Articoli

Bufalino

La prova del nove

Bisognerebbe davvero avere la forza di lasciare nel cassetto la propria opera per nove anni. Di tornare a rileggerla quando si è completamente un’altra persona, trasformati senza infingimenti nel proprio lettore. Sarebbe l’unico modo per essere certi di aver fatto i conti con il narcisismo intossicante e di aver verificato se l’opera ha superato il canto delle sirene, e può continuare a viaggiare.

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Prosa

La narrativa senza la poesia è cieca

Sono un narratore, e prima ancora un lettore, figlio della poesia. L’intreccio ha potere seduttivo, ma se un romanzo non innesca una trama di rimandi interni, una rete di temi e di visioni, non crea soste o persino trappole, se insomma non lascia intendere che la sua verità eccede la trama e si fa stile, visione, struttura, architettura di senso, per me quel romanzo scade a prodotto di consumo. E ho molti narratori di talento che finiscono in scaffali non destinati a una seconda visita. Continua a leggere

Collezionare francobolli

I poeti sono una setta, anzi, almeno lo fossero!

Lettera aperta a Giorgio Anelli

Caro Giorgio,

rispondo in pubblico alla tua lettera per ragioni che, spero, si chiariranno nelle righe che seguono.

In fondo la domanda che hai posto è la più semplice, ma anche la più terribile: “Perché si scrive?”. A me è sempre piaciuto declinarla in modo più concreto: “Per chi si scrive?”. La seconda domanda può permetterci di mitigare la portata esistenziale della prima, quasi restituendo l’attività dello scrittore a quella di un artigiano (oh, atelier). Se la scrittura fosse un mestiere, o anche soltanto un hobby, non ci sarebbe tanto da rimuginare con la testa. “C’è un pubblico che attende il mio nuovo libro; mi piace passare il tempo in questo modo”. Eppure, come ben sai, soprattutto per chi scrive poesia, la questione lievita. E non la evito nemmeno io, sebbene preferisca affrontarla in modo schietto, senza troppa schiuma. Continua a leggere

Leo Spitzer

Leggere, leggere, leggere

«Leggere, leggere, leggere»: questo era essenzialmente il metodo per Spitzer. Tuttavia, il rigore di chi riconduce interamente il proprio discorso interpretativo al testo in una lettura non è diventato ancora fatalmente specialistico: non siamo caduti in una analisi, in uno studio. Come di fronte a qualcosa di vivo e di irriducibile, la lettura mantiene sempre la tensione emotiva della frequentazione, dell’avvicinamento desiderante ma insieme rispettoso, consapevole della distanza. La critica si sa perennemente inadeguata all’opera. Lo studio è un movimento verticale che si esercita sopra un corpo inerte (ah, l’etimologia…), la lettura è un approccio orizzontale verso un corpo vivo che si muove nel presente. Continua a leggere

Picasso, Due donne che corrono sulla spiaggia

Avanguardia e classicismo

La verità è l’orizzonte che ci permette il movimento, la continua approssimazione al Reale.

Si è creduto, e a volte si continua a credere, che il superamento del classicismo, lo sfondamento dei generi, l’infrazione delle consuetudini letterarie sia uno scatenamento di potenzialità conoscitive, uno slancio verso tale orizzonte. Oggi tuttavia si è compreso che si resta sempre e comunque imprigionati nel territorio dell’écriture. C’è sempre una ricaduta nella menzogna del linguaggio, nell’essere scritti/parlati dal linguaggio stesso, dal rigenerarsi continuo della norma – anche nuova, non codificata, peggio se semplicemente inconscia, quindi non gestita criticamente dall’autore. C’è sempre una struttura di mediazione fra noi e il reale, anche quando suoniamo lo strumento in modo alternativo, percuotendone la cassa invece di pizzicarne le corde, per esempio. Continua a leggere

Running e scrittura

Fatica amica

Oggi ho ripreso a correre, dopo quasi due mesi di solo calcetto, con tanto di pausa natalizia prolungata peraltro. Solito percorso, sul confine tra cascine e boschi, su e giù per qualche collinetta.

Fatica, ovviamente. E la soddisfazione che nasce da fibre stanche e da liberazione di tossine.

Non è che il pensiero naufraghi, durante la corsa. Anzi. È solo che gira autonomo, fluttuando sul respiro che si increspa. Un pensiero un po’ sganciato dal corpo. O forse aiutato dal corpo, che si attiva e pensa, sottotraccia, con il suo linguaggio peculiare. Ed è nel cortocircuito di queste di lingue che scaturisce talvolta la pace, la visione, la consapevolezza. Continua a leggere

Il Bohémien, di Thomas Eakins (1890)

Decadentismo e Novecento. Una liaison certificata anche da Czesław Miłosz

Per quanto si cerchi di circoscrivere il Novecento, di individuarne la fisionomia, di esorcizzarne il fantasma, alla fine, per parlare di questo secolo breve che a ben vedere è un secolo infinito, che ha deciso di non finire – una protratta, estenuante apocalissi, che dopo la catastrofe si distende nella bonaccia, nel nichilismo quieto – alla fine, dicevamo, per parlare del Novecento dobbiamo tornare sempre alle sue radici, al cuore del Decadentismo da cui si è generato.

Così, riprendo le pagine conclusive della prima delle sei lezioni “sulla vulnerabilità del Novecento” che Czesław Miłosz tenne all’Università di Harvard nell’anno accademico 1981-82 (raccolte nel volume La testimonianza della poesia). Continua a leggere

Mosaico di Mnemosine, dea della memoria

Memoria e profezia

APPUNTI

L’opera ruota attorno al doloroso enigma della memoria, come se soltanto il punto in cui si coniugano biografia e storia, tempo dell’uomo e tempo della natura, potesse giustificare la richiesta di senso che muove la scrittura. Se quel punto esiste, allora la vita ha un centro, un ritmo profondo che pulsa sotto il caos apparente. Continua a leggere

Le età della poesia: maturità

Riconosco nella mia relazione con la scrittura riconosco, allo stato attuale, due momenti decisivi. Il primo è rappresentato da un anno importante, a livello personale: il 1999. La fine dell’università, il ritorno, da Milano, in provincia, il senso di distacco morale avvertito nei confronti della società letteraria e dei suoi commerci, il bruciante contatto con la realtà attraverso il servizio civile che presto si sarebbe tramutato quasi fisiologicamente nel mio lavoro: queste vicende sono state per me come lo scoppio di una bolla mentale entro la quale fino ad allora vivevo imbozzolato. Continua a leggere

Età della poesia - giovinezza

Le età della poesia: giovinezza

Non sempre i giovani vanno incoraggiati verso la poesia, con le vanità, le velleità e i giovanilismi che in essa si possono riversare. Un buon autore deve mantenere in qualche misura anche un rapporto distruttivo con la propria opera, che non deve acquisire valore subito (l’apprezzamento immediato è indice di effettiva mancanza di originalità, intendendo con questa parola la novità reale, che in quanto tale sfugge alle previsioni editoriali e alle classificazioni critiche, al gusto insomma). La giovinezza deve pertanto muovere l’ispirazione di un autore come un arto amputato, non come una radice solida e profonda. Peraltro, una società letteraria funziona quando evita sia di irretirsi in regime sia di aprirsi a una democrazia decadente: l’ostracismo è un buon modo di “educare alla realtà” i più giovani, perché non crescano viziosi in seno alla letteratura. Continua a leggere