Articoli

Il divenire

Noticine per incantare l’abisso

Pronomi
La terza persona non è un postulato della mente. La lirica si vince dall’interno. Ecco lo straniamento, la migrazione dell’io nel tu (la solitudine di chi parla a sé stesso; vedi il Mestiere di vivere di Pavese), nell’egli (l’oggettivarsi in figura), nel noi (ricerca della complicità e insieme assunzione di responsabilità storica).
C’è il rischio vero di perdersi, non di nascondersi in una poetica di annullamento del soggetto. Mancasse questo rischio, sarebbe tutto finzione sofisticata, non credibile.

Sprezzature 1
Troppa bellezza nuoce. Graffiare il testo, strozzarlo nella giusta misura. Sporcarlo. Prenderne distanza. Perché non sia uno specchio conciliante. Continua a leggere

Scrivere non è mestiere

Parliamoci chiaro, il mestiere dello scrittore è sempre stato camaleontico, multiforme, dimidiato, soggiogato, sacrificato. Sostanzialmente, non è affatto un mestiere, per sua natura. È una necessità, un’aspirazione, un controfiato. Una seconda vita, che vampirizza la prima. Continua a leggere

Fahrenheit 451, di Lorenzo Perrone

Una rimozione colossale

Qualunque cosa fosse, la tradizione si è spezzata. Dal piccolo mondo della poesia parlavo anni fa dell’anello spezzato di una generazione rimossa – e mi adattavo al lavoro di critico per tentare un’impossibile riparazione. Ora, allargando lo sguardo, osservo la tranquilla, inesorabile rimozione non soltanto del primo ventennio (ormai ci siamo) del nuovo secolo, ma dell’intero secondo Novecento.

Gli autori e i libri di quest’epoca non fanno storia. È in atto una rimozione colossale.

Qualche esempio spiccio, aneddotico. Continua a leggere

La voce

La voce dell’opera

Un’opera eccede il suo autore. Per questo, lo scrittore non è il depositario del significato di un testo: è il testo stesso a produrre il suo senso (qui servirebbe addentrarsi nella differenza tra “significato” e “senso”: un’altra volta, forse).

Ciò ha una conseguenza precisa: l’autore non sa tutto dell’opera. Se un lettore “trova un senso” a un testo che magari è estraneo alle intenzioni di chi l’ha composto, non è detto che non sia “giusto”. Non è detto nemmeno, a dire la verità, che vada bene a priori. Chiunque può dire: “per me questa canzone significa questo”; “per me questa poesia, rappresenta, nella mia vita, questo”, ma per arrivare a dire che, “non solo per me”, un testo significa qualcosa, devo pormi il problema della coerenza. Devo cioè dimostrare che la mia interpretazione è giustificata (resa lecita) proprio dal testo, dai suoi elementi costitutivi: e, oltre al testo, dal suo con-testo.

Altra considerazione: tutti scrivono per “essere capiti”. Però può darsi che, per rispettare le regole che l’opera, nel suo farsi, impone, l’autore risulti “difficile”. Cercando l’esattezza del senso, il significato può farsi opaco.

«Ho fiducia nelle canzoni. E mi arrendo anche alla realtà secondo la quale una volta che le tue canzoni sono là fuori, tu sei soltanto un’altra voce nella discussione», disse una volta Bruce Springsteen, anche lui alle prese con il problema dell’interpretazione dei propri testi.

E, tuttavia, alla fine capita di essere fraintesi.

Come intervenire, allora?

Il cantante ha molti vantaggi rispetto allo scrittore. Anzitutto, in generale, una canzone è molto più immediata di una poesia, e poi ha un interprete specifico che coincide, talvolta, con il suo autore. Il cantante incontra fisicamente il suo pubblico, può permettersi, se lo crede, di aggiungere una battuta per presentare un testo. Il suo ruolo sociale, così forte e riconosciuto, gli assegna molta voce in capitolo, spesso su questioni ben più importanti dell’interpretazione corretta delle sue canzoni.

Un poeta, invece, vive attraverso la voce dell’opera. La sua voce fisica, per lo più, resta ignota. Certo, spesso ci sono presentazioni di libri, ma si tratta di situazioni piuttosto ingessate, rituali, autoreferenziali, in cui è difficile incontrare davvero “il pubblico”, il fantomatico lettore anonimo e magari casuale. Alla presentazione dei libri ci vanno, se va bene, i soliti amici, gli altri poeti (qualcuno anche solo per invidia o senso del dovere), pochi curiosi di passaggio.

Ora, dove conducono tutte queste riflessioni?

Proprio al punto da cui ero partito.

 

Tantalo, di Gioacchino Assereto (1600-1649).

Egoista! (Sulla natura dello scrittore)

Sono un egoista. Lo sono per indole personale. Lo sono, forse, semplicemente anche in quanto uomo. Non ho la capacità femminile di accogliere. L’altro mi è sempre straniero e io sono una bestia infida.

Lo sono per la mia storia, per la ferocia con cui l’infanzia si è accanita su di me. Da allora per difendermi mi sono imbozzolato, ho conosciuto il mondo attraverso un movimento di introversione. Ma non ho attenuanti, ora meno che mai. Sono un egoista, persino quando mi sorprendo con gesti di apparente altruismo: li compio solo per me stesso, per una sorta di compiacimento di secondo grado. Come ogni egoista raffinato.

Ma in tutto questo c’è persino un’aggravante. Sono un egoista anche per la mia natura di scrittore.  Continua a leggere

Mosca

Cominciamento (ancora)

È giusto, per un autore, commentare la propria opera?
Come distinguere autoesegesi e depistaggio?
Serve, un blog dedicato a un libro? Qual è il tono, la misura, lo stile che lo rende garbato?
Scriverò solo su e intorno a questo libro, o lo userò come un binocolo per parlare di altro?
Ma l’altro non è già dentro l’opera? O sotto, come terreno in cui essa si radica?
Da dove scrivo, qual è la mia orbita attuale? E dov’è, l’opera, adesso, che mi pare così lontana?

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Moltitudine

Pro o contro la tradizione? (di Martino Baldi)

Riprendo volentieri questo intervento di Martino Baldi, su un tema che mi è caro. Ho sempre ragionato in termini di “tradizione interrotta”, perché a un certo punto il passaggio generazionale (comunque lo si voglia definire e intendere) è venuto meno, come ho registrato in questo libro.

Gran parte della mia attività letteraria, in quel mio primo giovenile errore, cercava di ripristinare ma soprattutto di reimpostare (considerati i nuovi paradigmi del nostro tempo) una connessione orizzontale, e quindi anche verticale, all’interno della comunità (nella sua natura di melting pot, ovviamente) degli scrittori, perché il presente avesse una forma, certamente complessa, ma pur sempre intelligibile, offerta al giudizio dei posteri.

Per intendere il problema, si potrebbe riesumare anche il concetto di post-moderno. La modernità è la tradizione che ci si offre ormai come repertorio completo e vario, in qualche modo anche piatto, perché con il crollo di ogni grande pensiero interpretativo del mondo è finito ogni storicismo, e se non c’è più progresso, il post-moderno è la libera rivisitazione e il libero rimescolamento di tutte le opzioni precedenti: non più “tradizioni” ma “esperienze”. Il pericolo che ci presenta Martino è quello di lasciarci incantare da tutto questo fenomeno, e di rimanere con la schiena rivolta alla storia e alla vita, per porre come oggetto della nostra arte la poesia stessa, elevata dunque a idolo o feticcio. Continua a leggere

Annibale Carracci, Il Mangiafagioli,

L’invenzione della realtà

Appartengo alla Mtv generation, cresciuta nel mondo dei video musicali, videogame e film d’azione.
Il mio immaginario è totalmente diverso da quello delle generazioni precedenti. Tutto è veloce e “pronto per l’uso”; ma così la concentrazione, e la capacità di approfondire le cose si è persa. Niente richiede sforzo e anche la cultura diventa un prodotto da fast food che va giù velocemente, riempie ma non contiene i nutrimenti necessari, proprio come lo zucchero che dà vigore per un momento ma il cui effetto svanisce subito.
Per apprezzare una cena dai sapori sottili accompagnata da un buon vino serve una preparazione.
Johan Silverhult

Se ne rendono conto molto bene gli insegnanti, che anno dopo anno si trovano di fronte ragazzi sempre più intuitivi ma irrequieti, incapaci di concentrazione e di perseveranza su obiettivi a medio e a lungo termine. E se ne rendono conto molto bene i genitori, impegnati a seguire figli terribilmente precoci, che gestiscono risorse spaventosamente potenti con competenze che loro stessi non possiedono neppure adesso, da adulti. Continua a leggere

Modern life is rubbish

Salvare la poesia? (di Umberto Fiori)

Vale la pena ripetere queste considerazioni di Umberto Fiori – tra i poeti che stimo maggiormente – come un antidoto a una presunzione che ha radici intricate, che cercano nutrimento anche in terreni fertili di buone intenzioni… 

Sono in molti, oggi, a temere che di qui a pochi anni, travolta e soffocata – da nuove tecnologie, da nuove forme di comunicazione, da un sistema di valori che la ignora o addirittura le si oppone, insomma da quell’orda di spettri di cui – da sempre – è popolato il futuro della modernità, la poesia scompaia. Continua a leggere

Scontro fra Muse e Sirene

Le Muse, le Sirene e gli Angeli

1. La letteratura e l’arte sono la memoria dell’umanità.

2. La memoria degli uomini, lo sappiamo, è più vasta e misteriosa della breve esperienza individuale. Comprende la memoria della specie, in cui ci sono terre d’oblio, improvvise agnizioni, terribili rimozioni, mostri dell’immaginazione, paure ancestrali, simboli occulti, archetipi. Il nuovo e l’antico si rispecchiano e si deformano. Il nuovo è l’antico. “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, / anzi d’antico: io vivo altrove”, recitiamo seguendo l’aquilone di Pascoli. E già siamo in quel luogo originario di cui parla anche De Angelis: “In noi giungerà l’universo, / quel silenzio frontale dove eravamo / già stati”. Nella costellazione tracciata dalle opere, la nostra singolarità si apre al genere umano: al fondo dell’io, affermava Caproni, troviamo il noi. Per questo i classici continuano a parlarci, a scolpire la nostra identità. Sono la nostra memoria a lungo termine, da preservare con cura, mentre il presente ci consuma e le voci contemporanee combattono per scampare alle fiamme della fatuità. E la battaglia è davvero cruenta, perché si è fatta globale: le voci sono tanto molteplici e confuse che la letteratura sembra non essere più sostenibile, perché non più in grado di generare memoria. Continua a leggere