Promuovere la poesia, ma sottrarla alla rete e ai social

Che senso ha pubblicare poesie sui social o più in generale sul web?

Le variabili e le prospettive di fronte a una simile domanda sono troppe. Che se la ponga un giovane esordiente, uno scrittore affermato, un lettore di poesia (ne esistono?), un editore indipendente oppure major, un critico, uno studente, un docente, un operatore culturale o altre figure ancora, fa tutta la differenza del mondo. Vorrei però qui spiegare le ragioni che mi inducono, dal mio punto di vista, a sostenere la necessità di non lanciare, finché possibile, i propri versi online. Con qualche eccezione, magari. Del resto, anche il concetto di “pubblicazione sul web” è troppo vago: la pagina social personale non ha lo stesso valore di un sito accreditato e nevralgico all’interno del circuito letterario, per cui, con le dovute proporzioni, qualche testo rappresentativo che finirà per circolare online non potrà mancare.

Tanto per cominciare, concedo subito piena legittimità anche all’opinione diametralmente opposta di chi, per esempio, critica il sistema editoriale nel suo insieme e quindi, spinto da una precisa visione dei tempi e dei nuovi mezzi di comunicazione, all’interno dei quali ogni forma d’arte si sta configurando, sostiene che ha senso pubblicare solo e gratuitamente sul web, e liberarsi magari anche da ogni forma di diritto d’autore (rilanciando, semmai, il grido di Alberto Laiseca: Per favore, plagiatemi!: un programma del 1991!). C’è anche chi afferma che oggi l’unica forma sensata di scrittura sia la manipolazione di testi già esistenti: si approfondisca, per esempio, il concetto di “scrittura non creativa” proposto da Kenneth Goldsmith.

Siamo già entrati nel campo della poetica e delle scelte personali, dunque. Consapevole del fatto che si tratta di un principio non del tutto applicabile (altri potrebbero citare, in parte o interamente, una poesia, per semplice apprezzamento e condivisione o all’interno di un discorso critico-valutativo), come autore mi attengo al proposito di non pubblicare poesie online per svariati motivi.

Il libro di poesia è un oggetto fragile e prezioso, uno scrigno che non andrebbe saccheggiato. Dà vita a una struttura e ogni volta che se ne estrapola una parte si compie, anche, una mislettura. I lettori di poesia sanno che nella sequenza macrotestuale un componimento entra in un campo di energie, predisposto dall’autore. Inoltre, se è così semplice conoscere i testi di un poeta, se basta seguirlo sui social o intercettarlo nella rete per sondarne l’opera, perché comprare un libro ampiamente divulgato? Ricomporre la struttura della raccolta e completare la visione con altri testi potrebbe non essere una ragione sufficiente, per il lettore più pigro e sommerso da tante, troppe proposte editoriali. Ma anche il cultore esigente ed esperto si trova in difficoltà. Recentemente, per esempio, mi sono imbattuto in alcuni versi di un autore a me ignoto, eppure di lungo corso (tale Alessandro Franci). Mi sono parsi buoni, tanto che l’ho considerato una voce includibile, idealmente, nel mio Catalogo di autori contemporanei. Essendo comunque un esperto della materia, si sono aperte due possibilità per indurmi a recuperare i suoi titoli e verificare l’ipotesi: o cercare altri testi e trovarli più che convincenti, direi folgoranti, oppure incappare in analisi critiche altrettanto convincenti e autorevoli. Per quel che vale l’aneddoto, i quattro-cinque siti con “inediti” (ormai non più tali) o estratti da qualche raccolta, mi hanno dato l’impressione di un poeta che, nel mio regesto, non aggiungerebbe nulla, e non avendo trovato spunti critici dirimenti, ho desistito. E se le poesie scelte non fossero abbastanza rappresentative? E se un intero libro, con la sua tenuta generale, i suoi movimenti interni, il suo flusso di immagini, il suo Discorso implicito avesse fatto lievitare gli esempi in cui mi sono imbattuto? Nel corso degli anni, questa dinamica si è ripetuta per centinaia e centinaia di casi.

Una raccolta poetica va difesa, però, più dal punto di vista estetico-creativo che dal punto di vista commerciale (già di per sé prossimo allo zero assoluto, salvo poche eccezioni; ma qui bisognerebbe aprire il discorso su un investimento simbolico e redditizio a lungo termine a cui gli editori non sembrano più interessati). Al di là del pericolo del plagio, forse solo teorico proprio in ragione del valore non venale della poesia (ma ricorderei come gli algoritmi, in musica, permettono scientificamente di rielaborare brani altrui senza incappare in sanzioni e chiunque, oggi, con la tecnologia, arriva facilmente a comporre canzoni orecchiabili e dignitose), ritengo preferibile offrire la propria opera in forma compiuta e interamente nuova, anziché diluirne nel tempo la portata.

Nel secolo scorso le rare, ponderate e corpose anticipazioni su rivista o in plaquette segnavano il passo lento di un autore che licenziava un libro a molti anni di distanza dal precedente: sette, dieci, persino quindici, se prendiamo come riferimento Montale e i suoi titoli maggiori. E servivano, tali occasioni, per accompagnare lettori in qualche modo già intercettati, attivi e interessati. Inoltre, così facendo si intrecciava il lavoro poetico in fieri con il discorso dei critici che ne seguivano il percorso, talvolta svolgendo spontaneamente una funzione maieutica nei confronti della stessa poesia.

Verrebbe da pensare a questo punto che sia da evitare soprattutto l’esposizione degli inediti. Una volta pubblicate, le poesie risulterebbero protette: fa fede quanto sigillato dall’editore. Ma anche in questo caso la resistenza alla pubblicazione sul web ha le sue motivazioni. Un libro andrebbe recensito con argomentazioni appropriate. Come sappiamo, oggi ci si limita dunque a segnalazioni blande, a rielaborazioni della cartella stampa, a divagazioni ed elogi del tutto soggettivi in cui si racconta anzitutto di sé e del proprio rapporto con la lettura del testo, anziché illustrare pregi e difetti dello stesso. Ma non basta: per la poesia, lo sforzo critico viene sovente scavalcato attraverso la più comoda e apparentemente efficace delle strategie: fornire anticipazioni o estratti della silloge. Ma proporre un libro di poesia a spizzichi e bocconi è solo indice dell’ipocrita voracità commerciale del congegno in cui siamo immersi, non certo di una coscienza estetica vigile e responsabile.

Ora come ora, peraltro, tutto ciò che finisce sul web ha già idealmente trovato il lettore perfetto, onnisciente e imparziale: l’IA. Come afferma bene Isacco Turina,

Che tutti, volendo o meno, siano già cooptati come operai nella costruzione della Grande piramide mi sembra un fatto compiuto. La discussione può aprirsi però in merito ai resti: quale ritorno gli autori si aspettano dalla propria dedizione alla conoscenza e alla letteratura nel momento in cui è mediata dall’Ia? Se si tratta unicamente di benefici strumentali in termini di produttività e successo, è probabile che alla fine del percorso poco o nulla rimanga per l’umanità. Esternalizzando a una macchina, assieme alla produzione, anche la fruizione delle opere, si sarà perso il valore di una formazione culturale lenta e fine a sé stessa in quanto rivolta, senza altro obiettivo, al miglioramento di sé. L’Ia lavora per gli altri e fa lavorare gli altri in cambio di un supposto risparmio nell’esercitare l’Intelligenza naturale che può tradursi, a lungo andare, in una atrofia e in una perdita di senso. Non da ultimo perché, insieme alla mente, si affinano anche i sentimenti; e con loro, la consapevolezza e la libertà. 

Qui però non ci interessa addentrarci a fondo in scenari che si stanno schiudendo solo ora, anche se ci pare buona cosa invitare ciascuno ad assumere di fronte ai problemi emergenti una posizione consapevole. Personalmente, ritengo che non offrire all’occhio dell’IA la mia opera sia una scelta opportuna. Quale impatto avrà sull’arte poetica l’avvento dell’intelligenza artificiale, lo vedremo. Sarà maggiore di quello che ha rappresentato l’avvento della fotografia per le arti figurative, suppongo. O forse cambierà poco o nulla. Ma se stiamo in qualche modo ingaggiando una competizione, nascondere all’avversario le proprie carte sarà la tattica forse meno utile, ma la prima da adottare. 

Tecnicamente, sono i grandi classici o gli autori più affermati a essere oggetto di imitazione da parte dell’IA, non c’è dubbio. Ma certe scelte ecologiche si compiono anche nella piccola sfera privata, sebbene non impattino sul mondo in modo immediato e percepibile.

Se poi qualcuno si è già rassegnato alla perdita dei lettori e ambisce a essere letto e apprezzato dall’IA, bene, ha trovato il suo lettore ed elaborerà le strategie adeguate per il suo scopo.

C’è già chi sta studiando il problema, suppongo. E in molti lo eleggono a interlocutore prediletto: “Specchio specchio delle mie brame, chi è il poeta migliore del reame?…”. 

Apriamo una breve parentesi e sgomberiamo il campo da un equivoco. Nella sfida artistica dell’uomo all’IA ciascuno stabilirà, dicevamo, la propria posizione. Ebbene, qui non si ha alcuna intenzione di sostenere una tesi purista. Il nuovo strumento va conosciuto e usato, nelle sue funzioni migliori. Per ciò che concerne la scrittura poetica, al momento però non ne intravedo, se non di banali (“elenca le rime possibili con la parola fegato”) e francamente ingenue, dal momento che, almeno per quel che mi riguarda, non è così che agisce un poeta durante il processo creativo. Non fatico a immaginare, invece, alcuni utilizzi in altri ambiti, anche narrativi. Per esempio, si potrebbe chiederle di compiere ricerche, controlli specifici, persino una rilettura per una prima correzione. Chissà che non diventerà più abile dei correttori di bozze e persino di molti editor. Tuttavia, non mi sognerei mai di chiederle di scrivere al posto mio, per lo stesso motivo per cui non vado a correre per arrivare prima a un’ipotetica meta. La bellezza di un’opera non sta solo nel suo concepimento e nel suo godimento una volta terminata, ma nel processo creativo, nella formatività (si rilegga Pareyson) che permette persino di trascendere le intenzioni iniziali dell’artista e approdare a una scoperta imprevista. Qui si annida il segreto della creazione, nell’attrito con la materia; qui l’intelligenza vive integrata con l’esperienza, con i sensi, con l’emozione, e quindi resta profondamente umana. Chiusa la parentesi.

Continuiamo a esporre i motivi per non pubblicare poesie online. 

Solitamente, la prima ragione per cui si suppone sia utile la pubblicazione di propri testi sul web e in particolare sui social è quella di farsi conoscere. Ebbene, se un autore importante non ne ha bisogno, per ovvie ragioni, un autore semisconosciuto sui canali social (in cui non incontrerà mai l’autore importante) rischia di credere di esistere sulla base di riscontri virtuali. Sono certo che la maggior parte delle persone ha ormai elaborato robusti anticorpi, ma, tra un post e l’altro, un cuoricino e un commento compiacente, resta facile cedere all’incantesimo del dispositivo. A fronte di coloro i quali usano i social con buona consapevolezza, ancora in troppi creano, anche a dispetto delle loro stesse intenzioni, un’interferenza che impaluda, distorce, affonda il pensiero in pseudo ragionamenti a causa di mezze competenze, spinge a valutare sommariamente, suggerisce vezzi, linciaggi, indignazioni, elegge il proprio point of view a metro di giudizio universale, riecheggiato dalla doxa preselezionata dei followers. Gran parte degli utenti dei social si eccita sulla poltroncina, riversa sulla tastiera i malumori di una cittadinanza frustrata per sgravarsi la coscienza, cerca alleanze e compensazioni. Ed è per questo che sui social l’incontro avviene tra feticci, avatar, cloni difettosi, ombre, larve. Con buona pace delle belle fotografie che accompagnano i testi, si finisce per tappezzare con pose artefatte le epigrafi di un enorme cimitero. Senza nemmeno rendersene conto.

La partita letteraria si gioca da un’altra parte, almeno ancora per un po’. Ricordiamocelo. 

Spendendo la propria creatività sui social e sul web, infine, ci si adatta alla bolla. Ci si allena con un avversario creato alla propria altezza: non c’è filtro, non c’è resistenza. Si evita il vero confronto con quei pochi lettori che varrebbe la pena raggiungere. E il canale resta poco adatto al ragionamento tecnico, testi alla mano. Anche a non voler essere sbrigativi (ma chi, per pura generosità, spenderebbe in tal modo il suo tempo?), un giudizio appena negativo su alcuni versi capaci di bloccare lo scrolling di una persona competente solleverebbe un prevedibile vespaio di amici, di tifosi e di semplici attaccabrighe. Si spera, in quei casi, sull’intelligenza di chi ha postato la propria opera, il quale dovrebbe stabilire, grazie a un minimo di sensibilità culturale e di esperienza, a chi sarebbe opportuno dare attenzione e a chi no (in pratica, ogni voce anche solo lievemente critica e in grado di abbozzare un ragionamento testuale andrebbe ascoltata con attenzione), ma la faccenda diventa sempre oltremodo complicata e dispendiosa.

Ora, non pretendo che si torni ai miei tempi, quando la palestra per un giovane scrittore era costituita dalle riviste cartacee se non dalle fanzine, ma la facilità nella pubblicazione disinnesca l’impegno e la creatività.

Altra digressione, questa volta meno breve. A questo punto del ragionamento, spesso sorge la domanda: ma qual è l’alternativa? Dove cercare qualcuno che possa veramente leggere i tuoi testi, aiutarti a crescere e magari sostenerti nel mondo letterario? Occorre presenziare alle tanto vituperate e noiose presentazioni di libri, sperando di abbordare l’autore o il critico di turno, oppure affidarsi alle celeberrime scuole di scrittura, che continuano a spopolare, malgrado le ricorrenti polemiche, ultima quella sui costi elevati da sostenere per la Scuola Holden? Sull’argomento è intervenuto recentemente anche Christian Raimo, il quale afferma che entrambe le polemiche

sollevano due questioni importanti: la sostenibilità di due pezzi fondamentali della filiera dell’industria editoriale, la formazione degli scrittori e la promozione dei libri. Ma al di là del merito, le due questioni sono soprattutto sintomatiche di un’altra questione, grande quanto un elefante sempre più imponente in una stanza sempre più stretta. In Italia si leggono sempre meno libri, un pezzo consistente del settore editoriale è in crisi e una parte non piccola rischia di chiudere. Ma non è questa la notizia peggiore. La notizia peggiore è che una società che legge di meno peggiora da tanti punti di vista.

Quindi, prosegue nel ragionamento:

Perché si legge meno? Come invertire questa tendenza? Può diventare comprensibile, alla luce di questi dati, come la questione della formazione degli scrittori e la promozione dei libri siano degli epifenomeni, rispetto a problemi sistemici e di lunga durata. Ma la sintomatologia non è da sottovalutare. È chiaro che la vulgata per cui l’editoria, nella sua accezione più ampia – la creazione e la confezione di contenuti – sia un luogo in cui è bello lavorare, che accoglie progetti, desideri, e fa da volano all’emancipazione individuale e collettiva, è una narrazione con sempre più passaggi difettosi e illusori. I social in questo hanno esasperato una tendenza di lunga durata. Descrivere il mondo dei libri, della lettura e della scrittura, come un universo felicemente esperienziale, ha eliminato in buona parte l’idea che i libri siano un prodotto diverso dagli altri. I mondi che contengono possono essere complessi, problematici, conflittuali, inutili, difformi, respingenti, contraddittori. La delusione per una scuola di scrittura che promette una realizzazione delle proprie aspirazioni e richieste e che poi invece non mantiene, o per delle presentazioni che al posto di essere una festa della relazione con i lettori sono solitarie e frustranti, non sono tanto segreti di Pulcinella (di una comunità che fa finta di non essere aspirazionale, in cui il proprio successo dipende tanto dall’impegno prestazionale quanto dall’insuccesso dei propri colleghi, in un mercato che non solo non si allarga ma si restringe); ma è piuttosto l’esito della trasformazione dell’industria culturale dagli anni Novanta in poi.

Non perdiamo il filo del discorso. Siamo alla ricerca delle occasioni adatte per esordire, farsi conoscere, mettersi alla prova in ambito letterario. E la pubblicazione facile facile dei propri materiali sul web è un altro risvolto di quella “fiera dell’autoincantamento” di cui parla Raimo. Proseguendo nell’analisi, riscontrando la terribile contrazione della bolla dei lettori e la perdita di autorevolezza delle istituzioni tradizionali (case editrici, università, scuola), Raimo ricorda la fortuna di aver partecipato, dal vivo, agli incontri che animavano una piccola rivista. La sua esperienza, dunque, ricalca la mia. 

Ma, quindi, come può “farsi leggere” un esordiente? Per chi non ha la fortuna di incontrare e frequentare un reale maestro (e chi oggi può dirsi tale? Chi può presumere di aver già percorso la via, quando tutti i paradigmi sono mutati?) e per chi vuole difendere la propria autonomia, i passi da compiere sono tre.

Primo passo. Se si stima un autore e quindi se ne apprezzano le opere, ci si deve confrontare anzitutto con esse. Il punto di partenza è diventare e restare ottimi lettori, perché sono le opere la pietra di paragone per saggiare la tempra di quanto si va scrivendo. E con questo riscopriremo anche la tradizione, ovvero gli autori del passato, non certo in chiave postmoderna o semplicistica ma con piena consapevolezza filologica e a partire da una visione estetica attuale. Per quel che riguarda l’epoca contemporanea, si potrà sfruttare le risorse odierne per seguire, anche a distanza, gli scrittori che si ritengono credibili e stimolanti, non perché l’obiettivo sia entrare nelle loro grazie ma perché leggerli, ascoltarli e osservarli è un’occasione di arricchimento. Magari, perché no, si deciderà di partecipare anche a qualche presentazione dei loro libri.

Secondo passo. Il confronto va cercato con quelli che si trovano nella medesima condizione: altri esordienti o emergenti. Un dialogo fitto tra pari è possibile, perché sarà reciproco e simmetrico. Si oserà chiedere attenzione perché si è disposti a offrirne altrettanta. Una sola raccomandazione: stabilire un rapporto esigente, in cui non si cerca il conforto, ma lo stimolo. Un vecchio adagio, attribuito a Pitagora, recita: «Se non hai un amico che ti corregga, paga un nemico perché ti renda questo servizio». 

Terzo passo. Affrontare la logica diabolica che governa il mercato: smettere di ingegnarsi su come proporsi, ma porre gli altri nella condizione di interessarsi a te. E su quest’ultimo passo, il bivio è fatale: si cederà alle logiche commerciali oppure si saprà valorizzare la propria arte, preservandone i motivi autentici? (Per fortuna, nell’ambito della poesia, questo dilemma si propone in altra veste, dal momento che la poesia è estranea al mercato; semmai, il problema è mantenere un pur minimo ma significativo spazio di sussistenza).

Torniamo, dopo la digressione, al problema di licenziare o meno sul web i propri versi.

La questione, chiariamolo, vuole restare specifica. Si parla propriamente di poesie, non di altro. Di testi, quindi, felicemente adatti alla fruizione sul web: brevi, a volte brevissimi, autosufficienti. Così, almeno, secondo l’opinione comune, che nei punti precedenti abbiamo già smentito. Nessuno sostiene che pubblicizzare le proprie attività sul web sia esecrabile, anzi. I social e la Rete svolgono questa funzione primaria. Niente di male, dunque, nel parlare dei propri libri, nel ricordare eventi a cui si partecipa, nel dare notizia di ciò che accade, di quello che si legge e così via. Poi, anche qui, ciascuno sceglierà uno stile personale, una misura, una strategia appropriata. Si dovrebbe essere ormai allenati a distinguere la fuffa e l’esibizione fine a sé stessa da un impegno più serio e autorevole. Io, per esempio, quando nella mia bolla incappo in un post di Angelo Cennamo (che in ambiti letterari spesso specificamente dedicati alla poesia, fuori dal social, non ho mai sentito nominare), mi soffermo volentieri sul resoconto delle sue letture e talvolta vado a recuperare qualche titolo di cui mi ha fornito un interessante inquadramento. 

Ma non vedo necessaria, entro questa generica e comprensibile attività di autopromozione, la pubblicazione dei propri versi.

Ci sono, in effetti, esempi di autori che, partendo dai social, hanno compiuto il salto di qualità e raggiunto la pubblicazione di prestigio e persino la notorietà. Saranno eccezioni da trattare in quanto tali, ma penso che, alla lunga, confermino l’assunto per cui la partita della qualità si giochi altrove. A loro modo queste eccezioni hanno compiuto il fatidico terzo passo di cui sopra: si tratta di individui che si sono conquistati un pubblico e a cui hanno offerto la pubblicazione in virtù dell’attenzione già acquisita. Ma la qualità letteraria è entrata nella vicenda come elemento determinante? Non mi risulta. Peraltro, si tratta di casi per lo più estranei alla poesia, sebbene si possano avanzare esempi anche in quest’ambito, e, per quel che mi concerne, per molte forme di scrittura narrativa o saggistica o altro, il laboratorio dei social e in generale del web risulterà pure accettabile, forse persino adatto e propizio; ma la mia sensibilità personale mi porta a sentire tale terreno (ancora) troppo inquinato per la poesia.

Ultima considerazione. Oggi viviamo sprofondati in una gelatina di poeticità diffusa, che va dalla réclame alla canzonetta. La poesia è ben altro e la sua frequentazione comporta cura, parsimonia, attesa, pudore, sacrificio, rinuncia, sottrazione, difesa, dedizione, silenzio, solitudine, concentrazione, e tanto altro. Mi sembrano ottimi motivi per NON pubblicare poesie online, se non quando strettamente necessario. Per evitare di confondere la poesia con la praticità e mantenere vivo e vigile un interesse verso questa forma d’arte, bisogna sottrarla agli empori culturali, proteggerne il valore e la fragilità, creare contesti migliori per la sua discreta ma preziosa fruizione; forse persino arrivare, in taluni casi, a vietarla.

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