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Stiamo diventando tutti uguali?

E alla fine divennero tutti uguali

Qualcuno era partito da toni vertiginosi, che fecero parlare di nuovo orfismo; altri nacque come campione della linea lombarda, svezzato con un certo espressionismo sperimentale; altri furiosamente abitava il linguaggio con estro psicanalitico, prima di trovare una dizione tersa e persino sapienziale.

Strano che alla fine tutti (e altri poeti ancora si potrebbero accostare, con appena qualche forzatura in più) si siano messi a scrivere libri composti per lo più da poesie brevi, spesso di un solo periodo, che diventano tasselli di un diario compatto di riflessioni. Poesie scarsamente caratterizzate da elementi strutturali forti, appena distinguibili in qualche scelta lessicale o qualche inflessione sintattica tipica.

Ecco, qui sotto vi presento una poesia di Milo De Angelis, una di Maurizio Cucchi, una di Cesare Viviani. Continua a leggere

catalogo

Antologie dell’ultimo Novecento (di Valentino Fossati)

Ieri mi è capitato a scuola, durante una lezione facoltativa pomeridiana, in cui tentavo di fornire agli studenti una visione d’insieme del Novecento letterario, di far riferimento alle molte antologie che attraversano e modellano il secolo. Quasi ogni decennio è stato segnato da importanti riflessioni che hanno condotto alla compilazione di repertori: pensiamo per esempio a Poeti d’oggi di Papini e Pancrazi (1920), a Scrittori nuovi di Falqui e Vittorini (1930), Lirica del Novecento di Anceschi e Antonielli (1953), a Poesia del Novecento di Sanguineti (1969) e ai Poeti italiani del Novecento di Mengaldo (1978). Continua a leggere

Il signor Morris Lessmore salva un libro precario

Il libro precario (Daniele Maria Pegorari)

Traggo dal volume di Daniele Maria Pegorari, Scritture precarie. Editoria e lavoro nella grande crisi 2003-2017, il passo che segue (pp.154-156). La sensazione che provo – dal momento che vengo chiamato direttamente in causa nel ragionamento – è quella di chi viene rinfrancato in qualche intuizione, e se ne riappropria una seconda volta.

Riparto dunque da queste pagine ancor più convinto della necessità di una militanza estetica, ben consapevole, tuttavia, che la stessa categoria di militanza andrà ripensata, all’interno del paradigma della società (e della letteratura) liquida.

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geranei

Natale, di Attila Jozsef

Testo di Attila József tratto da Poesie. 1922-1937, Milano, Mondadori, 2002, nella traduzione di Edith Bruck

NATALE

Venti gradi sottozero almeno,
Il vento e gli uomini cantano
Le foglie sono morte, ma è nato un uomo;
Dalla nostra calda fede di seminatori
I campi sono seri riflessivi,
Le strade guidano con amore sicuro
I cuori frettolosi,
Triste l’affetto di chi sta riflettendo
Che si sta bene adesso anche senza finestre
Anche senza legna ci si scalda col fiato della gente.
Ma i gerani, dove li metteranno?
Su di noi sonoro netto il cielo canta
E il nuovo nato con rami germogliati
Attizza il fuoco per le fronti che hanno freddo.

 

Toscanello

Esperimento di lettura di un libro di poesia

Non so chi diavolo sia Michele De Virgilio, che pure è stato così gentile da contattarmi sui social e da proporsi per una recensione su questo sito. No, non è l’attore, ma un giovane poeta (sì, lo so, l’epidemia non si arresta) nei cui versi mi sono imbattuto. Ma tento con lui l’esperimento di una “non-recensione”, di una lettura vera, lineare, contraddittoria. Vada come vada, questa sarà pura fenomenologia letteraria.  Continua a leggere

Acero

La gentilezza dell’acero (poesie di Quattrone)

Essermi occupato per molti anni di poesia anche come critico e in particolare attraverso l’attività di una rivista specializzata, mi ha dato il privilegio di seguire il percorso di diversi autori, e in particolare di alcuni poeti minori – laddove minori, come intendeva Eliot, non significa inessenziali rispetto all’epoca o incapaci di trovare accenti personali e spunti di perfezione assoluta.

Tra i tanti “poeti nel limbo” mi fa piacere rileggere in questi giorni Alessandro Quattrone, autore della raccolta La gentilezza dell’acero (Passigli, 2018). Senza pretesa di lucidità valutativa, l’impressione che ne ricavo è di una riconoscibilità che tuttavia marca un passo di maggiore emblematicità, forse anche grazie a una saggezza creaturale che si fa ancor più evidente. Continua a leggere

Erba

SOS poesia: sostenere?

La poesia non vende… Oggi la poeticità è saturata dalla canzone… La poesia andrebbe sostenuta istituzionalmente, un po’ come il teatro (ma quale teatro, poi?)… Non ci sono più gli editori di una volta… Bah, non ne posso più di simili discorsi.

Credo che la poesia sia impopolare, perché marginale, potente, preziosa. Credo che non abbia troppo bisogno del lavoro di sostegno dei poeti – come l’erba, saprà attecchire dove deve – se la coscienza umana non è destinata a sparire.  Continua a leggere

Roberto Mussapi

Il suono profondo delle cose: incontro con Roberto Mussapi

«…Ora però devo riattaccare. Richiamami più tardi… Devo rilasciare un’intervista a un romeno… (mi guarda sorridendo)… Sì, sarà un po’ difficoltoso… Mah, parleremo in latino… Non ci credi, eh?».

Assistendo divertiti alla gag telefonica di Mussapi, la mente all’improvviso viene riattraversata da alcuni suoi versi:

Poi dal telefono giunse quella voce
remota, come fluttuante tra sponde ondose,
e io udii la mia stessa come riverberata
nella sua, le appartenne,
come le sillabe tornano al respiro del mare… Continua a leggere

Oscurità e chiarezza

Chiarezza e morte (di Andrea Ponso)

Ancora riflessioni su chiarezza e oscurità in poesia

di Andrea Ponso

Il problema sollevato dall’articolo di Umberto Fiori si presta, a mio avviso, a ulteriori considerazioni, perché, attorno a quel nucleo si aggirano questioni veramente fondamentali e fondanti, soprattutto per la nostra generazione che si trova a dover fare i conti con una sorta di ricapitolazione generale dei modi di fare arte, nel tentativo di proporre un superamento di dinamiche ormai prive della forza che le ha generate e resesi, quindi, se non di ostacolo, insufficienti per poter instaurare un rapporto di cosiddetto “ritorno al reale”. Infatti, ed è bene dirlo fin dal principio, è di questo che si parla ed è questo che è in gioco. Ma tale obiettivo, che probabilmente non si raggiunge prima della poesia oppure dopo, ma “contemporaneamente”, è sempre stata fonte di infiniti equivoci, di forzature e di imponenti sovrapposizioni ideologiche. Continua a leggere

Eugenio Montale

Gli sciacalli di Montale (Umberto Fiori su chiarezza e oscurità in poesia)

L’altro giorno mi è capitato di fare un riferimento al tema della chiarezza e dell’oscurità in poesia. Mi è tornato perciò in mente questo bel saggio di Umberto Fiori, che vi ripropongo

Gli “sciacalli” di Montale. Riflessioni su oscurità e chiarezza in poesia

Nessuno scriverebbe poesie
se il problema della poesia
fosse quello di farsi capire.
Eugenio Montale

Nel febbraio del 1950 Eugenio Montale forniva, sul «Corriere della Sera», la chiave di lettura di due poesie tra le sue più oscure, il mottetto Lontano, ero con te quando tuo padre, quarto della serie nelle Occasioni, e il sesto, quello «degli sciacalli», rivelandone i moventi e ricostruendone il contesto (1). Quali reazioni abbiano prodotto allora le due “spiegazioni”, non mi è noto; posso dire che a me, quando le trovai nel volume di scritti Sulla poesia (1976) diedero un senso di liberazione, ma anche di delusione, e di irritazione. Fin da ragazzino mi ero chiesto cosa c’entrassero gli sciacalli con la signora a cui il poeta si rivolgeva, chi fossero “i” Cumerlotti e “gli” Anghébeni (che istintivamente associavo a Capuleti e Montecchi), e perché intorno a loro scoppiassero spolette e accorressero squadre. A imitazione degli adulti, continuavo anch’io ad ammirare gli abiti nuovi dell’imperatore, pensando: capirò da grande. Invece, niente: nonostante l’età e gli studi l’enigma restava, e chiedere lumi a qualcuno diventava sempre più imbarazzante. Continua a leggere