La poesia non si spiega, si legge. Nota su Bunting

Il modernismo è il fiume principale della letteratura novecentesca. I grandi maestri rientrano per lo più nel suo alveo. Persino molti degli autori più considerati nei decenni del Duemila o sono stati nutriti da quella tradizione o si pongono sul versante di avanguardia e di ricerca (che scaturisce, in fondo, dalle medesime premesse), caratterizzate, queste ultime, da una fiducia, spesso associativa, che i modernisti ignorano.

Si distingue, scolasticamente, fra un primo modernismo “storico” con cui si apre il Novecento e un Neomodernismo che va dagli anni Sessanta agli anni Ottanta (così come si parla di Avanguardie storiche e Neoavanguardia). Tra noi e quella concezione si frappone però il Postmoderno, disimpegnato e rampante (ricordate gli yuppies?), che divarica, come un delta, la tradizione, e forse la dissolve, entro i paradigmi di una società sempre più postumana, atomizzata, globalizzata nell’individualismo e nel relativismo che ne consegue.
Tornare alla lezione del modernismo è una forma di resistenza necessaria oppure un moto di nostalgia?

Un poeta modernista come Bunting potrebbe interessare sia agli eredi (o epigoni) del modernismo sia ai poeti più sperimentali. Ai primi, basterà l’impianto eliotiano-poundiano del suo più celebre poema, Briggflatts; ai secondi, la performance della voce che interpreta la musica del testo, tra allitterazione scaldica, omissioni di articoli e congiunzioni, struttura a sonata, intrecci sonori appresi dalla tradizione persiana, e altro ancora. Bunting «leggeva i suoi testi ad alta voce con un accento inventato, suggerendo qualcosa di collocabile fra il sud della Scozia e il nord dell’Inghilterra, in modo da produrre un effetto di finto medievale, in parallelo allo stile conciso, aspro e musicale dei suoi versi, non sempre di facile comprensione, che mira a produrre nella lingua e nella cadenza qualcosa dell’antico inglese, la lingua usata in Inghilterra nei secoli evocati nel poemetto». Così Edoardo Zuccato. Il poemetto in questione è appunto Briggflatts (1966), per la prima volta tradotto interamente in italiano da Mauro Ferrari per Puntoacapo nel 2025.

Sodale di Pound, quacchero incarcerato in quanto obiettore di coscienza durante la prima guerra mondiale, irrequieto sradicato che trova, dopo svariate esperienze in giro per il mondo (Parigi, l’Italia, le Canarie…), nella Persia una possibile terra promessa – qui, al soldo dell’intelligence britannica, si innamora della cultura locale, studia e traduce la poesia persiana, ma non solo: sposa una quattordicenne e per questo è costretto al viaggio di ritorno in patria (1954) –, Bunting, dopo un periodo di oblio e di silenzio, farà sbocciare il nostos nella sua parabola esistenziale nei versi di Briggflatts. Non stupisce che una vita così romanzesca sia finita in una canzone di Mark Knopfler (chitarrista dei Dire Straits), Basil. Un po’ come, alle nostre latitudini Vecchioni ha cantato la vicenda di Alda Merini: vite, entrambe, troppo “poetiche” per non diventare icone.

La terra dell’origine (nello specifico il Northumberland occidentale) è il correlativo oggettivo della propria stessa vita. Il poeta torna con il pensiero all’infanzia e ai primi amori adolescenziali, identificandosi con l’epoca mitica del Northumberland fra Cinquecento e Mille, ed elabora un poema in cinque parti (più una breve coda), ciascuna legata a una stagione, con al centro (terzo movimento) il mito di Alessandro Magno che ascende al Monte della Conoscenza, dove dovrà arrendersi ai limiti dell’umano e, allo stesso tempo, rinascere, riscoprire la propria autenticità, e dedicarsi al viaggio di ritorno. “Ciò che Alessandro impara quando si è fatto strada nel mondo degradato”, spiega lo stesso Bunting in Una nota su Briggflatts, inclusa nel volume, “è che l’uomo è tremendamente nulla e tuttavia può vivere soddisfatto in umiltà”.

Sempre in quella nota, è interessante il confronto che l’autore sviluppa con quello che parrebbe essere un modello fin troppo evidente, i Quattro quartetti di Eliot:

“Il nome ‘Briggflatts’, un remoto villaggio e una meeting house quacchera, dovrebbe far capire alla gente di non cercare filosofia. Sfortunatamente anche i Quattro Quartetti di T. S. Eliot traggono il nome da piccoli luoghi remoti, ed espongono un cristianesimo mistico che i teologi del diciannovesimo secolo hanno fermentato da un mosto estratto, penso, da Plotino. Nessun progetto potrebbe essere più lontano dal mio”,

dal momento che il poemetto non avrebbe bisogno di spiegazioni, in quanto

“Il suono delle parole dette ad alta voce è il suo significato, come il suono delle note suonate sullo strumento adeguato è il significato di un qualunque brano musicale”.

Lapidaria la conclusione di questo conciso autocommento: “Che i fatti e le immagini badino a se stessi”

A fronte di tali affermazioni, che altro si potrebbe aggiungere? Nulla. In effetti, non resterebbe che leggere:

I
Brag, sweet tenor bull,
descant on Rawthey’s madrigal,
each pebble its part
for the fells’ late spring.
Dance tiptoe, bull,
black against may.
Ridiculous and lovely
chase hurdling shadows
morning into noon.
May on the bull’s hide
and through the dale
furrows fill with may,
paving the slowworm’s way
[…]

[Questo l’incipit del poemetto, che potete ascoltare qui. Di seguito invece la versione di Mauro Ferrari]

Vantati toro, dolce tenore,
accompagna il madrigale del Rawthey,
ogni ciottolo una parte
per la tarda primavera della brughiera.
Danza sulle punte, toro,
nero contro il biancospino.
Ridicolo e leggiadro
scorrazza saltando le ombre
dal mattino al mezzodì.
Maggio sulla pelle del toro
e nella valle,
i solchi si colmano di biancospino,
lastricando la strada all’orbettino.

[Immagine di copertina di Sharkstar, tratta da https://en.wikipedia.org/wiki/Briggflatts]

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