Attila József

Le poesie di József (lettura di Casagrande)

È incontestabile in poesia, come in letteratura o nella vita, che un autore aderisca intimamente ai propri luoghi, che ne porti nel sangue l’impronta archetipica al pari del patrimonio genetico ereditato con il latte materno. Tale l’impatto che il lettore ricava dall’approccio ai testi di questa antologia [si cita da Poesie. 1922-1937, Milano, Mondadori, 2002] curata da Edith Bruck: dall’inizio alla fine, infatti, Jozsef viene precisando un’immagine di sé (e degli altri) che si direbbe non possa prescindere dai grandi spazi della puszta ungherese (per quanto quest’ultima non venga mai espressamente nominata), dai cieli dell’Ungheria – sempre attraversati, però, da una venatura «metallica» o annuncianti un «azzurro ferreo» (Notte d’Inverno, p. 105) – dalle stelle che ne rischiarano le notti o dal corso placido e insieme imponente del Danubio (come non ricordare, a questo proposito, il libro omonimo di Magris?), fiume «torbido, saggio, grande» del quale «ciarla la superficie e tace il profondo. / Come se il Danubio fluisse dal mio cuore» (Presso il Danubio, p. 151 ).

Il fiume, la città, la notte, gli altri/le altre, il cielo e le stelle, l’onnipresente fabbrica, insomma, quali altrettanti doppi dell’interiorità del poeta che, a questo modo, si osserva e insieme si estranea da sé. Il tema dello spazio, dello spazio sterminato e solitario della pianura magiara, con quelli del vagabondaggio sotto le stelle o del vagabondaggio tout court, riconducono il lettore al modello di Rimbaud che condivide con Jozsef l’afflato libertario, l’insofferenza per ogni potere costituito, l’intolleranza per qualsivoglia catena, come la provocazione al perbenismo borghese (con l’aggiunta però, nell’ungherese, della passione per la giustizia e dell’esaltazione della povertà come valore: «Il pover’uomo non chiede mai pane bianco / il pover’uomo non riceve mai pane bianco / con poco pane, pane assai nero / salvaguarda l’anima bianca dal nero // […] // … Ma se io fossi la bella tra le belle / del pover’uomo sarei l’amante», L’amante del pover’uomo p. 33). Anche la disposizione religiosa – “mistica”, potremmo dire con l’Adonis della Preghiera e la spada (Rimbaud mistico, in Adonis, La preghiera e la spada, Parma, Guanda, 2002, pp. 95-116) – nei confronti della vita, sembra la stessa del francese. Per converso, la “presenza” pervasiva di tali spazi evoca, con prepotenza e in virtù della sua assenza, lo spettro dell’alterità per antonomasia per tutti gli uomini dell’Europa centrale, quel non-luogo dell’altrove mitteleuropeo che è il mare: «…sarebbe meglio / al posto dell’arida terra il mare / al posto della macchina la nave» (Quando si scrive poesia, p. 223). Anche quest’ultimo distico – con quello che segue: «Quando si scrivono dei versi / meglio sarebbe non scriverne» (p. 223) – estrapolato dalla sezione Frammenti, variazioni, abbozzi dell’antologia, testimonia di un’idea della poesia come assenza, non detto/non dicibile che apre al codice semantico e simbolico della mistica, con un approdo al silenzio che, pur se in modalità diverse, appare il medesimo di Rimbaud. Apparentemente in contrasto con la nostra lettura dei testi potrebbe risultare la frequenza con la quale Jozsef ricorre, in molte delle sue liriche, all’artificio della similitudine, una similitudine caratterizzata, tuttavia, da una concretezza che apre all’astrazione anche quando indugia ai particolari: «il tuo sapore, come il silenzio in una grotta / si raffredda nella mia bocca / e la tua mano dalle vene sottili / appare e riappare sul bicchier d’acqua» (Ode, IV lassa, p. 121).

Questo uso della similitudine ci sembra in armonia con gli ampi scenari di cui si diceva, così diversa tuttavia, e non a caso, da un modello che ci è molto più familiare, quello dantesco. Dante, d’altra parte, non è estraneo all’ungherese come si ricava dal seguente incipit che riecheggia il celeberrimo dialogo fra il fiorentino e Bonagiunta Orbicciani nel XXIV del Purgatorio: «Io mi son un che guarda da millant’anni / ciò che all’istante vede» (Presso il Danubio, Lassa II, p. 153). Oltre all’Alighieri, il lettore italiano non ha difficoltà a riconoscere affinità non inferiori fra il poeta ungherese e un altro grande della nostra tradizione, Pier Paolo Pasolini: «Tu lo sai / quale cosciente gioia povera / m’attrae mi muove verso questo paesaggio (fatto di «erbe afflitte» e «cocci di vetro seccato nel fango») / che non mi abbandona / e quale ricca sofferenza / mi spinge fin qui?» (Elegia, pp. 113, 115).

Nella stessa direzione conducono i versi dedicati da Jozsef alla madre, ora nel registro di un affetto viscerale, con qualcosa di Brecht («Era mia madre, minuta, morta anzitempo / perché le lavandaie muoiono presto, / dal portar pesi le tremavano le gambe / dallo stirare le faceva male la testa –». Mia madre, p. 67), ora nelle forme, stranianti, del rinfaccio o del vituperio («Magari t’avessi mangiato io… Mi portavi / la tua cena – te l’ho mai chiesta? / Perché hai curvato ai panni la tua schiena? / Per raddrizzarla al fondo di una cassa? // […] Sei una zingara! Davi con lusinga / e rirubavi tutto all’ultimo! / Il bambino ha voglia di bestemmie – / non senti, mamma? sgridami!». Pianto tardivo, p. 185). Si tratta, ovviamente, soltanto di una suggestione soggettiva, dal momento che è impensabile, da parte del magiaro, una conoscenza anche soltanto sommaria dell’opera del friulano, ma la concordanza rimane e può essere significativa e illuminante anche a posteriori.

Si potrebbero approfondire i parallelismi anche in altre direzioni, quelle ad esempio del Futurismo rivoluzionario di Majakovskij («Meglio che deponga il mio mozzicone di matita / e arroti la falce / perché sulla terra il tempo è maturo / senza rumore, e da far paura», Infine p. 79) o dell’Espressionismo tedesco («Tu, cencio, che nell’amare è vile / che dai più valore alla sicurezza del posto, / di un cielo pidocchioso che mi fiata sul collo / rovesciandomi addosso il gelo che è fuori – / troia a rovescio, collezionista / dell’oro dell’obbligo sotto un sole vitale: / il bambino può supplicare per essere amato, / io non posso, ti anniento», Colei che nell’amare è vile p. 165), con l’avvertenza, tuttavia, che Jozsef si distingue subito dal russo per la colorazione fortemente umanitaria e “nonviolenta” ante litteram della sua visione del proletariato, come pure per le modalità dell’adesione alla sua causa («Quando riceviamo un colpo forte / Sarebbe bello non ricambiarlo / Né con le mani né con la parola / Illuminarsi con la luce del giorno / Addormentarsi con la notte / Parlare da vili ma mai / Ricambiare il colpo», Sarebbe bello non ricambiare il colpo p. 29; oppure: «Mi catturino e m’impicchino / con terra benedetta mi coprano / erba mortale cresca / sul mio bellissimo cuore», Con cuore puro p. 49; o ancora, nella lirica-autoritratto: «Era allegro e buono; forse ostinato / se offeso giustamente soppesava», József Attila p. 51).

Rispetto al Futurismo di casa nostra, invece, la distanza è addirittura abissale, qualora non ci si voglia accontentare di una prossimità puramente esteriore e di superficie in alcuni temi (la fabbrica, l’acciaio, i fuochi, la luce, il martello e l’incudine) o in qualche metafora. Tuttavia, la componente che appare ancora più pronunciata nella selezione di liriche proposta da Mondadori è l’intonazione religiosa, talora anche profetica (Infine, op. cit., p. 79; o ancora: «Eppure sono fiducioso. O bel futuro io ti chiamo / con le lacrime agli occhi, non essere così arido! / […] Verrà anche la pace con la libertà», Il poeta guaisce inutilmente p. 209), che può spingersi fino alla preghiera e all’offerta di sé: «Semplicemente, soltanto, da primitivo io vorrei dirti / che ci sono anch’io e ti ammiro, ma non ti capisco. / Perché tu non hai bisogno della nostra ammirazione / del nostro salmodiare. / Forse urtano il tuo orecchio eterne suppliche. / Non sappiamo altro, solo supplicare, umiliarci e chiedere. // Sono il tuo semplice schiavo…» (Salmo serale silenzioso, p. 19). Tuttavia, simili schematizzazioni corrono il rischio di essere riduttive giacché Jozsef possiede un passo che lo distingue da ogni altro, sottraendolo a qualsiasi tentativo di classificazione: è un poeta che canta ora con la voce e la stupefatta innocenza di un bambino («Il poeta è come un bimbo / o il primo uomo nel fango, / prova a stare sui piedi, senza che ne soffra / il suo esserino, senza che la selva gli faccia da coperta // […] // Così è il poeta. Il resto lo trascura», Il poeta è… p. 197), ora con le parole del figlio orfano di ogni padre (o madre: «Non ho padre né madre / né Dio né patria / né culla né sepolcro / né amante né baci», Con cuore puro p. 49), ora con quelle del «pover’uomo», dell’uomo «fatto» e disilluso («L’uomo fatto è chi non ha / nel cuore né madre né padre, / che sa che riceve la vita / in un sovrappiù di morte / e come un oggetto trovato la rende / in qualsivoglia momento – e perciò ne è custode, / chi non è né Dio né prete / né di se stesso, né di nessuno», Coscienza lassa 10 p. 137) o dell’innamorato folle di passione («Ti amo come il bimbo la mamma / come il profondo le silenziose cantine, / ti amo, come la luce i saloni / come lo spirito la fiamma, il corpo la quiete! / Ti amo come amano vivere / i vivi finché non muoiono», Ode lassa 3 p. 119). Molte corde, dunque, ma tutte intonate ad una medesima lira e in uno stesso canto: quello dell’invasamento, della possessione e della follia poetica. In conclusione Jozsef ci appare quale un gigante che non ha lasciato eredi o imitatori, un solitario – che non si sottrae dal «baciare la ferita purulenta della vita» (Canto per me stesso, p. 11), aderendovi fino in fondo – della statura e della tempra di Leopardi, Rimbaud o Michelstaedter.

 

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