litigio

Elogio del litigio

Sono un innnocuo attaccabrighe. Ho delle doti naturali ereditate per via paterna: il tono di voce sempre troppo alto (eppure io non lavoro in fabbrica), lo spiccato gusto per la punzecchiatura, la propensione a straparlare e a prevaricare l’interlocutore, persino una comica e impacciata vanità. Sono il timido che urla, insomma. Ho cercato, con gli anni, di affinare queste caratteristiche, dosarle e acuminarle, fin dove possibile. Ma le passioni culturali, anziché piegarmi a una saggia humanitas, si sono tramutate in benzina sul fuoco. Continua a leggere

Bontà o cattiveria

Bontà e cattiveria degli scrittori

Ho la fortuna di conoscere e persino di annoverare fra gli amici alcune persone di una bontà disarmante. Non ricordo di aver sentito uscire dalla loro bocca la benché minima cattiveria su qualcuno. E non si tratta di anime candide e ingenue: sono persone che riconoscono al volo il male nel mondo, solo che non si affrettano ad appioppargli un volto. Se, all’interno di un discorso, qualcuno indica loro un aspetto negativo di altri, non faticano ad ammetterlo, ma sempre accompagnandolo con le giustificazioni più ragionevoli e con supposizioni plausibili a loro parziale discolpa. Perché difficilmente, nella visione di tali persone profondamente buone, qualcuno è malvagio; semmai, si sarà reso responsabile di una malefatta a causa delle circostanze. E anche quando ci si trova d’accordo in simili osservazioni negative, riescono a giudicare con garbo pari alla schiettezza. E via, subito a non dare troppo peso al brutto, cercando nuove cose belle con cui intrattenersi. Continua a leggere

Nobiltà della prosa

Facile come bersi un bicchiere d’acqua.

Ci sono romanzi che scorrono nel gozzo e neanche te ne accorgi. Tolgono appena la sete quando c’è l’arsura, quando c’è bisogno di qualche storia e qualche personaggio che ammazzi la noia. Forse, a pensarci bene, la più parte sono così. Libri da spiaggia, libri per menti spiaggiate. E non è solo un modo di dire: sbircio sempre i titoli durante le passeggiate estive sul bagnasciuga e la genìa si riconosce. Quest’anno, speravo di scovare almeno una copia dell’antologia di Crocetti e Jovanotti. Io non l’ho nemmeno sfogliata, ma so per certo che ci sono versi, lì dentro, che da soli hanno un peso specifico superiore a vagonate di impeccabile, vendibilissima narrativa. Continua a leggere

Caino e Abele, di Tiziano Vecellio, 1544

Fratricidio

STORIA D’ITALIA

Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuta, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe.
Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani… «Combatteremo – fece stampare quest’ultimo in un suo manifesto – fratelli contro fratelli». (Favorito, non determinato, dalle circostanze, fu un grido del cuore, il grido di uno che – diventato chiaro a sé stesso – finalmente si sfoghi.) Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione.
Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.

(Umberto Saba, Scorciatoie e raccontini, Mondadori, 1963, II ed., p. 20)

Miele

Il miele che verrà

Ho sempre avuto una piccola biblioteca inquieta, periodicamente in movimento, non solo per i vari lavori in corso, ma per i ripensamenti, le previsioni, forse il semplice gusto di riflettere e progettare spostando i libri. I criteri di organizzazione variavano di volta in volta: per collana, per argomento, per autore, per genere… Ogni tre o sei mesi al massimo centinaia di volumi si riordinavano in nuovi scaffali, secondo i miei capricci. Del resto il libri si richiamano l’un l’altro in vari modi, creano costellazioni di significato di volta in volta sorprendenti. Continua a leggere

Altri libri e autori da salvare

Altri nomi da ripetere contro l’oblio

A proposito di talenti da non perdere e titoli da ripetere come mantra per resistere, quanto possibile, alla dissoluzione della tradizione e all’oblio delle opere: di primo acchito, avevo annotato i nomi che mi erano venuti in mente. Non sono in grado, sul versante della narrativa, di esprimermi con totale cognizione di causa: provengo da letture soprattutto poetiche e saggistiche e della narrativa contemporanea ho una panoramica parziale. E tuttavia, mentre i ragionamenti intorno al tema continuavano ad avvitarsi, sono riemersi altri nomi, che non posso trascurare (e sui quali, in effetti, mi ero talvolta già esposto). Continua a leggere

Successo editoriale vs successo letterario

La dissipazione dei talenti. Perché recensire non ha più senso e occorre fare memoria

Ragionavo l’altro giorno sulle logiche del successo, che spesso premia i meno talentuosi.
Ci sono sempre stati nella storia della letteratura due piani distinti: chiamiamoli successo editoriale e successo letterario. Talvolta, forse raramente, si intersecano. Di solito, il primo rischia di risultare effimero, mentre il secondo cresce nel tempo, perché pone l’opera all’interno di una tradizione: qui essa mette radici, nutre altre opere, si innerva in diverse epoche – con alterne fortune, ovviamente. Continua a leggere

Vincono sempre i mediocri? Noterella antipatica e sincera

La mia generazione, e parte di quella successiva, sta arrivando al traguardo. Accumulate pubblicazioni, esperienze, avventure, kermesse, performances ecc., alcuni possono proclamare di avercela fatta. Sono riconosciuti, vincono premi prestigiosi, ricoprono ruoli importanti, hanno voce in capitolo. Sono ormai autori adulti e nei prossimi decenni mireranno a divenire venerati maestri. Continua a leggere

La storia, che scandalo

Si voleva uscire dal Novecento, intesa questa epoca anzitutto come orizzonte mentale, come spazio mitopoietico esausto. Fondammo una rivista proprio sulla spinta di quel sentimento. Esuli senza nuove terre a cui approdare, abbiamo assistito in questi decenni a innumerevoli déjà vu, a ritorni di figure novecentesche di dittatori in tutte le latitudini, persino a ritorno di conflitti medievali tra culture (Occidente e Islam). La fine della modernità ci consegna a un infinito incubo postmoderno?

In queste ultime settimane ci siamo risvegliati bruscamente ai tempi della Guerra Fredda. Ma siamo costretti ad assistere agli eventi con una nuova sensazione di impotenza, che non è più soltanto la condizione di cittadini che avvertono di avere poca voce in capitolo anche nelle complesse democrazie liberali, e che compensano la frustrazione riversando le loro invettive sui social. L’impotenza oggi è raddoppiata per la stessa dissociazione di cui siamo vittima: vorremmo essere altrove, vorremmo esserci lasciati alle spalle un passato a cui non crediamo più, di cui sentiamo l’esaurimento di senso – e invece ce lo ritroviamo ineluttabilmente di fronte.

A scuola, la storia è uno scandalo perché abbiamo la riprova della nostra incapacità di leggere, e quindi di raccontare, il presente. La storia contemporanea è rimossa. Persino all’ultimo anno di liceo si fatica a balbettare qualcosa oltre al Secondo Dopoguerra. Nella migliore delle ipotesi, si preparare un polpettone in cui Guerra Fredda, Globalizzazione, Anni di Piombo, Fine del Bipolarismo, problemi ambientali, sguardi oltre all’Europa e chissà quant’altro finiscono per essere triturati in un bolo che risulterebbe indigesto persino a un bisonte. Ed è un problema che riguarda anche la cultura e la filosofia: non c’è racconto sull’arte o sulla poesia che dispieghi una visione condivisa degli ultimi decenni.

Il Novecento comincia con la Grande Guerra. Quello è il portale che ci proiettò da una visione all’altra. Vi entrammo con lo spirito colonialista e risorgimentale, vi uscimmo disorientati in una nuova era di massa, con potenzialità tecnologiche impensate, con assetti mondiali stravolti, con le suggestioni di grandi ideologie che volevano guidare un passaggio antropologico inaudito. Il programma scolastico dell’ultimo anno, alle scuole secondarie di Primo e tanto più in quelle di Secondo grado, deve cominciare da lì. E nel giorno della memoria ci sarà il virtuoso aggancio tra celebrazioni e contenuti scolastici, per avere tempo, almeno nel secondo quadrimestre, per una narrazione non convulsa degli ultimi settanta, ottanta anni di storia. Senza dimenticare che l’attualità è incalzante e ci si può, anzi si deve, imparare a muoversi sulla linea del tempo seguendo urgenze, interessi, spinte della cronaca.

Pur trovandomi a insegnare in una seconda media, ho cominciato l’anno parlando dell’Afghanistan, con necessari richiami ai fatti del 2001. Ci siamo quindi soffermati sulla Costituzione, in occasione delle elezioni presidenziali. Ora ho terminato da poco un percorso geostorico sulla storia della Russia, anticipando i grandi snodi che affronteremo meglio l’anno prossimo. Ma il programma della seconda media comincia con la fine del Medio Evo e deve portarci alle soglie del primo conflitto mondiale, e va gestito in due ore settimanali. Anche la Regina Elisabetta o Napoleone o Garibaldi devono sottostare alla logica della “scala storica”, di una narrazione che solo raramente può permettersi il lusso di approfondire fino al dettaglio e alla caratterizzazione umana, e il più delle volte, invece, dovrà dispiegarsi in ampie sintesi, in mappe complessive, con buona pace dei cambiamenti di direzione improvvisi del corso della storia. La pandemia prima e la guerra in Ucraina adesso in questo senso hanno già insegnato – hanno già lasciato il segno – sui nostri giovani, che questa sensazione di impotenza di fronte alla storia che ripropone il passato anziché aprire nuovi scenari la apprendono da noi, indirettamente.

E chissà quale sarà lo scenario tra qualche mese. Chissà se avremo il privilegio, prima o poi, di intravedere una nuova pagina per l’umanità, che non sia un miraggio, presto calpestato da un nuovo pervicace fantasma del passato.

La sedia vuota

Cari genitori, caro Matteo e cari familiari tutti di Filippo,

di fronte alla morte e al dolore non esistono parole che abbiano senso. Ogni pensiero che tenta di prendere forma precipita nella propria impotenza. La massima vicinanza in queste circostanze si esprime con il silenzio e con la preghiera, ed è esattamente qui che noi tutti ci siamo idealmente radunati per starvi vicino. Ciò che, oltre alla preghiera, si osa dire risulterà inevitabilmente banale e retorico. Continua a leggere