Articoli

Antonio Moresco

MORESCO E IL GRANDE DILEMMA INTERIORE

La recente risposta di Moresco (l’Espresso n. 36, agosto) a un intervento di Cotroneo che rilanciava il ritornello lamentoso di una letteratura esangue, soprattutto perché incapace di rompere gli schemi dei generi e pedissequamente allineata con i dettami delle scuole di scrittura (così, almeno, nel filtro di Moresco; a me pare che l’intervento di Cotroneo muovesse però da presupposti più interessanti e non sviluppati), è sintomatica e mostra il tratto critico dello stesso autore dei Canti del caos, che si pone come campione di coloro che non hanno sciolto il grande dilemma interiore: perseguire metodicamente la via della carriera letteraria o dedicarsi in modo assoluto alla realizzazione della propria ricerca artistica? Continua a leggere

meteo

Parlare di niente

Sono perfettamente in grado di parlare di niente con chiunque. Posso intrattenermi sulle notizie meteo, commentare l’andazzo politico, entrare nei tecnicismi delle squadre di calcio, esprimere un’opinione sui fatti del giorno anche quando non sono particolarmente informato. Mi sembra di riuscire a essere spesso sufficientemente brillante e di piacevole compagnia. Ho un vivace e popolano senso della goliardia; non mi sono estranei nemmeno gli accenti più triviali. Con gli anni, ho inoltre imparato ad ascoltare sempre meglio, a dare spazio maggiore agli altri, a osservare e godermi la scena del nostro parlare di niente. Del resto, la sostanza della vita fruscia anche tra le sillabe più vane. Negli anni ho amato questo chiacchiericcio fine a sé stesso.

Mi accorgo però che sempre più mi sottraggo spontaneamente a questi contesti e preferisco stare per i fatti miei. Temo che a volte possa apparire un po’ snob, per questo, ma personalmente la noia crescente che provo per simili situazioni non è un giudizio sugli altri, piuttosto un sentimento del tempo che non mi fa sentire contemporaneo alla maggior parte dei miei contemporanei. Non è che pretenda di discutere sempre di letteratura o di scuola o dei massimi sistemi, però, anche a costo di qualche indelicatezza, per quanto cerchi di controllarmi scalpito, finché non accelero per arrivare subito al dunque, e se il mio interlocutore non è pronto a precipitare con me al fondo delle cose (parlare davvero del tempo, di politica, di calcio, di niente), mi defilo. Se non c’è niente da dire, viviamo questo stesso imbarazzo, oppure ciascuno segua il suo tempo interiore.

Così, in sottofondo, cresce il mio dialogo con i morti.

I libri cicalano alle mie spalle, mi fanno l’occhiolino.

 

Lorenzo

Quale pubblico? Si scrive per i figli

Non si può scrivere per nessuno, anche se nessuno ascolta. E nel rovello di un’opera che si compie nel totale abbandono, c’è la serenità che viene da alcuni occhi che rendono familiare, a tratti, il volto di gorgone che nella tenebra attende ogni slancio per voltarlo in lapide. Così io intravedo lo sguardo dei miei figli a dare senso e vita alle pagine che accumulo – se non ora, in un ideale futuro.

Oggi Lorenzo, il primogenito, compie diciott’anni. Dovrebbe essere un momento di festa, ma la vita ha voluto riservargli le prime dure prove per saggiare la sua tempra d’uomo. Io lo precedo e tento di esorcizzare la sorte. Ma forse è il contrario, è lui a guidarmi verso il futuro…

Questa manciata di versi, comunque, è per lui. Come sempre. Continua a leggere

Il lettore ingordo

CONSIDERAZIONI PER IL LETTORE INGORDO (sulla scorta di Bernhard, Nabokov e Brodskij)

Ho accumulato sui miei scaffali più volumi di quelli che riuscirò a leggere nei prossimi trent’anni e, per quanto la decisione di non lasciarmi più sedurre da altri titoli sia irrevocabile, le eccezioni ci saranno sempre – non foss’altro che per libri necessari per scuola, per quelli ricevuti gratuitamente, per quelli procacciati dai miei figli o da mia moglie e, naturalmente, per le occasioni imperdibili scovate su qualche bancarella.
E dire che sto riuscendo a tenere un buon ritmo di lettura. Solo quest’anno, e solo relativamente alla narrativa, ho letto fino ad ora 39 titoli (me li sono annotati, questa volta). Con la saggistica, arriverei almeno a 50, a occhio e croce. Continua a leggere

Bernhard

Venerazione per l’opera – o per l’autore?

Può capitare di incontrare un autore di cui si apprezzano le opere e restare delusi, persino sconcentarti, e ritrattare la nostra venerazione per l’opera.

Può capitare di incontrare un autore e di restarne tanto affascinati da riprendere la sua opera sotto una nuova luce, e scoprirne il valore.

Può capitare di trovare insignificante l’autore di un’opera che apprezziamo, o viceversa di apprezzare l’autore di opere che ci lasciano indifferenti. Continua a leggere

Il calcio autentico è pura poesia, residuale e reietta. Tra Superlega e Weltliteratur

Le ragioni per opporsi al progetto della Superlega sono ovvie, sensate, popolari. Siamo di fronte a un attentato oligarchico al calcio, si dice. Sarebbe l’inizio di un altro sport, si proclama. Abbasso il circo mediatico globale, che farebbe terra bruciata dei campionati locali e peggio ancora dei campetti di calcio nelle province dove i giovani tirano i primi calci, si sentenzia. È un coro pressoché unanime di indignazione verso quella esecrabile sporca dozzina. Ne manca solo uno, formalmente, per procedere con la crocifissione, ma l’agnello (ops) sacrificale è già stato individuato. Continua a leggere

La bara salvagente di Queequeg

Il libro, bara di Queequeg

È lo scrigno in cui si deposita il dono della solitudine − dono lieto o doloroso, sedimentazione di pena e piena felicità. È la cella in cui la solitudine impossibile dell’uomo si fa possibile perché il monologo narcisistico oppure l’annegamento nella moltitudine oppure il rispecchiamento con l’Altro si cristallizzano in forma compiuta, di parola che tace e ascolta o di parola che si veste di suono e parla nell’incontro, nell’apertura desiderante di un’altra solitudine. È cuore dell’uomo, centro della sua essenza, ma espulso dal buco nero della soggettività, stella dormiente pronta a brillare se carezzata da uno sguardo desto e sognante, perché l’incontro può avvenire solo là fuori, nell’altrove che Ci comprende. È l’algoritmo cangiante di tutte le somiglianze, dove ci sentiremo compresi restando diversi, giacché sarà rifugio e consolazione solo parzialmente, ostello per la sosta. È cella monastica che si fa specola, è specchio che si apre a finestra sul cosmo. È navicella che fa viaggiare nel tempo, lo incanta. È opera d’uomo, ma in cui si riverbera l’eco della stirpe. È l’unico congegno in grado di catturare la coscienza, iniettarla nel futuro. È la mia bara di Queequeg, vuota e leggera, per il naufragio dei figli. Il libro.

 

Milo De Angelis, di Cristiano Poletti, olio su tela

Ancora su Milo il grande, l’ultimo maestro

Considero – e l’ho già detto più volte – Milo De Angelis l’unico poeta tra Novecento e Duemila che si è conquistato una canonizzazione certa. Questo, al netto di tutte le riserve che nutro verso la sua poesia, fin da tempi non sospetti. Semplicemente, al di là di preferenze personali, credo che da un punto di vista storico-letterario Milo sia l’ultimo maestro riconoscibile, l’unico che abbia fatto scuola. A suo fianco, semmai, si aggiungerà Valerio Magrelli, più algido e accademico. Tutti gli altri, magari anche più bravi, sono storicamente distanziati di oltre una spanna. Almeno per ora. E tuttavia Linea intera, linea spezzata, l’ultima raccolta del poeta, ha tristemente confermato il mio scetticismo. Continua a leggere

Davide il salmista

I Salmi di Davide

Ho un rapporto speciale con il libro dei Salmi. Ha rappresentato il sottofondo di anni esaltanti e feroci della mia vita, mentre fuggivo dalla morte di mia madre e abbandonavo il resto della famiglia per entrare in seminario, a lottare con Dio, intruppato insieme a una masnada di altri ex-bambini, ciascuno con le proprie ragioni del tutto irragionevoli per trovarsi lì. Probabilmente, i salmi sono stati l’incubatrice dei miei primi tentativi poetici – aborti inconsapevoli, naturalmente. Continua a leggere

Unlikely #27, fotografia digitale di Giuseppe Colarusso (cm 50x35)

Labor limae

Appena terminata la prima rilettura del romanzo. Doveva trattarsi di una grossolana revisione di superficie, grammaticale e linguistica, e complessivamente è stato così. Del resto, ho scritto la storia di getto, senza mai rileggermi se non giusto le righe necessarie per riprendere il discorso e soprattutto il tono.

Tuttavia, sono rimasto alquanto sorpreso di essermi imbattuto in un errore strutturale imprevisto. Continua a leggere