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Kung Fu Panda e l'ingrediente segreto

Narrativa d’oggidì (2)

Qualche spunto di riflessione conclusivo

Abbiamo voluto, con questa inchiesta, giocare un po’, consapevoli della serietà di ogni gioco. Con un approccio più lieve del solito, abbiamo dato udienza ad alcuni narratori. Il campione scelto non ha alcuna pretesa di rappresentatività, anche perché era evidentemente sbilanciato a vantaggio delle voci più nuove del panorama odierno. Ciò non significa affatto che sia stata un’inchiesta inutile. Ci sembra, per esempio, che i lettori abbiamo avuto la possibilità di farsi incuriosire da qualche autore, oppure di formarsi delle prime impressioni. In un mondo in cui non si può leggere tutto ed essere informati su ogni novità editoriale, anche queste occasioni diventano preziose. Capita così di raccogliere in una svagata chiacchierata in piazza un titolo, un’idea, una provocazione che in seguito, magari, attecchirà.
Ciò detto, tentiamo qualche riflessione conclusiva. Continua a leggere

Foto di gruppo

Narrativa d’oggidì (1)

«Meravigliosi tempi d’abbondanza in cui fioriscono talenti a decine a ogni annata! Facciamo un po’ l’appello, cominciando da alcune nuove leve. Allargheremo presto lo sguardo, però, verso tutti quelli che riusciremo a stuzzicare e che vorranno stare al nostro gioco semiserio, perciò serissimo».

Con queste parole si avviava, sul 58 della rivista «Atelier» (giugno 2010), il Carotaggio grullo e geniale per tastare la narrativa d’oggidì, proseguito in cinque occasioni fino al numero 63 (settembre 2011). Con una formula volutamente giornalistica e pretestuosa, la rivista prestava ascolto ad alcune voci, a partire dai «talenti freschi freschi», nella speranza però «di sentire, a loro piacendo, i campioni più stagionati»: «chissà che non abbocchi», si affermava esplicitamente, «qualche pesce tanto grosso da farci ribaltare: ci sarebbe di meglio, che trovare qualcuno lesto a darci, gratis, una sonora lezione?». Alla fine, hanno aderito all’inchiesta 30 autori: Continua a leggere

Questo non è Giulio Mozzi

Narrativa d’oggidì: Giulio Mozzi

Non ho mai capito se Giulio Mozzi, più di sette anni fa, ormai, alle mie domandine innocenti rispose con tono tanto piccato perché avesse capito che innocenti non erano affatto o perché ce l’avesse veramente con me.

Propenderei per la seconda ipotesi, corroborata da altre prove, nelle rarissime occasioni che abbiamo avuto di incrociarci. Forse nel mio modo di fare ci sono i tratti specifici che più lo irritano. Eppure allora fui molto felice di queste risposte. Mi piacciono le persone che sanno rompere gli schemi, quand’è il momento, e che a domande cretine sanno dare risposte intelligenti.

Perché scrivi?

Nessuno domanda mai a mio fratello, progettista di pacemaker, perché progetta pacemaker. L’utilità dei pacemaker, infatti, viene immediatamente percepita. La domanda “Perché scrivi?” è un indizio: il domandante non percepisce l’utilità della scrittura. Ovvero non capisce un accidente di cosa sono scrittura, letteratura, romanzo, poesia, dramma, comunicazione, parola, lingua, eccetera. Continua a leggere

Marino Magliani

Narrativa d’oggidì: Marino Magliani

L’Olanda e Genova, l’orizzontalità e la verticalità – ma anche la Spagna, il mondo latinoamericano: ecco il genio spaesato di Marino Magliani

Perché scrivi?

Ho risposto centinaia di volte a questa domanda, e ogni volta diversamente. Forse la più sincera è che mi sono ritrovato presto con due mani sinistre, e la vita non ha mai perso occasione di ricordarmelo. Facciamo qualche esempio: figlio di olivicoltori, ben presto mi sono accordo di soffrire di vertigini e quindi impossibilitato a salire sulle piante per la bacchiatura, la potatura. Mi sono imbarcato e soffrivo il mal di mare. E fermiamoci. Un giorno sulla carta ho provato a raccontare queste cose e mi sono divertito. Ci provo ancora adesso, ma non mi diverto più. Continua a leggere

Ci sono momenti. Racconto inedito di Simone Cattaneo

Oggi sono nove anni che Simone ci ha lasciato.

Come non bastassero i ricordi, mi è arrivato da questo aldilà che ci troviamo da un po’ di tempo a vivere un dono: otto racconti inediti di Simone, ritrovati dal nipote. Ne parla anche Davide, pubblicandone parzialmente uno.

Ci sono momenti in cui i ricordi sopravanzano le parole, che rimangono nude a guardarsi. Stupite e mute. Stupide e matte. E in quei momenti, in momenti come questo, tacere e ascoltare è un piacere doloroso.

I morti a volte ci massaggiano la schiena, ci modellano il fiato, ci fanno male e bene. Sempre alle spalle, irraggiungibili. Sempre a spingerci un po’ più in là, fin dentro l’inizio.

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La strada: Binaghi indica il capolavoro di oggi

Narrativa d’oggidì: Valter Binaghi

Valter Binaghi, morto nel 2013, ci ha suggerito senza indugi il capolavoro di oggi: un titolo che mescola tragedia ed epica…

Perché scrivi?

Posso dire perché ho cominciato. La mia “vocazione” non è squisitamente letteraria, ma piuttosto di filosofo prestato alla letteratura. Ho la netta sensazione di vivere in una civiltà in declino, ma anche di avere qualche ipotesi di ricostruzione, soprattutto sul piano pedagogico cioè della formazione della coscienza individuale. Il discorso tecnicamente filosofico, però, è affogato da cinquant’anni in un citazionismo fine a se stesso e nella più totale assenza di ispirazione metafisica. E allora ho provato a costruire delle rappresentazioni allegoriche del male morale e della conversione dello spirito alla libertà. Così sono nati i miei primi romanzi. Oggi ho raggiunto una certa padronanza artigianale del mezzo, mi concedo anche qualche divertissement, ma resto fondamentalmente legato a un’idea di scrittura come forma di esplorazione e conoscenza. Continua a leggere

Claudio Bagnasco

Narrativa d’oggidì: Claudio Bagnasco

Claudio Bagnasco corre verso il limite, perché sa che solo in quel luogo incandescente si può trovare, infine, una pace tesa, una pazienza alacre

Perché scrivi?

Dando tre brevi risposte, che poi a ben vedere sono una sola, dico che scrivo per fare di necessità virtù, perché ho paura della morte, per donare agli altri qualcosa di ben fatto (e, spero, di bello). Continua a leggere

Emanuele Trevi

Narrativa d’oggidì: Emanuele Trevi

Le risposte laconiche di Emanuele Trevi rivelano uno spirito acuminato, teso ad arrivare fino in fondo alle richieste che la parola scritta impone

Perché scrivi?

È un’abitudine contratta in tenera età (a partire dai quattordici anni). Scrivere crea un’energia positiva, è uno spazio di solitudine e concentrazione molto gratificanti. Continua a leggere

Dal sito di Anna Lavatelli

Narrativa d’oggidì: Anna Lavatelli

Scrivere per i bambini, come fa Anna Lavatelli, è più complesso, credo, che scrivere per gli adulti. Ma forse scriviamo sempre per un pubblico più specifico di quel che crediamo, forse persino per qualcuno che non riusciamo a identificare del tutto…

Perché scrivi?

È ciò che so fare meglio. Nella scrittura unisco il piacere, cioè la passione per la letteratura, al mestiere, ovvero la fatica che accompagna anche questa attività umana. Mi garbano entrambe le cose. E perseguo ostinatamente quell’equilibrio perfetto che si genera a volte tra passione e fatica, e che può concedermi — quando lo raggiungo — un benessere simile alla felicità. Una scrittura felice è una sorta di quadratura del cerchio, è la strada che all’improvviso trovo per dare l’assetto migliore ad una storia e riuscire a tirarne fuori (o metterci dentro) maggiore sostanza. Gettarmi ogni volta in questa sfida mi motiva, mi appassiona. Non mi sembra mai di perdere tempo, quando scrivo: tutto acquista un senso, anche i dubbi, le ansie e i fallimenti. Continua a leggere

Alessandro Zaccuri

Narrativa d’oggidì: Alessandro Zaccuri

Attenzione: quando Alessandro Zaccuri parla di elogio dell’esistente, non parla affatto in nome di un atteggiamento rassegnato. Si scrive per fare chiarezza…

Perché scrivi?

Perché è quello che ho sempre voluto fare e che, in un certo senso, ho sempre fatto. Da bambino volevo già diventare scrittore, poi crescendo mi è venuto il dubbio di non essere capace. Allora mi sono rivolto alla critica, addirittura alla filologia (ho una laurea in letteratura latina medievale, che è un campo eccellente per misurarsi con manoscritti, varianti e cultura materiale della parola). E così arriviamo alla fine degli anni Ottanta, quando, dopo quasi un decennio di collaborazioni a riviste e rivistine, divento giornalista, ossia uno che scrive per mestiere. Ottima scuola, la redazione di un quotidiano, almeno per me. Si impara a scrivere in un tempo dato e in una misura predefinita, ci si può mettere alla prova ogni giorno, portare a termine piccoli esercizi di stile senza che nessuno se ne accorga. Nel frattempo continuavo a prendere appunti, ad abbozzare progetti. Attorno al 2000, quando mi sono deciso a fare il salto, mi sono accorto che potevo tornare in contatto con il tipo di scrittura che avevo sperimentato da ragazzo, nel periodo in cui mi applicavo principalmente alla poesia. Ho ritrovato un rapporto con le parole che porta alla chiarezza. Non a “dare un senso” a ciò che accade, perché il senso preesiste alla scrittura, che deve semmai imparare a riconoscerlo, amarlo e accettarlo. Il motivo vero della scrittura, per quanto mi riguarda, lo ha definito una volta per tutte Auden: il compito della poesia, diceva, consiste nel «lodare tutto ciò che può, per il fatto che esiste e che accade». Continua a leggere