Uomo di spalle, fotografia di Davide Nesti

Contemporaneo

Un concetto che andrebbe veramente ripensato è quello di poesia contemporanea. Che cosa si intende davvero, infatti, per poesia contemporanea? Qual è l’evento linguistico, culturale, antropologico da seguire, che fa di un gesto creativo un atto veramente contemporaneo?

Certamente, ci saranno temi suggeriti dai tempi, ma probabilmente ciò che risulta determinante è la qualità dello sguardo, l’orientamento ontologico con cui ci si rivolge alla storia. In ogni caso, la percezione che ci siano gesti poetici contemporanei e gesti non contemporanei, nonostante l’anagrafe, è indice di una tensione trasformativa alla quale ci è richiesto di aderire.

Qualcuno dirà che non esistono tempi per la poesia, che quando un’opera è autentica è oltre il tempo, eterna più che contemporanea. Ma proprio la percezione che qualcosa sia “autentico” rispetto ad altro dimostra l’esistenza di una sfasatura, al di là della quale vi è creazione, al di qua della quale nulla è nuovo sotto il sole. La novità, naturalmente, sarà quella eterna, data appunto da tutti i gesti creativi che sono stati sempre veramente contemporanei. La novità è, appunto, l’autenticità di chi risponde alle proprie radici con parole attuali, che avvengono ora, che sono prese nella carne della scrittura, non giocate da una poetica preesistente, ma bruciate dal loro stesso fuoco.

Penso che il luogo in cui si può essere attuali, il luogo dell’autenticità, è il luogo dell’annullamento di ogni narcisismo psichico e letterario (tragico o ironico che sia): luogo di libertà interiore che fa sgorgare la voce non da un paradigma culturale che ci siamo conquistati (o al quale ci hanno educati), ma da una centratura creaturale: nello scrittore non deve parlare il suo io – il plagio dell’identità che gli è stata imposta -, ma la natura e la lingua nella memoria delle loro possibilità storiche mai avverate. Il gesto poetico contemporaneo è creativo se dà voce a una possibilità reale di uomo non ancora attuata, ma dormiente in noi.

È inutile ridare voce a una figurazione umana e culturale già da tempo satura. Liberiamoci del cadavere psicostorico dell’Occidente, ritrovando l’oriente un po’ più in là, oltre il varco, oltre l’ultimo orizzonte che da secoli i poeti hanno esperito. Facciamoci veramente carico della nostra eredità seppellendo in noi i nostri padri e la nostra identità acquisita, andiamo incontro a noi stessi, siamo autentici. Cerchiamo una parola veramente contemporanea, perciò eterna, che non si lasci trarre in inganno dai temi del nostro tempo, destinati a una rapida storicizzazione.

 

Lo scrittore per capriccio

Scrittori per capriccio

C’è una pubblicità di un’automobile che circola in questi mesi e che sentenzia:

“La vita ti anticipa sempre. I figli arrivano prima del matrimonio; il matrimonio prima della casa dei tuoi sogni, che arriva prima dell’auto perfetta…”

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Il divenire

Noticine per incantare l’abisso

Pronomi
La terza persona non è un postulato della mente. La lirica si vince dall’interno. Ecco lo straniamento, la migrazione dell’io nel tu (la solitudine di chi parla a sé stesso; vedi il Mestiere di vivere di Pavese), nell’egli (l’oggettivarsi in figura), nel noi (ricerca della complicità e insieme assunzione di responsabilità storica).
C’è il rischio vero di perdersi, non di nascondersi in una poetica di annullamento del soggetto. Mancasse questo rischio, sarebbe tutto finzione sofisticata, non credibile.

Sprezzature 1
Troppa bellezza nuoce. Graffiare il testo, strozzarlo nella giusta misura. Sporcarlo. Prenderne distanza. Perché non sia uno specchio conciliante. Continua a leggere

Scrivere non è mestiere

Parliamoci chiaro, il mestiere dello scrittore è sempre stato camaleontico, multiforme, dimidiato, soggiogato, sacrificato. Sostanzialmente, non è affatto un mestiere, per sua natura. È una necessità, un’aspirazione, un controfiato. Una seconda vita, che vampirizza la prima. Continua a leggere

La voce

La voce dell’opera

Un’opera eccede il suo autore. Per questo, lo scrittore non è il depositario del significato di un testo: è il testo stesso a produrre il suo senso (qui servirebbe addentrarsi nella differenza tra “significato” e “senso”: un’altra volta, forse).

Ciò ha una conseguenza precisa: l’autore non sa tutto dell’opera. Se un lettore “trova un senso” a un testo che magari è estraneo alle intenzioni di chi l’ha composto, non è detto che non sia “giusto”. Non è detto nemmeno, a dire la verità, che vada bene a priori. Chiunque può dire: “per me questa canzone significa questo”; “per me questa poesia, rappresenta, nella mia vita, questo”, ma per arrivare a dire che, “non solo per me”, un testo significa qualcosa, devo pormi il problema della coerenza. Devo cioè dimostrare che la mia interpretazione è giustificata (resa lecita) proprio dal testo, dai suoi elementi costitutivi: e, oltre al testo, dal suo con-testo.

Altra considerazione: tutti scrivono per “essere capiti”. Però può darsi che, per rispettare le regole che l’opera, nel suo farsi, impone, l’autore risulti “difficile”. Cercando l’esattezza del senso, il significato può farsi opaco.

«Ho fiducia nelle canzoni. E mi arrendo anche alla realtà secondo la quale una volta che le tue canzoni sono là fuori, tu sei soltanto un’altra voce nella discussione», disse una volta Bruce Springsteen, anche lui alle prese con il problema dell’interpretazione dei propri testi.

E, tuttavia, alla fine capita di essere fraintesi.

Come intervenire, allora?

Il cantante ha molti vantaggi rispetto allo scrittore. Anzitutto, in generale, una canzone è molto più immediata di una poesia, e poi ha un interprete specifico che coincide, talvolta, con il suo autore. Il cantante incontra fisicamente il suo pubblico, può permettersi, se lo crede, di aggiungere una battuta per presentare un testo. Il suo ruolo sociale, così forte e riconosciuto, gli assegna molta voce in capitolo, spesso su questioni ben più importanti dell’interpretazione corretta delle sue canzoni.

Un poeta, invece, vive attraverso la voce dell’opera. La sua voce fisica, per lo più, resta ignota. Certo, spesso ci sono presentazioni di libri, ma si tratta di situazioni piuttosto ingessate, rituali, autoreferenziali, in cui è difficile incontrare davvero “il pubblico”, il fantomatico lettore anonimo e magari casuale. Alla presentazione dei libri ci vanno, se va bene, i soliti amici, gli altri poeti (qualcuno anche solo per invidia o senso del dovere), pochi curiosi di passaggio.

Ora, dove conducono tutte queste riflessioni?

Proprio al punto da cui ero partito.

 

Tantalo, di Gioacchino Assereto (1600-1649).

Egoista! (Sulla natura dello scrittore)

Sono un egoista. Lo sono per indole personale. Lo sono, forse, semplicemente anche in quanto uomo. Non ho la capacità femminile di accogliere. L’altro mi è sempre straniero e io sono una bestia infida.

Lo sono per la mia storia, per la ferocia con cui l’infanzia si è accanita su di me. Da allora per difendermi mi sono imbozzolato, ho conosciuto il mondo attraverso un movimento di introversione. Ma non ho attenuanti, ora meno che mai. Sono un egoista, persino quando mi sorprendo con gesti di apparente altruismo: li compio solo per me stesso, per una sorta di compiacimento di secondo grado. Come ogni egoista raffinato.

Ma in tutto questo c’è persino un’aggravante. Sono un egoista anche per la mia natura di scrittore.  Continua a leggere

Mosca

Cominciamento (ancora)

È giusto, per un autore, commentare la propria opera?
Come distinguere autoesegesi e depistaggio?
Serve, un blog dedicato a un libro? Qual è il tono, la misura, lo stile che lo rende garbato?
Scriverò solo su e intorno a questo libro, o lo userò come un binocolo per parlare di altro?
Ma l’altro non è già dentro l’opera? O sotto, come terreno in cui essa si radica?
Da dove scrivo, qual è la mia orbita attuale? E dov’è, l’opera, adesso, che mi pare così lontana?

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Erba

SOS poesia: sostenere?

La poesia non vende… Oggi la poeticità è saturata dalla canzone… La poesia andrebbe sostenuta istituzionalmente, un po’ come il teatro (ma quale teatro, poi?)… Non ci sono più gli editori di una volta… Bah, non ne posso più di simili discorsi.

Credo che la poesia sia impopolare, perché marginale, potente, preziosa. Credo che non abbia troppo bisogno del lavoro di sostegno dei poeti – come l’erba, saprà attecchire dove deve – se la coscienza umana non è destinata a sparire.  Continua a leggere

Unlikely #27, fotografia digitale di Giuseppe Colarusso (cm 50x35)

Dieci aforismi

Non c’è più bisogno di leggere, se tutto è già stato scritto

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La voce, di Wanda D'Onofrio

La voce, l’ascolto, lo sguardo

Ma la voce, uno come fa a sentirsela? Metti che si ascolti in una registrazione, che magari compaia in un vecchio filmato del compleanno del figlio: riconosce il ciuffo dei bei tempi, ha le stesse movenze di adesso, in fondo, e nemmeno le battute sono poi tanto cambiate, ma no, protesta, quella non può essere la sua voce, quella è un birignao qualunque. Eppure sì, assicurano i parenti, sei proprio tu! Continua a leggere