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Meglio slogan che cattivi versilibero, da Pexels.com

La sfida, sempre attuale, del poema

21 Ottobre 2025/0 Commenti/in ARTICOLI E SAGGI/da Andrea Temporelli

Continuo qui il ragionamento avviato nell’articolo Dante, l’insuperabile, apparso su Pangea.

Il Novecento è stato tutto e il contrario di tutto: il secolo del frammento lirico e il secolo dei poemi (“Non più lunghi poemi, suppongo”, scriveva poematicamente Luzi), il secolo dei poeti di pochi versi e di autori dalla produzione fluviale, il secolo delle avanguardie e delle sperimentazioni e del recupero della tradizione classica (persino tornando a scrivere in latino, nel caso), il secolo del canone e dell’anticanone (in taluni manuali scolastici girava la sigla di “anti-Novecento” per contrassegnare autori memorabili ma non allineati alle poetiche dominanti), il secolo del verso libero e dei virtuosismi formali, il secolo della scrittura confessional e il secolo della post-lirica… Oggi difficilmente troverete libri di poesie che siano raccolte occasionali di testi scollegati: se non si tratterà dichiaratamente di libri tematici, contenutisticamente e formalmente omogenei (addirittura seriali), avrete probabilmente sotto il naso raccolte con varie sezioni comunque interconnesse. Eppure la sfida del poema, che padre Dante rilancia, è sempre attiva. Diversi l’hanno colta, a loro modo, almeno parzialmente, magari tornando all’esempio originario di Eliot, ancora lui, che ci offre il poema per frammenti, per passaggi ellittici, esoterico e linguisticamente ibrido. L’unica soluzione possibile per noi, verrebbe da dire.

Ma, in questo modo, non si esce dal Novecento – e sia: quanto meno, però, si sappia di essere epigoni di epigoni, le volte che millantiamo la nostra poesia.

E quale sarebbe il limite degli abbozzi di poema o delle raccolte tematiche d’oggidì, messe al cospetto di Dante? Come spiegato, è la nostra cultura a impedirci una visione universale e unitaria, è la nostra stessa condizione sociale a esprimersi per pensierini instagrammabili. Ma questo ci giustifica, ci legittima a non rischiare un pensiero poetico che abbia un respiro almeno superiore alla banalità?

Scriviamo un libro sui femminicidi: evviva. E qual è la visione filosofica, antropologica, sociale, politica che nutre e dà spessore al pensiero poetico di un libro nato con così nobili intenti? Ovvietà? Poco male: toccherà al critico di turno giustificarle: il linguaggio elementare è riscatto dell’infanzia, la semplicità è immediatezza di impegno civile, la furbizia e vendibilità del tema è genialità d’artista che capovolge la committenza sociale in suprema capriola di libertà espressiva – e via concionando, inebetiti e confusi i lettori che, sì, le poesie contro il femminicidio le avevano capite, e ne erano già stati colpiti (eccoci al nodo: lettori e critici colpiti: quanti libri sarebbero da utilizzare veramente all’uopo…). L’autore come interprete dello spirito dei tempi. Se non più il trombone carducciano, suvvia: il pifferaio del sentimento comune.

Giorni fa leggevo sui social la poesia di un professore universitario dedicata alla flotilla, nei momenti clou di questa vicenda, con le navi ormai nella zona massima di rischio, abbastanza vicine alle coste di Gaza. Sono tornato con la memoria indietro di trent’anni, quando mi toccava sgobbare da giurato in qualche concorso scolastico o poco più, e dovevo sorbirmi decine e decine di poesie dedicate al tema del momento. In assenza di spunti forti della cronaca, andavano sempre bene le poesie sui clochard, sugli anziani, sull’inquinamento, sulla solitudine dell’innamorato non corrisposto… Ah, la necessità di disobbedire al tema! (Cose di cui ho già scritto: soprassediamo). 

Eppure, in linea di principio in poesia si può tutto. Peccato che i versi in questione fossero retorici e formalmente mediocri. Ma magari è stata letta in qualche momento di protesta universitario, con un docente, per una volta, capace di stare nella mischia, insieme ai giovani e agli attivisti di ogni età: avrà avuto il suo degno altare per incendiarsi e farsi fumo. Incenso, il suo unico senso possibile. Ma vestire in versi un pensiero banale non è poesia (peraltro, pensare in poesia pretenderebbe che scrivendo nasca qualcosa di impensato, ma penseremo un’altra volta a ribadire il pensiero già pensato e scritto, se ce ne sarà occasione).

Dunque, il poema è impossibile. La vetta della visione ci è vietata. Ma vogliamo continuare a pascolare a fondo valle o siamo disposti almeno a tentare qualche sentiero? Siamo rassegnati a estinguerci per inerzia o, sulla spinta della poesia, siamo pronti a perderci inseguendo il desiderio?

Vissi al cinque per cento, disse Montale. Dante, soldato e politico prima di essere poeta, è un’altra storia. Ma il novantacinque per cento di esperienze che ci sono vietate (noi cittadini occidentali borghesizzati, frustrati per l’impotenza che ci inchioda ai divani o ci fa sbottare sui social, quando cerchiamo di autoassolverci) possiamo recuperarlo per via di scrittura – se davvero scrivere è la nostra modalità per entrare nel dramma. Altrimenti, meglio scendere in piazza (trascinati da un poema di persone, da una visione collettiva) e recitare slogan, piuttosto che isolarci su uno scranno presunto e presuntuoso e scrivere brutte poesiole che a metà pagina si sono già spente (dopo averci, indubbiamente, colpiti a dovere).

Tags: DANTE, POESIA CONTEMPORANEA, POETICA
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https://www.andreatemporelli.com/wp-content/uploads/2025/10/Poema-pensiero-comune.jpg 533 800 Andrea Temporelli https://www.andreatemporelli.com/wp-content/uploads/2015/09/andrea-temporelli-logo-header-website.png Andrea Temporelli2025-10-21 22:22:402025-10-22 16:39:35La sfida, sempre attuale, del poema
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