/in ARTICOLI E SAGGI/da Andrea Temporelli

Negli anni Sessanta capitava che uno studente alla prova di maturità svolgesse un tema su Eugenio Montale, autore già acclamato, ma lontano dal vincere il premio Nobel e neppure ancora nominato senatore. Anzi, persino Satura, il volume che avrebbe avviato la sua seconda stagione letteraria, controversa quanto significativa, non aveva ancora visto la luce. Si trattava insomma di un autore davvero contemporaneo, dalla caratura importante, ma ancora in via di definizione.

Quest’anno, alla maturità, gli alunni si sono cimentati su Verga e Pascoli.

Indubbiamente, i tempi sono cambiati, ci sono alcune ragioni precise dietro al ritardo con cui si storicizza il presente. E tuttavia, al netto di tali ragioni, la situazione si sta facendo grottesca.

Quali sarebbero, in poesia, gli autori che ci aspetteremmo di trovare, non dico proposti alla maturità, ma quantomeno ben rappresentati nei ragionamenti, nelle scelte antologiche, insomma nel racconto della letteratura contemporanea? Direi che un autore di età intorno ai settant’anni dovrebbe aver già superato il vaglio della critica e della storia, per cui dovrebbe aver già trovato una collocazione, per quanto discreta e prudente, ma fondamentalmente già legittimata. Cucchi, Viviani, Magrelli, Fiori e De Angelis, per quel che mi riguarda, dovrebbero occupare l’ultimo capitolo dei manuali scolastici. Ma non mi interessa qui soffermarmi su questi nomi (sul valore complessivo dei quali io stesso nutro dubbi, che tuttavia non mi impediscono di accoglierli in un discorso non militante, ma il più oggettivo possibile). Aggiungete pure quelli che ritenete più degni secondo la vostra prospettiva, senza però perdervi in elenchi che raggirerebbero di fatto il problema di definire, appunto, le voci rappresentative del presente (Conte? Lamarque? Cavalli? Buffoni? Scatenate il tifo di qualsivoglia fazione).

Bene, se questo dovrebbe essere il margine (controverso, aperto, sfrangiato a seconda delle diverse prospettive editoriali, ma identificabile) di un discorso “scolastico”, tali autori sarebbero a loro volta incalzati, nella viva realtà culturale del paese, da altri poeti, diciamo a spanne intorno ai sessant’anni, dal valore non ancora assestato, compiutamente compreso, ma ben presenti nelle indagini critiche e nelle letture degli autori più giovani e dei cultori del genere.

Ovviamente, questo elenco sarebbe ancor più controverso e soggetto alle “mode”: eccoci immersi nella letteratura nel suo stesso farsi, nel suo prendere forma passo dopo passo. Ecco il punto in cui la responsabilità si fa massima per chi, per passione, legge e valuta, critica e partecipa, suggerisce e seleziona, e via dicendo.

Con la collana “Opale”, che curo per Ladolfi editore, vado proponendo, attraverso delle autoantologie, le voci che mi sembrano preminenti lungo la linea di quest’orizzonte postremo. Ovviamente, darò spazio ai poeti interessati alla proposta e sarò costretto, per ragioni altrettanto ovvie, a escludere quelli che già altrove hanno ricevuto, o stanno ricevendo, un’analoga attenzione, come nei casi, per esempio, di Pusterla o di Ceni, già antologizzati, magari anche più volte, sebbene in sedi editoriali di diverso peso. Il catalogo, una volta chiuso, non sarà perciò completo nemmeno per chi l’ha compilato, ma dovrebbe risultare un serio e credibile contributo per la conoscenza della poesia contemporanea.

Ciascuna antologia sarà curata dall’autore stesso, invitato dal sottoscritto a definire la propria originale impostazione. Così, se il primo titolo, Un tempo nel tempo, di Marco Munaro, seguiva il criterio più tradizionale di un’antologia (con la scelta di testi rappresentativi da ogni raccolta, disposti in ordine cronologico), il titolo più recente, Autofiction. Poesie 1982-2019, di Gian Mario Villalta, accompagna la ripresa dei testi con un ampio racconto d’autore intorno alle ragioni e alle occasioni che hanno segnato la pubblicazione di ogni libro (ma non va passata sotto silenzio nemmeno l’analisi complessiva sul percorso del poeta compiuta da Tommaso Di Dio con il saggio che chiude il volume).

Curiosamente, e me ne sono accorto solo a posteriori, entrambi gli autori, pur così diversi, delineano percorsi analoghi, almeno per il periodo di maturazione ben caratterizzato dalle influenze del magistero zanzottiano (del resto Munaro è di Rovigo e Villalta di Pordenone), seguito da una svolta di illimpidimento, di maggiore semplicità espressiva (che ovviamente non comporta alcun impoverimento, ma una maturazione nella naturalezza, nella sedimentazione dello stile e dei motivi personali).

Villalta, lungo tale percorso, ha scovato anche una vena narrativa che lo ha portato alla stesura di una decina di romanzi, ormai, ma la poesia non è passata certamente in secondo piano. Ora, c’è la possibilità di rileggere interamente il suo viaggio, a partire dai libri più lontani e introvabili fino ai più recenti, secondo quel gioco della memoria che fa sì che tutto il tempo sia presente, per cui “tutto ciò non può che diventare Autofiction”.

Tags: CUCCHI, DE ANGELIS, FIORI, MAGRELLI, MONTALE, PASCOLI, POESIA CONTEMPORANEA, VIVIANI
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https://www.andreatemporelli.com/wp-content/uploads/2016/12/Villalta.jpg 601 800 Andrea Temporelli https://www.andreatemporelli.com/wp-content/uploads/2015/09/andrea-temporelli-logo-header-website.png Andrea Temporelli2022-09-21 19:04:022022-09-21 19:04:05Gli orizzonti estremi della contemporaneità. Autofiction di Gian Mario Villalta
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2 commenti
  1. Melenzio
    Melenzio dice:
    24 Gennaio 2023 in 15:40

    L’autoantologia, con tutto il bene che fa riproponendo testi più o meno reperibili, non è distante dal rischio pervasivo del rebranding. Penso a Buffoni e a Majorino, all’Autoantologia di Gianfranco e alla Bottega del maestro di Franco (forse anche nelll’antologia Mondadori) , che con abilità rivisitano una prima fase nella loro scrittura seguendo linee programmatiche marginali, per non dire assenti, nelle opere di provenienza. Impostazioni, oppure occasioni colte al volo per seguire l’aria che tira? Che giudizi, che scelte può compiere un autore (detto tale secondo la definizione vigente su Profezia privata) su testi che non sono più suoi? Non è più insidiosa la manipolazione compiuta, anche senza volerlo, dall’autore che da un critico?

    Rispondi
    • Andrea Temporelli
      Andrea Temporelli dice:
      24 Gennaio 2023 in 21:20

      Manipolazione insidiosa, rischio del rebranding… Sì, anche. Spingo gli autori che mi sembrano più bravi anche verso questo limite. Ma il fatto è che ciascuno ragiona in modo diverso, e ogni libro fa storia a sé. Poi, chi legge, può anche accorgersi del rebranding, apprezzarlo o meno. I libri più vecchi possono essere esaltati o schiacciati. Oppure ogni libro viene riconosciuto per quello che è. Nello specifico, mi sembra che Villalta, accompagnando l’antologia con i suoi commenti, spieghi bene la genesi di ogni suo testo e, anche, i limiti che riconosce nei più vecchi, alla luce dei nuovi posizionamenti… Il prossimo, se non ci saranno intoppi, proporrà un autore che dichiara di non potersi fissare in un’immagine autoriale fissa, legata a un unico nucleo. Insomma, la manipolazione, il rischio, l’insidia e il rebranding sono anche la rifinitura, la possibilità, l’occasione e l’aggiornamento della propria configurazione…

      Rispondi

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