Articoli

Il lettore ingordo

CONSIDERAZIONI PER IL LETTORE INGORDO (sulla scorta di Bernhard, Nabokov e Brodskij)

Ho accumulato sui miei scaffali più volumi di quelli che riuscirò a leggere nei prossimi trent’anni e, per quanto la decisione di non lasciarmi più sedurre da altri titoli sia irrevocabile, le eccezioni ci saranno sempre – non foss’altro che per libri necessari per scuola, per quelli ricevuti gratuitamente, per quelli procacciati dai miei figli o da mia moglie e, naturalmente, per le occasioni imperdibili scovate su qualche bancarella.
E dire che sto riuscendo a tenere un buon ritmo di lettura. Solo quest’anno, e solo relativamente alla narrativa, ho letto fino ad ora 39 titoli (me li sono annotati, questa volta). Con la saggistica, arriverei almeno a 50, a occhio e croce. Continua a leggere

Bernhard

Venerazione per l’opera – o per l’autore?

Può capitare di incontrare un autore di cui si apprezzano le opere e restare delusi, persino sconcentarti, e ritrattare la nostra venerazione per l’opera.

Può capitare di incontrare un autore e di restarne tanto affascinati da riprendere la sua opera sotto una nuova luce, e scoprirne il valore.

Può capitare di trovare insignificante l’autore di un’opera che apprezziamo, o viceversa di apprezzare l’autore di opere che ci lasciano indifferenti. Continua a leggere

Il calcio autentico è pura poesia, residuale e reietta. Tra Superlega e Weltliteratur

Le ragioni per opporsi al progetto della Superlega sono ovvie, sensate, popolari. Siamo di fronte a un attentato oligarchico al calcio, si dice. Sarebbe l’inizio di un altro sport, si proclama. Abbasso il circo mediatico globale, che farebbe terra bruciata dei campionati locali e peggio ancora dei campetti di calcio nelle province dove i giovani tirano i primi calci, si sentenzia. È un coro pressoché unanime di indignazione verso quella esecrabile sporca dozzina. Ne manca solo uno, formalmente, per procedere con la crocifissione, ma l’agnello (ops) sacrificale è già stato individuato. Continua a leggere

La bara salvagente di Queequeg

Il libro, bara di Queequeg

È lo scrigno in cui si deposita il dono della solitudine − dono lieto o doloroso, sedimentazione di pena e piena felicità. È la cella in cui la solitudine impossibile dell’uomo si fa possibile perché il monologo narcisistico oppure l’annegamento nella moltitudine oppure il rispecchiamento con l’Altro si cristallizzano in forma compiuta, di parola che tace e ascolta o di parola che si veste di suono e parla nell’incontro, nell’apertura desiderante di un’altra solitudine. È cuore dell’uomo, centro della sua essenza, ma espulso dal buco nero della soggettività, stella dormiente pronta a brillare se carezzata da uno sguardo desto e sognante, perché l’incontro può avvenire solo là fuori, nell’altrove che Ci comprende. È l’algoritmo cangiante di tutte le somiglianze, dove ci sentiremo compresi restando diversi, giacché sarà rifugio e consolazione solo parzialmente, ostello per la sosta. È cella monastica che si fa specola, è specchio che si apre a finestra sul cosmo. È navicella che fa viaggiare nel tempo, lo incanta. È opera d’uomo, ma in cui si riverbera l’eco della stirpe. È l’unico congegno in grado di catturare la coscienza, iniettarla nel futuro. È la mia bara di Queequeg, vuota e leggera, per il naufragio dei figli. Il libro.

 

Milo De Angelis, di Cristiano Poletti, olio su tela

Ancora su Milo il grande, l’ultimo maestro

Considero – e l’ho già detto più volte – Milo De Angelis l’unico poeta tra Novecento e Duemila che si è conquistato una canonizzazione certa. Questo, al netto di tutte le riserve che nutro verso la sua poesia, fin da tempi non sospetti. Semplicemente, al di là di preferenze personali, credo che da un punto di vista storico-letterario Milo sia l’ultimo maestro riconoscibile, l’unico che abbia fatto scuola. A suo fianco, semmai, si aggiungerà Valerio Magrelli, più algido e accademico. Tutti gli altri, magari anche più bravi, sono storicamente distanziati di oltre una spanna. Almeno per ora. E tuttavia Linea intera, linea spezzata, l’ultima raccolta del poeta, ha tristemente confermato il mio scetticismo. Continua a leggere

Davide il salmista

I Salmi di Davide

Ho un rapporto speciale con il libro dei Salmi. Ha rappresentato il sottofondo di anni esaltanti e feroci della mia vita, mentre fuggivo dalla morte di mia madre e abbandonavo il resto della famiglia per entrare in seminario, a lottare con Dio, intruppato insieme a una masnada di altri ex-bambini, ciascuno con le proprie ragioni del tutto irragionevoli per trovarsi lì. Probabilmente, i salmi sono stati l’incubatrice dei miei primi tentativi poetici – aborti inconsapevoli, naturalmente. Continua a leggere

Unlikely #27, fotografia digitale di Giuseppe Colarusso (cm 50x35)

Labor limae

Appena terminata la prima rilettura del romanzo. Doveva trattarsi di una grossolana revisione di superficie, grammaticale e linguistica, e complessivamente è stato così. Del resto, ho scritto la storia di getto, senza mai rileggermi se non giusto le righe necessarie per riprendere il discorso e soprattutto il tono.

Tuttavia, sono rimasto alquanto sorpreso di essermi imbattuto in un errore strutturale imprevisto. Continua a leggere

La notizia tanto attesa da nessuno

Notizia straordinaria di nessunissima rilevanza

50505 parole, quasi a rilanciare uno scioglilingua che torna più volte nella storia e che parla di cinquemilacinquecentocinquantacinque strani esseri dal nome quasi impronunciabile; un solo unico paragrafo, non per scelta ma per naturale svolgimento di una sorta di musica a cui mi sono affidato per scrivere a partire da luglio (ma interrompendo il lavoro da ottobre a dicembre, benché fossi ormai di fronte allo sbocco finale – forse inconsciamente bloccato da ciò che arrivare in fondo avrebbe significato per me, più ancora che per altri impegni); 88 pagine, 300.519 caratteri spazi inclusi, 3571 righe in totale (senza nessun “a capo”, come detto): questi i dati crudi e inerti del mio nuovo romanzo, di cui  proprio oggi ho terminato la prima stesura. Continua a leggere

Piranha

Tra piranha e sirene. Pensieri alla spicciolata sulla mediocrità in letteratura

Nessuno si salva da solo, scrivevo. Eppure, rintanati come cavernicoli nei nostri social, quando la giovinezza interiore rimorde ci perdiamo in rivoli di pseudo-discussioni nei commenti inconcludenti di qualche post – prima di picchiarci sulla fronte e ripeterci che è inutile sprecare tempo ed energie, già si dorme poco e la vita non dà tregua, c’è da ridipingere la parete, comprare il mangime per il cane, scarrozzare i figli, andare a trovare i parenti almeno durante le feste, ecc. ecc.
Intanto Proust in posa sulla copertina dei suoi volumi sullo scaffale ostenta un’infinita, strafottente pazienza. Continua a leggere

Storica fotografia del caffè Giubbe rosse a Firenze

La letteratura tra salotti, caffè, palestre e catacombe (partendo dalle aule)

La vita da prof espone a un pericolo: l’assuefazione alla via in discesa. Il cartello stradale è chiaro: “Insegnamento”. Per questa via la logica è semplificare. Colui che sa, il docente, deve portare il sapere a chi è in basso. Il rischio sono il comfort e la presunzione, ma più subdola è anche la sedimentazione nel linguaggio e nel pensiero di quel punto di vista – semplificatorio, appunto. È ben probabile che il prof apprenda con gli anni lo slang giovanile, accolga i tic delle mode, dia al proprio repertorio espressivo (e dunque al proprio pensiero) una curvatura sempre più elementare. Continua a leggere