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Marco Merlin, Mosse per la guerra dei talenti (2007)

Sulla mia generazione

22 Luglio 2016/0 Commenti/in ARTICOLI E SAGGI/da Andrea Temporelli

Di una promessa mantenuta e di nuove scommesse.
Qualcosa di personale intorno alla mia generazione, in forma di congedo

In my end is my beginning

T.S. Eliot

Non so bene, mentre mi apprestavo a leggere nel marzo del ‘94 sulla rivista «Poesia» i primi versi di Fabio Simonelli, se il sentimento più forte che provai fosse la sorpresa o l’invidia. Ma non per le poesie, che non avevo ancora letto e che non avrei mica capito: per la dicitura nella nota biografica: «nato […] nel 1970». Quella data, potenza dei numeri, segnava il primo, ufficiale contatto con la mia generazione, con il suo lavoro poetico. Era una promessa.
L’invidia si sciolse subito dopo la lettura, lasciando il posto a un naturale senso di gioia. D’altronde, come non godere – guardando la fotografia dell’autore – della spensierata beatitudine che trapelava da quel mezzo sorriso. Non c’era alcuna posa nello sguardo, ma una specie di furbizia che mi piaceva. Come di uno che viene dopo il fuoco incrociato di mille dispute poetologiche, entra sulla scena mentre tutti sono sul punto di stipulare una tregua per sfinimento, si piglia l’oggetto del contenzioso, lì in mezzo, davanti allo stupore generale, e se ne va. Senza rimorsi. E con le sue idee in testa.
Geografia di un tradimento era il titolo di quelle poesie. Appunto. La precisione, la fermezza, la cultura, la coscienza delle cose… e la vita, la gioventù, la naturalezza rivoluzionaria della poesia.
La fine del Novecento.

Poi ci furono altre sporadiche letture, qualche nuovo avvistamento. Nessun contatto personale, però, salvo qualche amico più lesto a crearsi le prime occasioni di confronto con i poeti più grandi e famosi. Forse anche un po’ di ansia, di smania giovanile. Ma, soprattutto, ci fu la delusione nel sentire che quel furto sfacciato non si ripeteva, che l’innocenza di quel gesto rischiava di inquinarsi con le regole del gioco, con la ripresa delle solite, logoranti schermaglie degli schieramenti che cominciavano a delinearsi anche agli occhi di un fanatico lettore di libri di poesia e di riviste. Ogni libreria di Milano era presa d’assalto, sventrata alla ricerca di qualche piccolo tesoro perduto. Non c’erano guide in questa impresa, ma forse non ne cercavo. Era come, da piccolo, la cerca dei funghi nei boschi poco distanti da casa. Era un gesto selvatico.
Qualche notizia giungeva di riflesso, traguardando sopra le spalle degli amici. Altre si raccoglievano seguendo la solita trafila di tentativi e di delusioni: l’ingenua gavetta dello scrittore. Da ridere, a ripensarci, come nel rileggere una lettera scritta con rabbia per dire addio a un amore, qualche vita fa. Ma se la mancanza di ascolto da parte degli autori “famosi” si faceva, paradossalmente, sempre più comprensibile, l’inascolto che veniva dall’amicizia era imperdonabile.
Quella promessa andava mantenuta. Una letteratura senza incontro è parola muta. Una poesia che non diventa vera fuori dai recinti della pagina, una poesia che non è consanguinea alla stretta di mano, è lettera morta. Un’opera senza amicizia, una meschinità.

Così, superata la smania giovanile, perduto qualche amore, rintracciati vecchi amici fidati con la stessa avventatezza garibaldina negli occhi, si diede vita ad «Atelier». E gli avvistamenti ripresero.
Con Fabio ci siamo poi anche incontrati, una sera: lui pronto all’avventura del servizio civile, io appostato dietro al banchetto delle riviste, in una sera di provincia.
Poi, altri rapinosi incontri. E il lavoro da artigiani della parola nella nostra piccola officina.
Amicizia è forse una parola troppo dura per essere usata a cuor leggero, per incontri così fugaci, ciascuno alle prese con le necessità personali, le distanze, gli impegni, le scelte improrogabili: un’intera vita da impostare, da decidere. E i conti con la poesia e con la scrittura sono tuttora aperti, su questo fronte. Ma una promessa d’amicizia, questa sì non è mai mancata. Nemmeno nelle letture in redazione, nelle forsennate corrispondenze epistolari.
Anche da questa promessa sono nate pubblicazioni (prima semplici pieghevoli, poi veri libretti) che, oltre le pagine della rivista, testimoniano una voglia di smuovere le acque pure da un punto di vista editoriale, fuori dal mercimonio dei versi. Un segno d’intesa piccolo e prezioso e, speriamo, una nuova scommessa.
Vincerla letterariamente, forse, non è nemmeno fondamentale, perché il gesto è in sé vitale.
Una promessa mantenuta e, nello stesso tempo, un più forte rilancio.

Ora la mia generazione può già presentare qualche libro importante. Penso per esempio a Questi nodi di Elisa Biagini, al recente ottimo esordio di Alessandro Di Prima. Ma soprattutto mi riferisco a Viticci di Flavio Santi, autore anche di una silloge di poesie in friulano: le sue pagine sono il primo segnale importante, per autorevolezza di voce e robustezza complessiva, in questa direzione così ufficiale e impegnativa. I suoi versi sono davvero dei viticci, per come si arrotolano sulla pagina trasformando la dose di cultura che le nutre in una morsa più asprigna. C’è anche in lui la forza di un tradimento che si compie per amore. E di questo discutevamo insieme, velatamente, in altri imprevisti e intensi incontri, oppure attraverso rapide telefonate celiando su una possibile “poetica dello zombie”, in merito al libro di un maestro. Accettiamo con spavalderia anche di essere postumi in una tradizione della modernità, ma non è il caso, si diceva, di essere postumi di noi stessi. Questo no, assolutamente.
Anzi, non pensiamo nemmeno a una poetica o alla fine che tocca tutte le cose, continuiamo a praticare il tradimento per amore – che è poi il motore stesso della tradizione –, insistiamo a coltivare i nostri desideri selvatici. Non perché così è meglio, ma perché noi siamo così.

Che sorpresa scoprire poi che anche altri non riescono proprio a mettersi nei panni di chi deve difendere una posizione, o di chi deve conquistarla. Che piacere leggere Laura Pugno che da Roma si sente fuori del Novecento. E senza millenarismi, senza proclami epocali: per questione di sangue, e basta.
Oppure sentire i «poeti della A27», che da altrove stupiscono della spontanea comunanza di aspettative e di taluni giudizi. Si avverte la stessa sobria disillusione e la stessa gioia nell’idea di mettere mano, insieme, alle questioni della poesia, finalmente in contatto fra coetanei. C’è da commuoversi – e giù una risata, per tenere buona una verità fragrante, qualcosa che finisce per lasciare il posto ad altro.

Non c’è alcun idillio, si badi bene, in queste storie che a raccontarle, me ne rendo conto, suonano subito un po’ patetiche. Infatti, è come se tutti sapessimo già delle inevitabili differenze, delle incertezze nient’affatto risolte intorno al nostro destino. Ancora non sappiamo dire chi siamo e che cosa vogliamo, e forse ognuno dovrà dirselo da solo, con la vita e le strette di mano, più che con la poesia. Ma credo che leggere, per esempio, il poemetto di Riccardo Ielmini apparso sull’ultimo numero di Atelier, ci sia servito (Cfr. Mio padre è uno stanco democristiano, «Atelier», IV, 14, pp. 52-55). Al di là dei caratteri, dei contenuti, delle elaborazioni stilistiche individuali.
E così è pure nel caso di molti altri, che stanno portando avanti segretamente la loro opera, magari con il coraggio di giustiziare in essa la giovinezza, cioè una parte di tutti noi.

Ebbene, un discorso critico per presentare la mia generazione è ancora un azzardo, nonostante i fatti concreti che già si richiamano fra loro e che chiedono di intrecciarsi, avere senso, per chi ha gli occhi attenti, almeno un poco, al presente. E non è compito mio, probabilmente: non solo perché i tempi sono prematuri o perché ciò di cui abbiamo bisogno, lo sappiamo, non è l’attenzione ma la pazienza di continuare nel nostro impegno, costruendoci da soli le cose in cui crediamo: tanto poi si vedrà, e andrà comunque bene. Tra l’altro, chi è corresponsabile con me di queste pagine si è fatto carico, con ardore e avventatezza giovanile, di quest’azzardo (curando l’antologia L’opera comune), e non mancano, a ben vedere, anche altri critici attenti e disinteressati. Ma qualche chiacchierata fra di noi dobbiamo farla – e questo è veramente decisivo. Si tratta di un’occasione che non possiamo perdere, perché dopo sarà troppo tardi, non potremo scommettere qualcosa di più importante rispetto a una presentazione su rivista, a uno scrittore famoso che ci dimostra simpatia, a una collaborazione cui affidare una passione.
E qui, dunque, non ho strumenti critici cui affidarmi, come già queste righe dimostrano. C’è una promessa d’amicizia da difendere senza ipocrisie, c’è un’ulteriore scommessa che non dà tregua.
C’è un lavoro comune che ci reclama, per inventare nuove geografie e nuovi tradimenti.

 

Tags: POESIA CONTEMPORANEA
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