Il pregiudizio dell’identità

L’identità è un pregiudizio, ormai lo sappiamo. È una finzione, una costruzione culturale, una maschera di cui abbiamo bisogno per esorcizzare la continua metamorfosi. Cerchiamo analogie per ritagliarci un perimetro abitabile e lasciare sullo sfondo il perenne mutamento. L’identità è un feticcio sferzato dal tempo, come un vessillo al vento, a segnalare una conquista, una posizione. E troppo spesso la storia è stata concepita come il palcoscenico per la rappresentazione (con esiti da tragedia) di questa idea artefatta. Continua a leggere

Antica carta dell'Europa

Sull’idea dell’Europa interiore (di Massimo Morasso)

Il buon europeo e l’ultimo uomo. Sull’idea dell’Europa interiore

 (di Massimo Morasso)

(In copertina, antica carta dell’Europa, spiegata qui)

L’arte come orizzonte comune

L’arte è il vero orizzonte comune europeo. Fra le discipline dell’arte, e in queste, fra i generi poetici, la narrativa è la modalità di restituzione privilegiata del farsi storico di quell’orizzonte. Ciò è comprensibile e, anzi, addirittura evidente nella misura in cui si prenda sul serio la funzione antropologica e civile dell’immaginazione letteraria, senza consegnarla al solo scandaglio della filosofia né, tanto meno, alle categorie dell’estetica e della critica letteraria. Continua a leggere

L'attimo fuggente (1989)

Il senso della critica nell’era della deep literature. Lettera aperta a Demetrio Paolin

Caro Demetrio,

per un poeta che per decenni si è prestato alla critica, alla disperata ricerca di una possibilità di giudizio per intere generazioni rimosse dalla tradizione, le domande che la redazione ha posto su un tuo recente intervento intorno alla critica letteraria come dono e discorso sono state qualcosa di più di un invito alla lettura.

Si può ancora perseguire e valutare la qualità letteraria?

Così recita il corsivo galeotto. “E che cavolo”, mi sono detto subito, “ci risiamo”. La qualità letteraria esiste, quindi non solo si può, ma si deve perseguire e valutare. Lo so da poeta e scrittore che soffre la mancanza di una critica agguerrita, aggiornata e autorevole. Difendo insomma i diritti del nemico (è di Aristotele il motto secondo cui, in assenza di un amico capace di criticarti, sarebbe opportuno pagare un nemico perché lo faccia?). Continua a leggere

Tigri

Nella casa di carte di Marchesini

Per ragioni su cui mi sono già soffermato troppo, non seguo più, da tempo, la critica letteraria – un genere che peraltro ha trovato nuovi sviluppi e diramazioni, se si pensa alla sua contaminazione con il romanzo (su tutti, si studi il caso di Emanuele Trevi). Ciò non toglie, comunque, che di tanto in tanto i miei radar intercettino qualcosa che mi sembra prezioso, come mi è capitato anche recentemente.

Così ora ho tra le mani un libro che mi accompagnerà nei prossimi anni. Si tratta di Casa di carte, di Matteo Marchesini. Il libro peraltro ha alle spalle una sintomatica vicenda editoriale, ma non è di questo che vorrei parlare. Così come non è mia intenzione recensire questo testo, che ho al momento attraversato solo parzialmente e che mi sarà utile, come accennavo, per un mio percorso. Mi interessa semplicemente segnalarvi i due punti che – a prescindere dai contenuti con cui potrei concordare poco, tanto o parzialmente -, attribuiscono a questo libro, dal mio punto di vista, un valore immediato.

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Il padre è artificio

Nella letteratura del Novecento l’immagine del padre ricorre in modo strategico e spesso è intrisa di valori metaletterari.

Confrontarsi con il padre significa infatti affinare la propria identità all’ombra della tradizione, di ogni tradizione.  Il padre non è natura, come non è natura l’arte – sebbene ambisca alla conquista della naturalezza.

Sull’argomento, un libro che mi sta a cuore è il celebre Il gesto di Ettore, di Luigi Zoja, che ha un sottotitolo molto esplicito: Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre. Continua a leggere

Il signor Morris Lessmore salva un libro precario

Il libro precario (Daniele Maria Pegorari)

Traggo dal volume di Daniele Maria Pegorari, Scritture precarie. Editoria e lavoro nella grande crisi 2003-2017, il passo che segue (pp.154-156). La sensazione che provo – dal momento che vengo chiamato direttamente in causa nel ragionamento – è quella di chi viene rinfrancato in qualche intuizione, e se ne riappropria una seconda volta.

Riparto dunque da queste pagine ancor più convinto della necessità di una militanza estetica, ben consapevole, tuttavia, che la stessa categoria di militanza andrà ripensata, all’interno del paradigma della società (e della letteratura) liquida.

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L'autore è la lampadina accesa

L’autore esiste?

L’autore esiste mentre scrive l’opera. Prima e dopo esiste la persona reale. Tale persona reale è una sorta di lampadina spenta, mentre ciò che fa la differenza è la luce.

È dunque a tutti gli effetti l’opera che genera l’autore, non viceversa. Figlio delle sue stesse parole, trasumanato per esse, nell’aldiquà l’autore non esiste.

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planisfero e tombino

Resistere sulla propria zattera, surfando sulla letteratura liquida

Se la tradizione è evaporata e gli scrittori contemporanei vivono, nel migliore dei casi, lo spazio di un successo aleatorio, in attesa della colossale rimozione che li attende, non sorprende che uno dei temi portanti della letteratura oggi sia proprio la precarietà. L’argomento è stato studiato con dovizia in particolare da Daniele Maria Pegorari, docente di Letteratura italiana e Sociologia della letteratura all’università ‘Aldo Moro’ di Bari, che quest’anno ha licenziato due volumi, Letteratura liquida. Sei lezioni sulla crisi della modernità Scritture precarie. Editoria e lavoro nella grande crisi 2003-2017. Continua a leggere

Lo scisma della cultura

Lo scisma della cultura

E allora, dopo la fine del canone, nella crisi aperta del moderno, nel mercato della letteratura classica e della letteratura leggera, e senza maestri, che cosa faranno e che cosa possono fare non dirò i poeti che comincino oggi – da avviare subito allo spettacolo e ai commerci, quando non ci abbiano pensato da soli – ma quelli con esordio dieci, venti o magari trent’anni fa, quelli di valore, sabianamente onesti o crudeli come Artaud, ma insomma bravi, eppure con aspetto di promesse perenni, di premesse perenni? Che cosa si può fare nella poesia dopo la fine del canone, senza un posto neppure nella falsa coscienza del parnaso universitario e scolastico? Che cosa dentro la incipiente letteratura classica, benché virtuale, non più trattabile, per polemica, quale morta, leopardianamente, perché morta davvero? Che cosa senza poter più né ammazzare né mangiare – e magari neppure mitemente attraversare – i padri, e pieni di fratelli separati e irriconoscibili nella diaspora comune?

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Teorema qualità. Lettera aperta alla generazione TQ

Scrivevo questa lettera alla Generazione TQ nel 2011. Già due anni dopo ci si chiedeva che fine avesse fatto il “movimento”. Ogni tanto, qualcosa accade ancora, anche con ottimi presupposti e sacrosante prospettive, ma poi tutto evapora.

Seguiamo pazienti il ciclo dell’acqua, finché il paesaggio non riacquisterà una forma narrabile.

Qui, ricade dalla nuvola la stessa goccia di sette anni fa. Continua a leggere