L'innominato, tela di Andrea Gastaldi

Scrittura e storia (sumite materiam)

Immaginiamo che uno abbia tutte le carte in regola per essere uno scrittore, un ottimo scrittore, forse persino uno scrittore di genio. Ha letto e sta leggendo quanto deve, padroneggia strutture e tecniche e sa persino innovarle. Ha una poetica personale e potente, anzi, ha addirittura una visione del senso dell’arte nel mondo contemporaneo.
Che cosa gli manca? Continua a leggere

Fine della società letteraria?

C’era una volta la società letteraria. Era composta, in fondo, da un numero limitato di persone, perché si viveva ancora all’interno di una struttura culturale aristocratica. L’epoca della società di massa era appena alle origini. Queste persone, che potevano considerarsi pienamente un’élite, si frequentavano, stringevano rapporti, discutevano, magari litigavano fino ad azzuffarsi, nel caso, ma avevano rapporti umani diretti. Continua a leggere

L’opera genera l’autore

Con un po’ di competenza e di impegno si può fare lo scrittore, e persino, tassello su tassello, costruirsi una carriera. Ci sono strategie raccomandabili, per questo, che offrono buone garanzie di successo. 

Ma per essere autori è necessario che l’opera prenda il sopravvento rispetto alle stesse intenzioni di partenza. Come se si fossero attivate inconsapevolmente energie impreviste della lingua, come se lo scavo nell’immaginario avesse liberato risorse ancora intatte, lo scrittore in questi casi si sente travolto – e forse persino stravolto dall’opera.  Continua a leggere

Dalle Grotte di Lascaux

Quando si diventa scrittori?

Quando sei l’unico felice mentre sul diario si segna come verifica un tema. Quando il tuo articolo sul giornalino della scuola viene citato in corridoio. Quando ti sorprendi a rileggere una pagina che hai scritto perché, perdincibacco, a te sembra proprio bella. Quando la ragazza a cui ti sei dichiarato con una poesia ti ha rifiutato, ma al fondo del tuo dolore senti ugualmente una brace di soddisfazione. Quando vinci un concorso, nel tempo in cui ancora puoi credere ai concorsi. Quando un parente o un amico ti chiede di scrivere una pagina per un’occasione particolare, perché solo tu puoi farlo. Quando pubblichi su una rivista nota in ambito letterario. Quando invece di pregare, scrivi. Quando un dolore che sembra sovrastarti riesci infine a imprigionarlo lì, in quel testo, e tu puoi andartene altrove. Quando ti accorgi che la distanza tra ciò che stai facendo tu e il libro sulla bocca di tutti è alla tua portata. Quando ciò che gli editori continuano a rifiutarti a te sembra sempre migliore di molte cose che quegli stessi editori pubblicano. Quando ti accorgi di non essere l’unico a macerarti con lo strano vizio di scrivere. Quando, all’interno della tua generazione, senti di avere una voce. Quando pubblichi il tuo primo libro, non importa se a pagamento. Quando leggi la prima recensione al tuo lavoro. Quando ti inviano dei testi per ricevere un’opinione. Quando firmi il primo contratto e questa volta ti pagano, per pubblicarti un libro. Quando ti invitano a un evento e la tua sedia è accanto a uno scrittore autorevole. Quando senti due che commentano la tua opera e non ti hanno riconosciuto. Quando ti riconoscono per strada anche se non hanno letto niente di te. Quando sbuca, fra i libri di scuola nella cameretta di tuo figlio, una tua plaquette. Quando sei citato in un saggio autorevole o in un’antologia scolastica. Quando nulla di tutto ciò è mai successo, eppure sei ancora lì che scrivi e accumuli progetti, mentre nessuno al mondo conosce il tuo segreto… Continua a leggere

Dolore e giudizio

Dolore e giudizio

Di fronte al dolore, l’unica reazione sensata è un rispettoso silenzio. 

Ma quando una sofferenza diventa racconto e si offre in lettura, il giudizio è richiesto. E più esplicitamente grave è il tema annunciato, più alta sarà l’aspettativa. Continua a leggere

Basquiat, Warrior (1982)

Peste e guerra di Paolo Fabrizio Iacuzzi

Andrea Cati delle edizioni Interno Poesia mi toglie la possibilità di ospitare nella collezione Opale un’antologia di Paolo Fabrizio Iacuzzi… Pazienza, che si moltiplichino progetti analoghi è normale ed è un bene, perché sono maturi i tempi per portare alla luce e recuperare il percorso già ampio, ma purtroppo sommerso, di molti poeti contemporanei. Continua a leggere

La Bellezza

La Bellezza oltre i contenuti (stroncando Gibran)

Quando si deve trattare un argomento, c’è un libro che funziona come un ottimo vademecum: Il profeta di Kahlil Gibran. Si tratta di un testo “poetico” che gronda saggezza in ogni riga. Ha una trama narrativa elementare, quindi seduce perché sembra semplice e profondo. Nulla di meglio, dunque, in apparenza. Continua a leggere

Corpo, fiato, scrittura

Il pensiero, in tutte le culture antiche, si associa al movimento. Per i medievali, camminare era il modo per sbloccare i pensieri. Nella cultura ebraica, per ragionare occorre discutere ad alta voce e muoversi. (Quand’è che ripenseremo i nostri ambienti di apprendimento? A scuola invece di favorire il movimento, ingabbiamo gli studenti, li vogliamo bloccati, statici, incantati…) Continua a leggere

Consultazione dell'oracolo di Delfi

Leggere è tutto, e non basta

Abbiamo esordito palesando tutta la nostra perplessità in merito alle scuole di scrittura creativa. Va da sé che ogni giudizio generale deve sottostare alla verifica particolare. Ci potrebbe essere, insomma, qualche corso davvero speciale e meritevole. Questa possibilità è il criterio di falsificabilità popperiano su cui la stessa affermazione generale fonda la propria sensatezza critica. Altrimenti, essa risulterebbe apodittica, pretenziosa, fanatica. Continua a leggere

Il processo creativo mette in scacco l'intelligenza

Scacco all’intelligenza

Sono ammirevoli gli scrittori che sanno spiegare per filo e per segno la loro opera, che danno ragione di ogni scelta, di ogni sfumatura, di ogni dettaglio. E tuttavia alla fine questi scrittori ci insospettiscono. D’accordo, si permettono di spiegare con il senno di poi, mettendosi nei panni del lettore (il lettore zero, il lettore ideale), ciò che è il frutto di un processo di cui, probabilmente, non avevano sempre pieno controllo o totale consapevolezza: se non fosse così, se la loro opera fosse realmente il risultato di algoritmi precisi, di equilibri ingegneristici, di un dominio totale, insomma, risulterebbero più che sospetti: ci apparirebbero come inquietanti casi patologici. L’arte, come la vita, non si lascia addomesticare. E per questo non si può insegnare. Si può semmai amarla, e cercare di contagiare gli altri di un analogo amore (salvo poi soffrire di gelosia). Continua a leggere