Il padre degli animali, di Andrea Di Consoli

(La fotografia in copertina è di Dino Ignani.
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Il padre degli animali di Andrea Di Consoli non è un romanzo, ma un canto che buca le vicende, brucia i confini e risale i tempi per narrare la storia universale dei padri, esseri piegati al loro destino con quel cieco eroismo che li parifica alle bestie e nello stesso tempo li condanna alla malattia del pensiero, della consapevolezza interrogante. Questo è il canto testardo di chi continua a scavare con le unghie per trovare una vena di senso nel vuoto che ci circonda, nonostante il terribile stupore che ci rapisce non appena si tende la vista dentro il nulla che abbraccia il mondo rotondo, in cui l’uomo si perde fino a imparare come sia impossibile e drammatico ricongiungersi all’origine, e insieme come sia ineluttabile, perché persino andare sempre avanti, fedeli alla ricerca del bene migliore, significa svolgere la propria parte dentro la ripetizione del medesimo mito, che ci fa uomini esponendoci per sempre alla solitudine: nostro unico nostos è la perdita. Continua a leggere

Czesław Miłosz

La velocità del pensiero: Czesław Miłosz

Qual è la velocità del pensiero?

A leggere certi scrittori, verrebbe da fare un elogio alla lentezza, per come sembrano regalarci tempo attraverso pagine così ponderate e sontuose, come avessimo davanti l’eternità per assaporarli; altri, invece, ci dànno la scossa adrenalinica di un pensiero che va dritto alla meta senza compiacimenti, istintivo e fulmineo. Continua a leggere

Collezionare francobolli

I poeti sono una setta, anzi, almeno lo fossero!

Lettera aperta a Giorgio Anelli

Caro Giorgio,

rispondo in pubblico alla tua lettera per ragioni che, spero, si chiariranno nelle righe che seguono.

In fondo la domanda che hai posto è la più semplice, ma anche la più terribile: “Perché si scrive?”. A me è sempre piaciuto declinarla in modo più concreto: “Per chi si scrive?”. La seconda domanda può permetterci di mitigare la portata esistenziale della prima, quasi restituendo l’attività dello scrittore a quella di un artigiano (oh, atelier). Se la scrittura fosse un mestiere, o anche soltanto un hobby, non ci sarebbe tanto da rimuginare con la testa. “C’è un pubblico che attende il mio nuovo libro; mi piace passare il tempo in questo modo”. Eppure, come ben sai, soprattutto per chi scrive poesia, la questione lievita. E non la evito nemmeno io, sebbene preferisca affrontarla in modo schietto, senza troppa schiuma. Continua a leggere

Alla ricerca di libri di valore

Di libri-gioielli, da editori per collezionisti folli e squattrinati

Se incontrassi da qualche parte (in treno, sulla metropolitana, sulla panchina di un parco) un individuo con in mano un libro di poesia non suo, a fatica conterrei l’istinto di abbracciarlo. Allo stesso modo ho, come tanti, la presunzione di farmi un’idea abbastanza precisa di una persona, quando ho l’opportunità di osservarne la libreria o anche solo qualche libro su uno scaffale. Non che pretenda che tra i dizionari domestici ci debba essere il Battaglia; io sono uno che adora anche i tascabili, i libri che implorano di essere chiosati, le pagine che invitano a fare le orecchiette, le opere da lettura sadomaso. Continua a leggere

Remo Pagnanelli

Le prose di Remo Pagnanelli

Più noto come poeta e come critico, Remo Pagnanelli, dopo la sua tragica scomparsa nel 1987 (era nato a Macerata nel ‘55), ci lascia anche alcune prove narrative inedite, raggruppate in un fascicolo dal titolo Prime scene da manuale e altri racconti. Continua a leggere

Leo Spitzer

Leggere, leggere, leggere

«Leggere, leggere, leggere»: questo era essenzialmente il metodo per Spitzer. Tuttavia, il rigore di chi riconduce interamente il proprio discorso interpretativo al testo in una lettura non è diventato ancora fatalmente specialistico: non siamo caduti in una analisi, in uno studio. Come di fronte a qualcosa di vivo e di irriducibile, la lettura mantiene sempre la tensione emotiva della frequentazione, dell’avvicinamento desiderante ma insieme rispettoso, consapevole della distanza. La critica si sa perennemente inadeguata all’opera. Lo studio è un movimento verticale che si esercita sopra un corpo inerte (ah, l’etimologia…), la lettura è un approccio orizzontale verso un corpo vivo che si muove nel presente. Continua a leggere

Il Bohémien, di Thomas Eakins (1890)

Decadentismo e Novecento. Una liaison certificata anche da Czesław Miłosz

Per quanto si cerchi di circoscrivere il Novecento, di individuarne la fisionomia, di esorcizzarne il fantasma, alla fine, per parlare di questo secolo breve che a ben vedere è un secolo infinito, che ha deciso di non finire – una protratta, estenuante apocalissi, che dopo la catastrofe si distende nella bonaccia, nel nichilismo quieto – alla fine, dicevamo, per parlare del Novecento dobbiamo tornare sempre alle sue radici, al cuore del Decadentismo da cui si è generato.

Così, riprendo le pagine conclusive della prima delle sei lezioni “sulla vulnerabilità del Novecento” che Czesław Miłosz tenne all’Università di Harvard nell’anno accademico 1981-82 (raccolte nel volume La testimonianza della poesia). Continua a leggere

Mosaico di Mnemosine, dea della memoria

Memoria e profezia

APPUNTI

L’opera ruota attorno al doloroso enigma della memoria, come se soltanto il punto in cui si coniugano biografia e storia, tempo dell’uomo e tempo della natura, potesse giustificare la richiesta di senso che muove la scrittura. Se quel punto esiste, allora la vita ha un centro, un ritmo profondo che pulsa sotto il caos apparente. Continua a leggere

Le età della poesia: maturità

Riconosco nella mia relazione con la scrittura riconosco, allo stato attuale, due momenti decisivi. Il primo è rappresentato da un anno importante, a livello personale: il 1999. La fine dell’università, il ritorno, da Milano, in provincia, il senso di distacco morale avvertito nei confronti della società letteraria e dei suoi commerci, il bruciante contatto con la realtà attraverso il servizio civile che presto si sarebbe tramutato quasi fisiologicamente nel mio lavoro: queste vicende sono state per me come lo scoppio di una bolla mentale entro la quale fino ad allora vivevo imbozzolato. Continua a leggere

Età della poesia - giovinezza

Le età della poesia: giovinezza

Non sempre i giovani vanno incoraggiati verso la poesia, con le vanità, le velleità e i giovanilismi che in essa si possono riversare. Un buon autore deve mantenere in qualche misura anche un rapporto distruttivo con la propria opera, che non deve acquisire valore subito (l’apprezzamento immediato è indice di effettiva mancanza di originalità, intendendo con questa parola la novità reale, che in quanto tale sfugge alle previsioni editoriali e alle classificazioni critiche, al gusto insomma). La giovinezza deve pertanto muovere l’ispirazione di un autore come un arto amputato, non come una radice solida e profonda. Peraltro, una società letteraria funziona quando evita sia di irretirsi in regime sia di aprirsi a una democrazia decadente: l’ostracismo è un buon modo di “educare alla realtà” i più giovani, perché non crescano viziosi in seno alla letteratura. Continua a leggere